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Un euro deprezzato non basterà a salvarci

Egregio sig. De Carlo,
ho letto con molta attenzione il suo articolo di oggi
sull’accordo del giorno di Natale tra Cina e Giappone che, nella mia ignoranza,
sembra anche a me un fatto estremamente importante: è una notizia che, forse,
non siamo nemmeno in grado di valutare in pieno dato che inaugura un asse
inedito tra paesi tradizionalmente nemici l’uno dell’altro per cultura e storia,
ma determinati, oggi, a moltiplicare la forza economica reciproca.
E’ possibile immaginare anche una comunione di obiettivi “politici” a cui le strategie
globali dei mercati diano un poderoso sostegno?
Lei immagina, di conseguenza, un
pressing minore sui debiti sovrani della UE.
Non pensa che possa profilarsi
all’orizzonte europeo, piuttosto, una possibile
svalutazione della moneta euro per sostenere il cambio sul dollaro?
Ringraziando, saluto distintamente.
Luisella Rech

***   ***   ***

Gentile Signora Rech, la svalutazione dell’euro è già in corso. Non dimentichi che dieci anni fa, quando le banconote euro entrarono ufficialmente in circolazione, il cambio di partenza era 1,18 sul dollaro. Nel solo 2011 ha perso oltre il 15 per cento.
Certo un euro deprezzato limita gli svantaggi, ma non basta a rilanciare il nostro export e a riconquistare le quote di mercato andate perdute per la concorrenza (sleale) dell’estremo oriente, soprattutto della Cina. Per rendere di nuovo competitive la nostra piccola e media industria (la grande gode della protezione della Confindustria) bisogna recuperare un gap di almeno il 40 per cento secondo stime prudenti.

Lei mi chiederà come fare. E allora le indico un paio di opzioni. La prima: una rivalutazione dello yuan-renmimbi che è abbondantemente sottovalutato. E’ ragionevole aspettarsela? No.
La seconda: una politica protezionistica da parte dell’Europa e dell’America. Lei mi dirà che una politica del genere viola lo spirito e la lettera della World Trade Organization. E’ vero. Ma non la sta perseguendo anche la Cina che le norme della WTO viola sistematicamente da quando vi fu ammessa incautamente, dodici anni fa?
Allora al potere in Europa c’erano governi di sinistra: D’Alema in Italia, Jospin in Francia, Schroeder in Germania, Blair in Gran Bretagna. E negli Stati Uniti c’era ancora il democratico Bill Clinton.

Decisione sciagurata.
Se ben ricorda, Europa e America tennero il Giappone in anticamera per almeno vent’anni. E nel frattempo il costo del lavoro in Giappone aumentò evitando così lo strangolamento della nostra piccola e media industria. Ma nella Cina del paradosso comunista, che dura ormai da trent’anni, il costo del lavoro è ancora una frazione minima di quello europeo e americano. E i lavoratori cinesi, sudditi di un regime totalitario, sono privi di quelle garanzie assistenziali e previdenziali che gravano tanto sui costi della produzione occidentale.
Ci può essere competizione commerciale in questa situazione? Evidentemente no.

Un accenno infine all’accordo sino-nipponico sulle valute. Il dollaro dovrebbe risentirne anche per l’immenso indebitamento pubblico dell’amministrazione Obama.
Ma la Cina farà i salti mortali per limitarne il calo e non minacciare le sue esportazioni negli States, che sono ormai vicine ai 300 miliardi di dollari l’anno. Come? Presumibilmente continuando ad acquistare bonds americani e dunque mantenendo inalterate le sue possibilità di ricatto.