Blog Quotidiano.net

Blog Quotidiano.net

I blog degli autori di Quotidiano.net, il Resto del Carlino, La Nazione ed Il Giorno online

di

Stampare euro contro l’anemia finanziaria

Egr.  Dott de Carlo:

siamo in piena battaglia: Euro SI: Euro No. Le mie convinzioni hanno radici molto lontane, anni 20-30 del secolo scorso per opera di un maestro alle elementari che oltre ad istruirci ci dava le chiavi, con semplici storie, per diventare ottimi cittadini e quelli non erano tempi facili per un maestro non allineato; oggi ad oltre 70 anni da quegli insegnamenti, quelle chiavi mi servono per capire quello che sta succedendo in Italia oggi.

La moneta per una nazione è come il sangue di un individuo: con la circolazione nel mercato produce ricchezza, come il sangue circolando in un individuo produce vita ed energia; quando la moneta diviene scarsa si viene a creare una specie di indebolimento economico (recessione), mentre in un individuo viene a crearsi un indebolimento organico (anemia)  che vanno curate  con forti iniezioni di nuova moneta o sangue; ma quale è stata la cura? 

E’ stata  come sa ad un individuo anemico fosse prelevato sangue da un braccio e rimesso nell’altro, ovvero prelevata moneta dal braccio attivo per inserirla nel braccio passivo: giochetti finanziari molto pericolosi  che ci stanno portando ad una grave recessione: non hanno capito che ci vogliono trasfusioni vere, ma il clima politico europeo non ce lo consente perché il costo graverebbe tutto sulla Germania poco disposta a prestiti e meno ancora a trasfusioni.

Firenze: 22/06/2012

Sergio Mannucci

P.S. – Per chi interessa rimetto in allegato un estratto da Cari nipoti  su come si svolgeva la scuola in quel periodo: RICORDI DI SCUOLA

 

1.05 – RICORDI DI SCUOLA

 

Cari nipoti

Vi meraviglierete se in quest’era delle comunicazioni mediate in tempo reale, mi decido a scrivervi una lettera alla vecchia maniera, come si usava ai miei tempi quando avevo la vostra età                                        

Anch’io sono stato a scuola come voi lo siete ora; in prima elementare avevo una maestra che aveva per noi scolari molta pazienza, come una mamma, nell’insegnarci a leggere, ma soprattutto a scrivere: ci faceva riempire quaderni di aste e segni vari, che ora non ricordo, con pennini speciali (a torre, a foglia, ecc) da intuffare nel calamaio di cui ogni banco era dotato. A quell’epoca non esistevano sistemi meccanici od elettronici:  tutto si doveva scrivere a mano con bella calligrafia; ricordo questo perché la mia calligrafia  non era soddisfacente (come del resto non lo è stata mai) e la maestra se ne lamentava continuamente.

La mia carriera scolastica  era di una mediocrità impressionante poiché a quell’epoca  la scuola era piuttosto monotona data la severità degli insegnanti  e la noiosità degli argomenti trattati in forma  puramente scolastica; in effetti, i brutti voti non si sprecavano: era  la ferrea disciplina  imposta   quello che più ci rendeva disattenti ed irrequieti.

Finalmente un anno ci capitò un maestro che riusciva a richiamare la nostra attenzione; interrompeva di frequente le normali lezioni con argomenti che  ci coinvolgevano in discussioni riguardo alle attività umane, svolti sottoforma di racconti di chiaro significato.

Una mattina verso la  fine della  lezione, vedendoci  particolarmente  distratti  ed annoiati, ci fece questo discorsetto:

“So che le esperienze altrui hanno poco o punto effetto sul comportamento umano dato che ciascuno reagisce diversamente di fronte allo stesso fatto; pur tuttavia penso che vi succederà come a me: di comprendere le esperienze altrui via via che si presentavano le mie; cercheremo, pertanto di addentrarci in quel labirinto che è la vita  quotidiana per uscirne possibilmente con un minimo danno”.

    Alla nostra richiesta di che cosa fosse un labirinto, ci spiegò che si  trattava di un giardino fatto costruire all’architetto Dedalo dal Re Minosse, in tempi antichi, nell’isola di Creta, costituito da un intreccio di vialetti e siepi talmente complicato che difficilmente poteva uscirne uno che vi era entrato (anche oggi si dice  dedalo di strade quando vi è una grande quantità di vie e viuzze che s’intersecano fra loro).                                                                                     

 

Riprese, quindi:

“Voi ragazzi siete in questa classe per imparare alcune nozioni che vi serviranno nella vita: imparerete a scrivere e a leggere; cose molto utili per poter comunicare con il prossimo e tramandare ai posteri i vostri fatti ed i vostri pensieri; imparerete a far di conto, cioè a dar valore alle cose in base alla loro utilità e quantità.                                       

