La rete che unisce
SPERAVO di avere una bella storia da raccontare, per questo che è il post numero 500 da quando è aperto il blog ‘Oltre la rete’. Il fiume del destino ha dato una mano, portando proprio per oggi il racconto che potete trovare sull’edizione modenese del Qs-Il Resto del Carlino in edicola oggi, raccontata molto bene dal collega e amico Fabrizio Monari.
E’ LA STORIA di due passioni, quella per la pallavolo e quella per l’essere umano, che hanno portato un aspirante dottore modenese, ex giocatore di pallavolo di buon livello, ad andare in Afghanistan per dare una mano. Lui si chiama Davide Luppi, e in questi mesi veste la maglia di Emergency. Sta concludendo a Kabul la sua specializzazione in chirurgia, acquisendo esperienze ‘sul campo’ che in Italia, per fortuna nostra, non potrebbe farsi.
Suo padre, Gianni Luppi, vicepresidente di Grandi Salumifici Italiani (che con il marchio Casa Modena ha aiutato la pallavolo modenese in questi anni), ha raccontato con comprensibilissimo orgoglio la storia l’altra sera, alla presentazione della nuova società modenese, Modena volley punto zero. Luppi senior ha aggiunto questi dettagli a quanto già anticipato da ‘Panorama’ nell’ultimo numero: «Mio figlio ha giocato a pallavolo tutta la vita» ha raccontato Luppi, «e ora è in Afghanistan a lavorare per un ente umanitario, dove ha tirato su un campetto precario con una corda tesa in mezzo, pur di continuare a giocare».
Perché Davide è cresciuto nelle giovanili della Daytona, con la quale vinse lo scudetto nella Boy League nel 1996, incrociando in campo anche Cristian Savani. L’A1 l’ha toccata un paio di volte, andando in panchina come libero. Uno dei tre ruoli in cui ha giocato, gli altri sono alzatore e schiacciatore, anche nella Stadium Mirandola, la squadra di ‘Block the Quake’ di cui vi avevo parlato qui e prima ancora qui.
La pallavolo ti rimane dentro, e può essere un apriscatole meraviglioso per cancellare le differenze e scaricare uno stress psicologico che possiamo soltanto immaginare. Perché Davide a Kabul ha inventato un campetto di fortuna su un tratto sterrato, sul quale “Medici afgani e stranieri, infermieri, funzionari, trascorrono qualche ora senza pensieri prima di tornare a un lavoro terribile, per quanto prezioso. Uomini e donne insieme, una rarità”, come scrive Monari nell’articolo pubblicato oggi.
Quella rete che unendo divide e dividendo unisce, funziona anche a seimila chilometri di distanza e sotto le bombe.