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Non fiscale

COSA può fare ognuno di noi per combattere l’evasione fiscale? La prima cosa cui mi viene da pensare, anche se può sembrare un po’ scontata, è quella di non evadere. Banale, lo ammetto. Sta alla nostra coscienza e soprattutto alla nostra onestà. Ma forse si può fare anche dell’altro, ascoltando anche i consigli degli spot pubblicitari. Un cittadino attento e che vuole fare la sua parte – dicono – deve sempre pretendere una ricevuta fiscale, una fattura o uno scontrino ogni volta che acquista o consuma. Bene. Perché il pensiero, da un po’ di tempo, mi riporta a un paio di anni fa. Per motivi di vicinanza all’ufficio, quasi sempre, mi capitava di andare a fare colazione, pranzo e a volte anche cena sempre nello stesso bar-ristorante. Un locale molto frequentato nella mia città, forse il più frequentato in assoluto. Sempre pieno di clienti e con non meno di 10 dipendenti tra cassiere, baristi, camerieri ai tavoli, cuochi e altro. Più che un bar era – e credo lo sia ancora – una vera macchina da soldi. Un giorno, uscendo da lì con un collega, gli dissi: <Se non altro ti danno sempre lo scontrino…>. La risposta fu abbastanza netta: <Sì, ma guardalo lo scontrino. E guarda che non ci sia scritto non fiscale>.

UNA TRAPPOLA insomma? Un’evasione fiscale ripetuta quotidianamente sotto il naso? Il dubbio mi è rimasto. E l’altro giorno è tornato a palesarsi. Stessa città, altro bar: pranzo veloce (spremuta e panino), sigarette e via alla cassa a pagare. La barista batte i tasti sul registratore, mi dice a quanto ammonta l’importo che devo, lo scontrino intanto esce e io pago. Però il medesimo scontrino rimane lì, appeso al registratore, mentre la barista sorride e saluta. E no – penso e chiedo – e lo scontrino? La barista mi guarda un po’ così, poi lo strappa dal registratore e me lo consegna. Soddisfatto raggiungo l’auto e penso: <Ecco, se ogni cittadino italiano pretendesse scontrino, fattura o ricevuta darebbe il proprio contributto alla lotta anti-evasori>. Già, ma poco dopo leggo lo scontrino e torna la doccia gelata di qualche anno fa. La scritta è in bella evidenza: non fiscale. Ma come? Ecco. Ora basta, sbuffo alzando gli occhi al cielo. Vado dentro e protesto? Anzi no, più duro: telefono al 117 della Guardia di finanza. E qui si apre un mondo. L’operatore è cortese, ascolta quello che ho da raccontargli e mi ragguaglia: <Sa – dice senza incertezze – molti esercizi commerciali hanno un concordato (concordato?, ndr.) con l’Agenzia entrate ed emettono scontrini non fiscali>. E io – replico – come faccio a sapere se hanno questo concordato (concordato?) oppure se emettono scontrini che sono carta straccia? La risposta è eloquente: <Ma lei sta a posto così>. Nel senso che, se esco dal locale e fermano me per un controllo, quello scontrino ha valore.

IL DUBBIO resta. Impossibile capire. Io volevo essere certo che quel locale, dove sono andato, non evade il fisco, anche su un semplice panino e su una spremuta. Certo, sarebbe una goccia in mezzo al mare dell’evasione. Ma se ognuno offrisse il proprio contributo, pur piccolo, per remare nella stessa direzione non sarebbe male. Invece, anche in questo caso, il labirinto della burocrazia italiana, lastricato di lacci e lacciouli, concordati e altro, sembra sempre talmente intricato che viene il mal di testa solo a pensarci. L’importante, comunque, è insistere e tenere gli occhi aperti. Pretendendo sempre lo scontrino. Del resto si sa, in Italia ciò che conta è il pezzo di carta. Anche straccia. Strano Paese