Vi sarete accorti che ciascuno di voi ha dei   rapporti con i compagni sia  per giocare che per  scambiare  pensieri,  impressioni, utilizzando parole,  ovvero un  linguaggio  appreso  dai  genitori. – Questa  classe  in  cui  ci  troviamo, costituisce una comunità, ovvero un insieme di persone che hanno interessi comuni: quello di imparare, sotto la guida di una persona che è il vostro  maestro, ciò  che è  necessario  per  diventare  buoni cittadini,  cioè abitanti di un paese che si chiama  Patria e  che, nel nostro caso, è  l’ Italia”.  (in quel periodo era obbligatorio l’ostensione dell’amor di Patria).

Continuò questo suo discorso dicendo:  “ l’altra mattina, quando vi ho dato da  fare  un  disegno,  ho sentito che un vostro compagno ha detto: è mia;  ho voluto sapere la    ragione di quella esclamazione: era dovuta al fatto che il suo compagno di banco gli  aveva preso la gomma  da cancellare;  quel mia ha un valore fondamentale nei rapporti umani: esso esprime   il concetto di  possesso esclusivo di un bene, cioè che lo può usare solo chi lo detiene; per esempio: ognuno di voi è possessore esclusivo della cartella e di tutto quanto contiene”.

 

Il fatto di essere possessori esclusivi di qualcosa ci fece molto piacere, ma non ci fu chiara quella parola: concetto; al che lui fece questa domanda a Pierini

 Se io dico: pane, tu cosa capisci?

- E’ quello che la mi’  mamma mi fa mangiare con la ciccia e la verdura. – Rispose              

         -Quello che dici – riprese il maestro – ne rappresenta l’uso: ma come lo riconosci?     

         -Dalla forma: tonda, a filoncino….; poi si taglia a fette.. che ci  hanno la corteccia e la midolla.                                                  

  -Ecco, quello che hai descritto rappresenta il concetto di pane.

Il maestro ci precisò, poi, che di ogni parola esisteva il proprio concetto, sia per parole che indicavano o no oggetti:                                           

-Se io dico: bello, tu cosa mi dici: Guidotti?    propose il maestro.                                                -Bello è il Sensini…..- rispose suscitando una scomposta risata di tutti.                                                                     

Il maestro si alzò di scatto ed ebbe dure parole nei nostri confronti perché avevamo riso alle spalle di un nostro compagno; per questo ci dette da scrivere a casa tre pagine di: sono stato cattivo, così avremmo imparato questo nuovo concetto.  Comunque ci spiegò che: buono, bello ed i contrari cattivo, brutto, si riferivano a sensazioni che potevano farci piacere o dispiacere; ci spiegò, inoltre, che questi concetti avevano valore personale, poiché dipendevano da valutazioni influenzate da esperienze passate da ciascun individuo; ad esempio: un cibo può essere buono per uno e cattivo per un altro.  “Credo che ognuno di voi abbia avuto questa esperienza quando i vostri genitori insistevano per farvi mangiare  una cosa che a voi non piaceva”.

Con altri esempi si chiuse la lezione e si ebbe la prova che vi erano pareri più o meno discordanti nel valutare la stessa situazione.                                     

Qualche giorno dopo fu ripreso il discorso sulla proprietà: volevamo sapere come si poteva diventare proprietari di un oggetto; praticamente  lo conoscevamo, avendo visto la mamma fare la spesa; la nostra curiosità era di sapere come mai c’era chi vendeva e chi comprava.  Era sorta tra  noi scolari un confronto: se conveniva essere venditori o compratori; la maggioranza fra di noi preferiva vendere per fare soldi; è vero che non sapevano dove prendere la roba da vendere, ma sapevano benissimo che per avere i soldi si doveva lavorare (il che non ci entusiasmava).                                                                                                                           

“Mi proverò a chiarirvi questo problema-  rispose; – però lo potrete  capire interamente quando avrete la necessaria esperienza.  La proprietà di una cosa si può ottenere per scambio con un’altra cosa di egual valore; ad esempio, come fate con le vostre figurine?  voi scambiate due o tre di un tipo più frequente con una più rara: sì facendo date un valore maggiore a quella più rara: praticamente riconoscete che il valore della figurina  più rara è due volte o tre volte il valore della figurina più frequente”.

