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Terremoti prevedibili? Teorie a confronto

Dall’inizio dell’ultima, devastante, “stagione sismica” che ha colpito e sta colpendo l’Emilia Romagna, è tornato sulle prime pagine dei giornali l’acceso dibattito che già tre anni fa, all’indomani del terremoto de L’Aquila, aveva riempito le colonne dei quotidiani.

Le dichiarazioni riguardo a questo sentito e scottante argomento sono tanto numerose quanto eterogenee: è difficile fornire una visione oggettiva, evitando di incappare in teorie che di scientifico hanno poco, se non addirittura in boutade messe in piazza da veri e propri ciarlatani.

Cerchiamo di fare ordine.

La posizione più conosciuta e più discussa, proprio perchè strettamente legata al terremoto abruzzese del 2009, è quella di Giampaolo Giuliani, sismologo a capo della Fondazione che porta il suo nome e operante in Abruzzo. Lo scienziato sostiene di essere in possesso di un metodo infallibile grazie in grado di prevedere con precisione la localizzazione e l’entità di un evento sismico fino a 24 ore prima che si verifichi. La pratica si baserebbe sull’analisi della concentrazione di gas Radon222, un elemento rilasciato normalmente dal sottosuolo ma le cui modalità di propagazione e quantità subiscono mutazioni rilevanti via via che le scosse più potenti si avvicinano.

Questo metodo, che qualora venisse dimostrato costituirebbe una rivoluzione in campo geologico e sismologico, è mal visto dalla maggior parte della comunità scientifica italiana, oltre ad avere poco rilievo all’estero.

Gianluca Valensise, sismologo dell’ INGV, spiega in una recente intervista (la Repubblica, 31 maggio 2012)  quale sia la posizione dell’ Istituto riguardo alle teorie che in questi giorni circolano su giornali e web. Con la cautela tipica del mondo scientifico, Valensise afferma che non è possibile, ad oggi, fornire previsioni certe riguardo a un evento sismico, né tantomeno è possibile dare valore scientifico alle teorie di Giuliani: “…ci sono diverse linee di pensiero in corso di sviluppo. La mia opinione tuttavia è che le ricerche degli anni ’70 e ’80 erano più originali e condotte con maggiore onestà intellettuale, mentre quella che vedo oggi o non è ricerca, si veda ad esempio l’incredibile video di Giuliani, o è vaga, come quella di Panza che utilizza un metodo sviluppato insieme a ricercatori russi e che consente di prevedere forti terremoti su aree molto vaste e all’interno di finestre della durata di alcuni mesi”.

Il Panza citato da Valensise è il professor Giuliano Panza, ordinario di Sismologia al Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Trieste, autore di un’importante pubblicazione del 2001 sulla previsione sismica nel medio e lungo periodo (Advances in Geophysics, “Seismic wave propagation in laterally heterogeneous anelastic media: Theory and applications to seismic zonation” Panza GF, Romanelli F, Vaccari F, 43: 1-95), secondo la quale é possibile predire un terremoto con una precisione del 90%  per gli eventi con magnitudo superiore ad 8 e dell’85% per quelli con magnitudo superiore a 6,5.

Il metodo di Panza, per la verità molto difficile da comprendere per un profano e altrettanto complesso da spiegare, si basa su un’accurata analisi dei dati sismologici storici localizzati in una precisa area, ad esempio la penisola italiana, in modo da identificare “sintomi” precursori dell’attività non strumentale, vale a dire le scosse percettibili non solo dagli strumenti ma anche dalla popolazione terrestre. Una indagine a priori quindi, non basata sulla presenza di particolari gas o elementi, ma caratterizzata da un complesso studio, in cui hanno pari importanza la fisica, la geologia, la statistica.

E’ difficile orientarsi in questa materia impervia e prendere una posizione, tanto più se non si ha una solida preparazione scientifica.

L’unica cosa che accomuna le opinioni degli esperti e nella quale chi governa dovrebbe riconoscere un segnale forte, utile ad attivare finalmente misure efficaci, è la convinzione che per il momento esiste un solo modo di difendersi dai terremoti: affidarsi alla prevenzione ed investire nella ricerca.