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Buon compleanno a Mario Luzi

VEDI I VIDEO “Natura” , “In due” letta da Roberto Herlitzka , “Dalla torre” , “In Toscana. Un viaggio in versi con Mario Luzi”, documentario  di Marco Marchi, regia di Silvia Folchi e Antonio Bartoli (film completo)

Firenze, 20 ottobre 2017 –Ricordando che il 20 ottobre 2014 nasceva a Castello di Firenze il grande Mario Luzi.

Grazie alla Regione Toscana, che in occasione del centenario luziano del 2014 promosse e sostenne la realizzazione del documentario qui proposto nella sua completezza in allegato, Mario Luzi sarà qui con noi. Sarà qui, con la sua voce, con la sua poesia, immerso in quegli scenari fra terrestre e celeste che hanno costruito lo sfondo più familiare e quotidiano e insieme più misterioso e implicante della sua esistenza. Una geografia interiore, interiorizzata, pronta a riconvertirsi in fisicità e insieme in sigla di un’oltranza, in emblema di un senso recondito che a starci attenti traspare; tanti luoghi e tanti paesaggi in bilico tra natura e cultura, ripercorsi con lui, con la sua parola, in un cammino disponibile per sua intrinseca vocazione ad annullare troppo netti confini tra ciò che è e ciò che è stato. E un viaggio che segna piuttosto, ad ogni tappa del suo procedere, una confluenza, un esserci dinamico ed osmotico, di continuo variante e precipitante in se stesso, goccia dentro goccia di una liquida sostanza, proprio come accade per l’acqua dei fiumi di Luzi: fiumi promossi dalla sua opera, com’è noto, a indici di valore primario di una docenza naturale che insegna il permanere mutando, che accorda miracolosamente la trasformazione e il mutamento alla intangibilità consistente, noumennica e seducente, dell’essere.

Proprio nel nome di quei fiumi che fin dai tempi della Barca siglano il dipanarsi, il riconfermarsi e il progressivo evolversi della poesia di Luzi, mi rifaccio ad un titolo della sua vasta bibliografia: Discorso naturale. Il titolo – ben accordabile con quello del nostro testo del giorno, Natura – vale ovviamente in senso proprio per una silloge di scritti critici luziani sulla poesia, ma alla poesia, ad una complessiva concezione della poesia inveratasi in testi straordinari, più che alludere punta direttamente. Un titolo rivelatore a valenza allargata, utile in senso retrospettivo, come cifra riassuntiva di un intero cammino. Basta tornare a provarlo, ridicendosi soltanto alcuni celebri versi della Barca – «una verità che procede / intrepida, un sospiro profondo / dalle foci alle sorgenti» (cito da Alla vita) –, per ritrovare subito quel «discorso naturale» attivo, precocemente impostato e fin da allora magnificamente suffragato dagli esiti in parola di una registrazione: la registrazione di una «fisica perfetta» che tende misteriosamente a comunicare, a lasciarsi cogliere oltre ogni apparenza, oltre ogni superficie del visibile in cui pure prende forma, secondo la quale si plasma e si modella, nella quale, parte di una unitaria vicenda di «morte e ricominciamento», si incarna.

Si ripensa con forza all’epigrafe giovannea che Luzi volle adottare, mezzo secolo dopo La barca per la sua raccolta del 1985, Per il battesimo dei nostri frammenti – «In lei – la parola – era la vita; e la vita era la luce degli uomini» –, e gli spazi elettivi rivendicabili alla poesia di Luzi appaiono di nuovo, chiari, nitidamente necessari, «naturali». Si recupera insomma con facilità nel primo Luzi come in quello più tardo, pervenuto a libri come Dottrina dell’estremo principiante o come il postumo Lasciami, non trattenermi, il medesimo poeta: quello appena ventenne, come dicevamo, che rivolgendosi alla vita e cantando inaugura per via di trepide scoperte e partecipazioni quasi adolescenziali il suo discorso naturale, e quello solidamente maturo e ultimo che interroga con indomito rigore e sapienza i fondamenti della vita: fondamenti, verrebbe di dire, oggi tragicamente minacciati e soggetti a pesanti violazioni in atto, forse andati irrimediabilmente perduti, polverizzati e dispersi, oscurati del tutto.

Una parola, quella odierna, forse morta. Si respirava, al contrario, nella parola combaciante del principio; era lo specchio infallibile, mobile ed unitario, in cui la dominazione e l’intelligenza delle cose si garantivano a vicenda. Si arretra nel tempo e oggi quei pezzetti di verità caduti per terra, ridotti a poltiglia appannata, anacronistica e incapace di rifrazioni significanti, sembrano non interessare più nessuno. Sono incalchi dimenticati: suoni inerti, significanze obliterate e ammutolite, violentemente deprivate di umana espressione, di un qualificante sigillo, di un certificato di discendenza.