 

10

 

“Un altro metodo per ottenere la proprietà di una cosa  è   quello di scambiarla con della moneta, i così detti soldi; i soldi sono come le vostre figurine: sono oggetti di metallo o di carta che invece di avere stampate solo figure, hanno impresso anche un numero che indica quante monete di valore uno  occorrono per poterle scambiare.  La moneta di valore uno si chiama LIRA.  I soldi sono un utile mezzo per acquistare qualsiasi cosa: se avete visto le vetrine dei negozi avrete visto sugli oggetti esposti un cartellino con un numero che ne rappresenta il prezzo in Lire; esso rappresenta il valore imposto dal commerciante, cioè dal venditore o negoziante, ed indica quante Lire ci vogliono per poterlo acquistare”.

 

         Quello che il maestro ci ha detto lo avevamo intuito seguendo la mamma a fare la spesa, ma ora tutto ci pareva più chiaro; solo non ci era chiaro  il prezzo ed  il valore imposto dal commerciante:  “Cari ragazzi – ci rispose - la faccenda è molto complessa e non si può spiegare che con cognizioni che voi non avete; comunque  si può dire questo :    ogni oggetto ha un  costo di produzione cioè la quantità di Lire  necessarie per produrlo, cioè l’acquisto della materia, il pagamento degli operai che lo lavorano, ecc.  Il Produttore poi aumenta il costo di produzione di una   quantità di Lire che rappresenta il suo guadagno, cioè  i soldi che gli restano dopo la vendita, per far fronte alle sue spese personali ed eventualmente arricchirsi;  il Commerciante aumenta anche lui la spesa di acquisto dal Produttore delle spese necessarie per svolgere la sua attività più il guadagno proprio che intende ottenere determinando il  prezzo di vendita.”                                                                                         

Dopo questa esposizione ci chiese di esprimerci nuovamente sulla scelta tra venditore e compratore; le opinioni erano notevolmente cambiate e risultò che quasi la totalità dei residui venditori erano figli di commercianti.                                                               

 Una mattina ci chiamò alla cattedra per leggere la pagina del diario che avevamo scritto a casa:  ogni tanto ce lo dava come compito perché serviva, come diceva lui, a riflettere sulle attività più importanti che avevamo svolto nella giornata, comprese le ore di scuola.             

Toccò pure a me e lessi quello che avevo scritto e lo consegnai; chiamò poi il Rossi il quale si giustificò per non averlo fatto, dicendo che era stato fuori tutto il giorno con la mamma e che pertanto non ne aveva avuto il tempo.                                                                                        

  “Caro Rossi – gli disse – se ritieni necessario di dire una bugia  significa che riconosci che tu non hai fatto il tuo dovere”.                                                                                            

In effetti il pomeriggio precedente io, il Rossi e qualche altro compagno eravamo stati portati dalle nostre mamme in piazza Savonarola a giocare con altri ragazzi.  I nostri giochi, a quel tempo, erano molto diversi da quelli di oggi: nascondino, i quattro cantoni, la campana e , se c’erano delle bambine, si giocava a Madama Dorè, dato che il Giardiniere, un burbero incorruttibile, non ci permetteva di giocare a palla  o di far le capriole sulle aiuole sempre verdi e ben rasate  A quanto pare, il maestro che abitava da quelle parti, ci aveva visto e voleva vedere cosa avevamo scritto nel diario.                                                                                        

“Visto che tu non hai fatto il tuo dovere – continuò – io devo fare il mio, che mi impone il dovere di punirti con un voto  negativo. Ritengo, a questo punto di precisare il significato di dovere ed il suo contrario,  diritto:

dovere è ciò che un individuo od una collettività deve compiere;

diritto è quello che un individuo od una collettività può reclamare”.               

“Vi domanderete: chi impone diritti e doveri?- La cosa è molto complessa e difficile da spiegare, però con qualche  esempio si può arrivare a capirla”.

 

 “Ciascuno di voi ha un padre ed una madre: per il fatto di avervi generato hanno il dovere di nutrirvi, vestirvi, farvi giocare, mandarvi a scuola. Voi bambini avete il diritto di essere nutriti, vestiti, di giocare, di andare a scuola per imparare ad essere uomini  o donne se del caso (a quell’epoca le scuole delle femmine erano separate da quelle dei maschi). Questo diritto-dovere si dice che è un diritto-dovere naturale   poiché‚ si riscontra in natura: cioè si tratta un fatto che si verifica   in tutto il mondo animale, compreso l’uomo: i genitori   maschio e femmina, hanno il dovere di procreare e di allevare   la prole fino a che non siano in grado di provvedere da se  stessi al loro sostentamento e ciò al fine di perpetuare la specie  a cui appartengono”.

