Matteo Mazzone
Aldone è Aldone: non a caso, gli ho dedicato una silloge di ben sei palazzeschiane nella mia ultima raccolta poetica. È la voce più (in)transigente nel nostro Novecento, scrupolosamente e saldamente fermo nei principi della più elementare umanità, traducibili in pace ed affetto reciproco tra gli uomini. Dapprima filodannunziano (modello, purtroppo o per fortuna? a cui molti si sono ispirati,  purelo stesso Gozzano), poi romanticone-decadente (così L. De Maria), nello splendido “: riflessi” , ancora futurista (meglio dire pseudo-futurista), non tanto per l’ideologia, quanto più per la linea stilistica adottata dal movimento che lo porta a rivisitare topos letterari e con essi forme letterarie ben radicate (si pensi, p. e., alla poesia “I fiori”, dove il tema della natura e della naturalità del reale, sinonimo di gioia, di tranquillità, di calma grandezza neoclassica, vengono assolutamente distorti tramite l’uso della metafora sessuale, tanto da riconoscere in quei fiori, in quella natura, una estremizzazione del dolore del poeta, che si sente soffocato da un’apparente bellezza naturale che lo circonda, ma che nasconde in verità segnali di morte, di dolore, di paura, di perversione); poi ancora il “Codice di Perelà” e le vivaci poesie futuristiche. Di qui, l’abbandono dell’Avanguardia (l’adesione alla Voce Bianca di de Robertis), nato proprio in virtù delle sue estremizzazioni a favore della guerra, quella “igiene” così tanto declamata e propagandata ma, sotto sotto, eternamente rifiutata dall’animo nobile palazzeschiano (si veda almeno “Due Imperi mancati”, completato poi con “Tre Imperi mancati”). E dunque la scrittura del manifesto dell’ “Antidolore” o del “Controdolore”, importantissimo documento, testimonio di quel lusus-ludus che martellerà come un leitmotiv inceppato tutte le opere romanzesche dagli anni venti fino a “Storia di un’amicizia”, 1971, con Cirillo e Pomponio. Infine le ultime poesie, una raccolta per tutte, “Via delle cento stelle”, che ci presentano un Aldone amorosone un po’ vecchione, stanco di vivere, ma sempre pronto allo schizzo, al guizzo, al buffo, al lazzo e parallelamente ad un bilancio esistenziale che, amaramente, cede lentamente il passo alla rassegnazione di una vita che sta per finire. Se Tozzi è il più grande narratore del primo Novecento, se Pasolini è il più grande elegiaco in prosa ed in versi del secondo Novecento, se Zanzotto è il più grande poeta del secondo Novecento, Palazzeschi-Giurlani copre tutto il Novecento come migliore interprete delle sensibilità artistico-stilistiche italiane (almeno le prime), fino ad una personalizzazione propria che fa del giuoco, del divertissement un’antifrastica chiave di lettura dell’Italia a Lui contemporanea.