Credere nella poesia, per Luzi, è stato soprattutto credere nell’ulteriorità della creazione, a un movimento naturale che non si arresta e a cui è impossibile sottrarsi, pena la sottrazione dall’autentico, dalla riconoscibilità stessa del nostro – personale e collettivo – destino nel mondo. È una fedeltà a sfondo religioso, che presuppone un disegno segreto, nobile e solenne. Ed è una storia che – per via di sofferenza e di risarcimenti, ma anche per via di scelte e contributi partecipativi responsabili – incarica l’uomo, e non certo esclusivamente per fargli contrastare, per una sorta di pentimento o di malevolo paradosso, una distruzione inesorabilmente in atto, la smentita di un’origine e i progetti di perfettibilità ad essa connessi: storia e natura, natura e cultura, su di una stessa linea, in una medesima prospettiva, o se volete, tornando ai versi del libro d’esordio, in uno stesso alveo, nel recupero di quel «sospiro profondo» che si diffonde a ritroso «dalle foci alle sorgenti», pronto a ripercorrere ad ogni istante il cammino inverso, a sussumerlo e ribaltarlo in sé, in ogni tratto della sua molecolare direzionalità di cosa libera e nel contempo, attimo dopo attimo, obbediente.

L’accusa all’uomo d’oggi è schiacciante: l’«umanità», il suo impegnativo contrassegno specifico costituito dalla parola, latita. E tuttavia la speranza non ha mai abbandonato la poesia di Luzi, il suo «discorso naturale» – drammatico e passato per mille prove, drammaticamente culturale ed esatto – è un discorso all’interno del quale l’uomo può deludere ma rimane rilkianamente responsabile di un destino parallelo a quello della naturalizzazione: l’umanizzazione.

A ripercorrere l’intera opera di Mario Luzi questa complessa dialettica tra uomo e mondo si riscopre continuativamente efficiente: naturalmente intrinseca, propulsiva, vitale. Talché in un suo bellissimo quanto poco noto intervento del 1994 intitolato La voce della poesia nella sostanza del mondo – l’autore poteva legittimamente concludere, mettendo la sua testimonianza e le sue ipotesi accanto a quelle di altri poeti italiani novecenteschi a lui contemporanei, da Zanzotto a Giudici, a Sanguineti: «Ci si domanda a che cosa serve la poesia. Quando uno si pone questa domanda, è perduto alla poesia. La poesia può servire ed essere inutile, essere inutile e servire. A che? A sentire fino in fondo l’enigma della vita, nel suo bene e nel suo male».

L’irresistibile fascino di Luzi si irradia per me da queste pertinenze e secondo queste modalità. Ed è bello immaginare adesso – proprio come fin dall’inizio del nostro cinematografico «viaggio in versi con Mario Luzi» accade –, uniti nell’ascoltare la voce di un grande poeta, i luoghi di una vita che proprio grazie a quelle parole che li hanno espressi, significati e insieme elevati ad una significanza maggiore e inaspettata, davvero fra terra e cielo, non si arresta. Anche a quei luoghi, pronti a trasformare in simboli ed allegorie come pure a ricondursi alla primordiale originarietà degli elementi, Mario Luzi ha concesso quella «vita al quadrato» che l’arte concede a un artista proprio perché, essendo quella «vita al quadrato» cosa sua e non sua, a tutti ne faccia dono, con tutti la condivida. Ed è così che Luzi, vigile e premuroso, affabile e profondo come lui sapeva essere, è rimasto al nostro fianco: a rassicurarci, a farci sentire senza infingimenti e senza paure il drammatico ed esaltante «enigma della vita», ad insegnarci ancora, da una barca sull’acqua, a «vedere il mondo».

Marco Marchi

Natura

La terra e a lei concorde il mare
e sopra ovunque un mare più giocondo
per la veloce fiamma dei passeri
e la via
della riposante luna e del sonno
dei dolci corpi socchiusi alla vita
e alla morte su un campo;
e per quelle voci che scendono
sfuggendo a misteriose porte e balzano
sopra noi come uccelli folli di tornare
sopra le isole originali cantando:
qui si prepara
un giaciglio di porpora e un canto che culla
per chi non ha potuto dormire
sì dura era la pietra,
sì acuminato l’amore.

Mario Luzi

(da Poesie sparse)

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