“Quando i vostri genitori vi mandano a scuola per il loro dovere  di darvi una istruzione, danno a noi maestri un dovere delegato:  cioè ci autorizzano a svolgere quelle azioni necessarie allo scopo: da questo deriva il dovere di noi maestri di insegnarvi  ed a voi il dovere di studiare e di svolgere i vostri compiti”.                                                                                                                                                        

Ma qui si parla sempre di doveri, soprattutto per noi ragazzi,  opponemmo al maestro: avremo anche noi qualche diritto!                                                                                                                

 

         “Certo: quei diritti che vi ho sopra citato; certamente le  vostre esigenze vi porteranno a richiedere cose che  eccitano la vostra fantasia  e che ritenete piacevole ottenere  per giocare o per soddisfare la vostra gola; però la vostra  inesperienza, cioè il fare una cosa per la prima volta, non vi può assicurare che la cosa sia piacevole o spiacevole o addirittura pericolosa per la vostra incolumità: entra qui in gioco la responsabilità dei genitori nel concedere o non concedere la cosa a seconda dell’ esperienza loro;  i vostri diritti avranno valore solo quando avrete fatto tutte  quelle esperienze ed acquisito tutte quelle cognizioni che apprenderete a scuola e nella pratica quotidiana”.

“Oltre a quelli suddetti – continuò- esistono altri tipi di doveri: doveri morali; ovvero, quelli legati alla bontà d’animo come l’ aiutare le persone in difficoltà;  doveri legali che conoscerete a tempo debito quando comincerete ad avere rapporti diretti con lo stato che ci governa; comunque, ascoltate questa storiella:

“Furbizia era  un regno dove ciascun cittadino pensava ai propri affari ritenendo che il proprio interesse dovesse prevalere su quello di tutti gli altri per cui il Re aveva ritenuto necessario emettere editti che regolavano i rapporti fra i vari cittadini e fra i cittadini e lo stato che li governava a meno di gravi sanzioni che avrebbero tolto loro  tutti i vantaggi: anzi peggiorandoli”.

 

“Un giorno si venne a sapere che il figlio del Re si sarebbe sposato:  ogni villaggio, Sindaco in testa, decretò grandi festeggiamenti per solennizzare l’evento;  fu deciso anche di mettere in opera una fontana che, anziché acqua, erogasse vino rosso per poter brindare all’evento; per questo ciascun produttore di vino avrebbe dovuto versare in una botte appositamente posta nella piazza del paese, una quantità di vino rosso proporzionale alla propria produzione, cioè quanto più vino avesse prodotto, tanto più vino avrebbe dovuto immettere nella botte”.

“Alla sera del giorno del matrimonio molta gente si era riunita in piazza per i festeggiamenti: musica, danze, giochi, ecc.; arrivato  il momento del brindisi, il Sindaco invitò la popolazione di armarsi di bicchieri e di appressarsi alla botte: il primo bicchiere a riempirsi di un liquido…….. appena rosato fu quello del Sindaco!   Il brindisi risultò molto annacquato con grande disappunto di tutti”.

 

“Cari ragazzi  – ci disse -  la botte rappresenta  il contenitore dei soldi dello stato ed il vino i soldi che ciascun cittadino deve versarvi affinché  da detto contenitore  possano uscire i soldi da ridistribuire per tutti  i servizi necessari  alla  collettività:  in pratica si tratta dei contributi che ciascun cittadino deve versare nelle casse dello stato, le cosiddette tasse.”                                               

Questi apprendimenti allora  erano piuttosto nebulosi nella mia mente, ma devo riconoscere che con il passar del tempo, nella pratica quotidiana, quelle parole non erano andate perse ma prendevano chiarezza e mi aiutavano a valutare la situazione in cui mi trovavo.         

 

 Alla fine delle scuole le vacanze estive le passavamo in un primo tempo al mare; ciò significava  per me: cura del sole (imposta dalla mamma) e relativa scottatura (non esistevano allora i protettivi); soliti bagni in mare; giochi da spiaggia. La cosa più divertente, per noi ragazzi,era quella di salire a bordo dei velieri che venivano al pontile di legno a caricare il marmo apuano trasportato su carri ferroviari trascinati da buoi.

 Era un’emozione vedere all’orizzonte arrivare i velieri: dapprima si vedevano le vele alte; poi sempre quelle più basse ed infine tutta la nave: mi dicevano i grandi che ciò era dovuto alla rotondità della terra (che era tonda come un pallone, mi dicevano)  e che girava intorno a se stessa mentre il sole era fisso e non, come lo si vedeva, spostarsi  in   cielo dall’alba al tramonto.        

