Co-Housing
Negli anni settanta, nei paesi scandinavi, soprattutto in Danimarca si è creato un nuovo modo di abitare: il co-housing. Nasce dalla sinergia dei concetti di risparmio energetico, partecipazione e socialità e si sviluppa in un contesto a cui fanno da sottofondo le comuni hippie e gli eco villaggi. Dal punto di vista architettonico gli edifici uniscono normali abitazioni private, a spazi in comune che vanno dalla lavanderia alla palestra, dal salotto per la TV a spazi e laboratori per ragazzi.
Una tipica comunità di co-housing è composta da 25-30 abitazioni, circoscritte ad un unico grande cortile oppure disposte lungo un’unica via. In questo modo si viene a creare il clima di socializzazione e collaborazione tipica di una piccola comunità indipendente, dove tutti si conoscono e dove non c’è il rischio di imbattersi nell’incontro con sconosciuti. Cosi non solo si supera il clima di emarginazione sociale che caratterizza la società contemporanea, dove il più delle volte non si conosce il proprio vicino di casa, ma soprattutto si realizza quello che ad oggi è diventata una delle priorità fondamentali, il risparmio energetico. Dal punto di vista strettamente progettuale, il sistema di co-housing stravolge gli schemi tradizionali, mettendo in primo piano il dialogo tra l’architetto e i futuri inquilini, cosi da far nascere un progetto nel quale confluiscono le esigenze dei futuri abitanti e quelle meramente architettoniche.
Gli studi effettuati dal politecnico di Milano nel 2006, basati sulle interviste riguardo alla predisposizione al co-housing, hanno mostrato che il coabitare è percepito più come un bisogno culturale piuttosto che una soluzione pratica. Nonostante ciò non significa che il co-housing non rappresenti un innovazione per l’architettura residenziale.