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L’oratorio trasloca nel centro commerciale

(Monsignor Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino)
 
 
SE IL RAGAZZETTO  non va in oratorio, l’oratorio va al ragazzetto. Ovvero nei centri commerciali, dove i giovani trascorrono la maggior parte del loro tempo libero. Parafrasando il detto su Maometto e la montagna,  si spiega l’ultima proposta dell’arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia, in lizza per la berretta cardinalizia nel prossimo concistoro. E forse, anche per questo, particolarmente vivace nelle ultime settimane.
 
Stanco di sentirsi dire dai ragazzi che la Chiesa è troppo distante da loro, Nosiglia studia un’idea innovativa per ripotare il gregge all’ovile: <Forse dovremmo aprire i nostri oratori anche nei centri commerciali e nei luoghi di divertimento, andando là dove i giovani sono, senza aspettare che vengano da noi>. Non male. Il rischio, però, è che la proposta resti nell’iperuranio di Platone. Non sarà facile trovare un centro commerciale che dica sì all’oratorio a due passi dal negozio d’intimo.
 
A quanto pare nella Chiesa italiana qualcosa si muove. Finalmente ci si mette di buona lena per rispolverare l’evangelizzazione delle nuove generazioni. A dare il là monsignor Mario Ceccobelli, vescovo di Gubbio, che ad agosto vestì i panni del dj in una discoteca della zona. Ora è la volta di Nosiglia. La Chiesa cambia location. Ma è sufficiente? La domanda resta. Basta uscire dalle sacrestie per ricucire lo scisma sommerso tra i ragazzi? Temo di no. Servirebbe mettere mano al linguaggio e alla morale per proseguire nel cammino di aggiornamento della Chiesa.  Non tutto è dogma. Il rischio altrimenti è che si susseguano iniziative anche lodevoli, ma dal fiato corto. I palliativi tolgono il dolore, non curano le malattie. E la questione giovani-Chiesa non gode certo di buona salute.
 
<Legano dei fardelli pesanti e difficili da portare e li mettono sulle spalle degli uomini; ma loro non li vogliono smuovere neppure con un dito> (Matteo 23,4).

Giovanni Panettiere