 

Anche a scuola ci avevano parlato di questo: anzi ci avevano fatto vedere un mappamondo su cui si poteva individuare la posizione dell’ Italia immersa in quel grosso lago chiamato Mare Mediterraneo; con l’esperienza del veliero s’indebolì molto la mia incredulità a quello che mi dicevano.                                            

Dopo l’estate al mare iniziò il periodo delle vacanze in campagna; qui le esperienze cambiarono totalmente: mi si svelò un mondo sconosciuto in cui vidi per la prima volta l’uomo a contatto con la natura e l’impegno forte e costante per convincerla a darci quei regali che ci consentivano di soddisfare  non solo le nostre esigenze vitali, ma anche i nostri peccati di gola con frutti prelibati; e che soddisfazione bere direttamente da sorgenti di acqua fresca e limpida  sgorgante dalla viva roccia!

Questa campagna  era un luogo apparentemente fuori del mondo, abbarbicato su un costone dell’Alpe di Catenaia a cavallo tra l’Arno ed il Tevere, i due fiumi più storici d’Italia, come ho appreso successivamente quando si è studiato storia e geografia; per arrivarci dovevamo utilizzare l’unico mezzo di trasporto ancora in auge, un barroccio trainato da un ciuco, quando già in città si usavano mezzi di trasporto a motore ed in cielo volteggiavano, oltre i piccioni, anche gli aerei.                                                                                                                          

Dopo  la   lezione  dei  diritti  e dei  doveri  ho  cominciato  ad  osservare il comportamento umano e li, a Terranera, ho   avuto  la possibilità di mettere in atto le  prime esperienze; vedevo  persone  che  lavoravano  in modo diverso da quello che ero abituato a veder in città: bottegai, operai, spazzini, fiaccherai, e tutti quelli che si potevano incontrare nelle strade (il maestro non lo ritenevo un lavoratore).                                                                 

Quel nuovo mondo mi incuriosì:  cominciai a frequentare le  famiglie con il beneplacido delle donne per il loro spirito materno; ebbi così l’ occasione di vedere come la vita  che si svolgeva in famiglia fosse assai diversa da quella in cui avevo vissuto. La famiglia contadina, con le cognizioni di oggi,  posso dire che fosse una azienda economica:  esisteva un capo, il più anziano, il Capoccia; un vicecapo, la Massaia, moglie del Capoccia ed il resto della famiglia, figli, figlie, nuore, nipoti, tutti occupati nei lavori agricoli, ciascuno con una precisa mansione come le membra di un unico corpo.                                   

Non è che tutto questo allora mi fosse chiaro, però avevo intuito che in quelle famiglie esisteva una gerarchia che distribuiva a ciascuno Diritti e Doveri: dal Capoccia all’ultimo dei nipoti, ognuno doveva svolgere il proprio ruolo.

 Non fu difficile, per me, inserirmi in questo nuovo ambiente e  seguirne l’attività; ho potuto  scoprire i miracoli che quella gente poteva fare: stimolando la Natura con il biblico sudore della fronte, seminano uno per raccogliere cento.  Scoprii che la vita quotidiana non era regolata dall’orologio come da noi in città,  ma dal sole, dal suono delle campane e, frutto del progresso, dal passaggio del treno fumoso visibile in lontananza da cui si poteva ricavare l’ora e rimettere quei pochi orologi, in genere posseduti  unicamente dai Capoccia .

     Scoprii che queste persone erano i veri produttori  di beni che stavano alla base della sussistenza umana: il Capoccia assieme al bifolco, allevava grossi animali, soprattutto vacche da lavoro e riproduzione; la Massaia e le altre donne di casa allevavano pecore e maiali oltre ad animali da cortile, quali: polli, oci, anatre, conigli, ecc.   Quel mondo fu per me fonte di scoperte fondamentali: mi fece capire che oltre a quello che imparavamo a scuola c’era tutta una scuola di vita pratica, strettamente legata alla Natura, che era alla  base della nostra possibilità di sopravvivenza.

 Ero ammirato dall’abilità di quegli uomini nel preparare gli strumenti del proprio lavoro: panieri di vinchi, ceste e cestoni, tregge per il trasporto dei materiali, aratri di legno per la lavorazione dei campi.                                                                                                                              

 

         La loro attività. era integrata da artigiani che li assistevano nelle loro necessità; c’era bruciaferro  che nella sua officina fumosa preparava gli attrezzi agricoli metallici: ero affascinato nel vedere formarsi sotto i colpi di martello sulla sonora incudine, falci, zappe, vomeri per gli aratri, da una massa incandescente di acciaio rilevata da una fucina in cui ardeva del carbone di legna, frutto dei boschi e dell’attività dei carbonai; c’ era il calzolaio che veniva a lavorare a domicilio dalle cui abili mani vedevo formarsi delle belle scarpe di vacchetta per tutta la famiglia  in sostituzione di quelle dell’anno precedente i cui tomai servivano per fare degli zoccoli di legno, di un legno particolare, selezionato e messo a stagionare per garantirne una buona riuscita.

Tutto veniva fatto in casa o nel contado: si formava, così, una specie di economia chiusa in cui il prodotto agricolo era quasi l’unica moneta di scambio; solo le donne con l’allevamento dei piccoli animali  racimolavano qualche soldo dalla vendita per l’acquisto dei generi necessari alla cucina.

Altro compito delle donne era quello della tessitura della canapa,  preparata dagli uomini, per farne biancheria, come la filatura della lana di pecora per farne indumenti;  anche la coltivazione dei bachi da seta era di loro competenza.

Il capitale, consistito dai grandi animali, era gestito dal  Capoccia che partecipava ai mercati; provvedeva alla vendita di animali adulti ed all’acquisto di giovani da allevare, speculando sulla differenza di costo.    

Interessante era assistere alla compra-vendita per il trattamento del prezzo, era una recita a soggetto che si concludeva con una stretta di mano che valeva più di un contratto scritto; garante: il mediatore.  La trattativa poteva durare anche ore;  l’offerta del compratore e  la richiesta del venditore erano sempre molto distanti; l’opera del mediatore era molto importante e consisteva sempre nel  riavvicinare i due contraenti con nuove proposte fino ad affare concluso con una triplice stretta di mano.

 

Ritornando alla scuola, il maestro riprese l’abitudine di stimolare la nostra attenzione con problemi di vita quotidiana: una mattina  ci fece questo racconto:

 “Un giorno un operaio che lavorava in un campo per la semina del grano per conto di un ricco signore, lavorando con l’aratro s’imbatté in qualcosa di duro; pesando che fosse una pietra ritenne opportuno rimuoverla per non intralciare l’aratura; scavando con la zappa si accorse che non di una pietra si trattava, ma di una grossa cassetta di metallo; incuriosito tentò di aprirla forzandone la serratura: che meraviglia!  La cassetta era piena di oro, monete e gioielli: un vero tesoro!”

“La cosa lo emozionò molto ed il primo impulso fu di correre dal padrone del campo per metterlo al corrente del fatto; poi, visto che nessuno ne era stato testimone, pensò bene di risotterrare la cassa ben più profondamente in modo che solamente  lui sapeva dell’esistenza di questa ricchezza.

Sapeva bene che quel tesoro apparteneva al padrone del campo e che a lui sarebbe toccato qualche piccolo regalo; per possedere tutto avrebbe dovuto comprare il campo. 

Fu così che mise in vendita ogni suo bene ed appena raggiunse un  gruzzolo sufficiente, si presentò al padrone con una offerta assai remunerativa; il padrone accettò il buon affare ed egli divenne proprietario a pieno diritto del   tesoro”.

 

 Finito il racconto volle sapere la nostra opinione sul fatto. Ci fu chi disse che l’operaio avrebbe dovuto avvertire il padrone; chi disse che l’operaio aveva fatto bene tanto più che il padrone era ricco e per lui non sarebbe stata una grossa perdita, e chi disse che l’operaio era stato sciocco perché  avrebbe dovuto appropriarsi del  tesoro senza avvertire nessuno.

La discussione si protrasse a lungo; la disparità delle opinioni mise in luce il concetto di onestà come concetto di comportamento giusto con il prossimo: fu riconosciuto da tutti che un bene non si può acquisire od acquistare con l’inganno.                                                       

Ritornò in discussione il concetto di proprietà come fatto esclusivo che toglieva ad altri la possibilità di utilizzo di un bene; per chiarire la giustezza della proprietà, il maestro fece riferimento alla natura in cui si osserva che anche nel regno animale viene osservato questo concetto: ogni animale difende la propria tana ed il proprio territorio che gli consente la propria sopravvivenza.  Non di meno  fanno gli uomini creandosi un proprio territorio in cui possono sviluppare i loro traffici e la loro cultura, disposti a difenderlo dall’aggressione di altri gruppi:  quel territorio si chiama Patria; nel nostro caso è l’ Italia.

“Per questo fatto il mondo è diviso in tante Patrie in ciascuna delle quali  esiste una comunità di persone che hanno sviluppato un proprio modo di vivere e di pensare che ne rappresenta la cultura; paese in cui ogni individuo svolge un ruolo compatibile con la struttura sociale.”

 

A chiarimento di questo ci raccontò un’altra storia: quella dei savi e dei pazzi.

“Esisteva un paese felice in cui tutti operavano secondo le proprie attitudini e possibilità; in questo  paese  esistevano pure sette savi  che detenevano il sapere della comunità ed  ai quali ognuno si rivolgeva per consigli e risolvere questioni di convivenza”.

“Questi savi un giorno scoprirono,  attraverso la loro sapienza, che di li a qualche giorno   sarebbe arrivata una  pioggia  che avrebbe prodotto effetti strani a colui che venisse bagnato: avrebbe alterato le sue condizioni cerebrali; in sostanza sarebbe diventato  pazzo,  ovvero non si sarebbe comportato come un uomo normale.”             

“Dietro questa rivelazione nacque  una discussione  fra i sette savi: se comunicarlo a tutta la popolazione perché si mettesse in salvo o se nasconderla per acquisire l’intero potere su una popolazione ormai non più in grado di intendere e di volere”.

“Occupati in questa discussione, non trascurarono di procurarsi un sicuro rifugio in una profonda grotta difficilmente raggiungibile dall’acqua; la discussione si protrasse assai a lungo fintanto che iniziarono le prime avvisaglie per cui decisero di continuare la discussione all’interno della grotta; ma anche qui  non fu raggiunto alcun  accordo e furono tutti contenti quando caddero le prime gocce e loro si trovavano al sicuro”.                                                        

“Che mondo avrebbero trovato alla loro uscita?  Sicuramente avrebbero dovuto prendere le redini della situazione e guidare l’attività della popolazione verso attività produttive secondo le necessità della comunità.  Con questo criterio si ripartirono i compiti in modo che ciascun savio avrebbe guidato uno specifico indirizzo: si sarebbero, così, costituiti organi di governo”.

“In effetti, al cessare della pioggia,  ebbero la sorpresa di trovare una popolazione in preda ad un vero stato di euforia: chi cantava, chi suonava, chi ballava, i negozianti regalavano i loro prodotti, nessuno lavorava più”

“Saliti su un palco, i sette savi  presero a  richiamare l’attenzione della folla e ad imporre un certo ordine; ma il loro richiamo non solo fu disatteso, ma alcuni, saliti sul palco, cominciarono, con sberleffi  e non buone maniere, a farli cantare e ballare come tutto il resto. Vistisi persi  dovettero anch’essi  mimetizzarsi con la folla e fingere di essere pazzi”.

La discussione che ne seguì mise in luce che il comportamento dei savi non era stato corretto: essi avrebbero dovuto mettere al corrente la popolazione del pericolo che correva; invece la sete di potere   aveva  prevalso  e la loro furbizia fu giustamente punita.

 

Il maestro, poi,  chiarì che il pericolo dei savi  esisteva realmente:  in ogni comunità esistevano dei savi che detenevano il potere decisionale; questo potere  decisionale poteva  esser loro riconosciuto dalla comunità oppure poteva essere preso con  l’inganno o la forza  da uno più savio di tutti.  A quel tempo molti paesi erano governati da un  più savio di tutti, fra cui il nostro, ma il maestro ci spiegò che il nostro era, per fortuna, il più savio di tutti i più savi  che ci aveva liberato da una masnada di savi noti per la loro furbizia come i sette savi (in seguito la storia di questi più savi divenne tragica, ma il maestro non lo poteva sapere).

 Ciascuno di questi più savi pensava di detenere il segreto per portare la felicità ed il benessere a tutti i popoli;  ne risultava  che  si trovavano in lotta ideologica  tra di loro e con il resto del mondo governato da savi normali, finché il  più,più,più savio di tutti  cominciò a pretendere la supremazia sua e del suo popolo: ciò  determinò la rivolta  dei minacciati che si trasformò in seguito nella seconda guerra mondiale.

Oggi si può capire meglio quel periodo; è come un panorama: dal didentro l’orizzonte è molto limitato mentre dal difuori  si apprezza meglio tutto l’insieme;  a quell’epoca sembrava che la disputa fosse solo ideologica, mentre oggi si può capire che il dominio di un popolo sugli altri non è più come nei tempi antichi di pura potenza  e di spoliazione:  oggi  le varie nazionalità sono come delle grosse imprese economiche che devono interagire con altre imprese per assicurarsi i beni  necessari alla collettività.

 

A questo proposito mi ritorna a mente  un altro racconto del maestro: quello della damigiana di vino.

“Un tempo c’era una famiglia di contadini assai povera che viveva unicamente con i prodotti della campagna;  disponeva di moneta  solo  vendendo qualche loro prodotto. Un giorno si ammalò la  mamma  ed il medico ordinò delle medicine; fu tenuto un consiglio di famiglia e risultò che da vendere, per raggranellare i soldi, non  c’era rimasta che una damigiana di vino.  Fu deciso che i due figli maggiori si sarebbero incaricati di portarla al mercato e con il ricavato della vendita avrebbero acquistato le medicine”

“Il mercato era abbastanza distante per cui il viaggio cominciò la mattina presto con l’accordo che la damigiana se la sarebbero incollata a turno ogni quarto d’ora.  Iniziato il cammino dopo circa un quarto d’ora quello che portava la damigiana  disse:  – ora tocca a te: siccome sono sudato,  mi bevo un sorso di vino, ma te lo pago! – sì dicendo si scarica della damigiana e tirato dalla giacca un bicchiere si versò un po’ di vino; presa una moneta che valeva il bicchiere di vino, la dette al fratello insieme alla damigiana e ripresero il cammino”.

“Trascorso un quarto d’ora  si ripeté la solita scena invertita: il portatore si bevve il suo bicchiere di vino  e lo pagò al fratello.  Ogni quarto d’ora si ripeteva la scena e poiché il cammino era molto quando arrivarono al mercato la damigiana era pressoché vuota.  Ciascun fratello richiese all’altro il ricavato della vendita dato che il vino era stato venduto e comprato regolarmente. Capirono allora il grave errore commesso e se ne tornarono a casa con la damigiana vuota e senza medicine”.

 

“Quello che è successo ai due fratelli è quello che succede in grande fra i vari paesi:  ogni paese è una grande fabbrica di prodotti agricoli, industriali, artistici, confacenti con la propria ambientazione e cultura; però detti beni acquistano valore e quindi ricchezza quando servono per ottenere da altri paesi  i  beni che non possono essere prodotti (ad esempio, la medicina della mamma). Da questo si ricava che deve esistere un mercato in cui ciascun paese  può scambiare i propri prodotti con altri che non produce”.

“Questo fenomeno si è acuito enormemente con l’avvento dell’industrializzazione  nel secolo scorso; i paesi più progrediti industrialmente hanno necessità di un mercato che possa acquistare  i propri prodotti per poter disporre di mezzi finanziari  necessari  ad accrescere la propria potenza economica e ad acquistare quei beni che non può produrre  ma che  gli sono necessari.”

 

Questa lezione di economia  così semplice e chiara  mi ritorna alla mente per comprendere il senso delle due ultime guerre mondiali e di quelle che  si preannunziano.

 

Cari nipoti, guardando la storie degli avvenimenti passati sotto questa luce, la prima guerra mondiale  che fu vista allora come velleità  politico-egemonica  della Germania sul resto dell’Europa, risulta, in effetti, una velleità politico-economica per formare  un grosso  potentato economico europeo in contrasto con  quello degli Stati Uniti d’America  che dominava i mercati  mondiali. L’intervento decisivo dell’America servì ad allontanare questo pericolo per gli altri stati europei e la Germania fu  ridotta  ai minimi termini economici.

Risulta chiaro che  una simile situazione per una nazione come la Germania  ricca di tecnologie e di risorse economiche non poteva essere tollerata a lungo:  interprete di questo disagio spuntò il più,più,più savio di tutti  che con mossa a sorpresa  intese  riproporre l’egemonia tedesca su tutta l’Europa contrabbandandola con teorie razziali che ebbero tragico effetto:  apparentemente questo determinò l’intervento decisivo, anche questa volta, dell’America, ed impedì che  l’Europa  divenisse un potentato economico tedesco: anzi, la Germania  fu addirittura smembrata.

La storia dell’Europa,  dopo la seconda guerra  mondiale, vide l‘agonia  dei più savi di tutti che erano rimasti in piedi e di quelli creati in virtù  di sfere d’influenza  che i vincitori si erano assegnati; è storia recente di come è finita: è stato come mettere una diga ad un fiume senza la possibilità di emissario; il livello sale continuamente; ciò obbliga ad innalzare la diga, ma oltre un certo livello c’è il collasso e la furia delle acque distrugge tutto (muro di Berlino compreso).

In questo frattempo nacque una nuova famiglia di savi che cominciarono a predicare che l’Europa non  poteva più  stare così frazionata  di fronte  al potentato economico-politico  Americano ed a quello emergente Giapponese che dominavano il mercato  mondiale; era necessario, dicevano, creare un grosso potentato economico Europeo e nacque l’Europa economica simboleggiata dall’Euro.

 Quello che era stato tentato per ben due volte dalla Germania, osteggiato dall’America,  veniva attuato volontariamente.

Da qui in avanti, cari nipoti, la storia si svolgerà sotto i vostri occhi: mi auguro di avervi fornito, con questa mia lettera , occhiali  per osservarla nel suo profondo e non nella sua apparenza  come i più savi di turno  vorrebbero farcela  vedere.

 

Firenze: 1-1-2003                                                                 Lo Zio  Sergio.