L’Italia riporta a Tripoli il capo della polizia giudiziaria libica ricercato da una corte dell’Aja
Di Lorenzo Bianchi
Il capo della polizia giudiziaria libica Osama Anijem al Masri è stato immediatamente espulso dal nostro Paese perché era un “soggetto pericoloso”. Il 21 gennaio è deflagrato il caso del generale libico ricercato dalla Corte Penale Internazionale dell'Aia per crimini di guerra arrestato a Torino e poi rilasciato dalle autorità italiane. Il 23 gennaio il governo è intervenuto per la prima volta in maniera ufficiale sulla vicenda. Nel question time il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi ha fornito al Senato una prima risposta: dopo che la Corte d’appello di Roma lo ha scarcerato, al Masri è stato “rimpatriato a Tripoli, per urgenti ragioni di sicurezza, con mio provvedimento di espulsione, vista la pericolosità del soggetto” e per il fatto che dal momento del rilascio “era a piede libero in Italia”. Si è trattato della “misura più appropriata, anche per la durata del divieto di reingresso”, ha spiegato il titolare del Viminale, che la settimana prossima riferirà nuovamente in Parlamento, fornendo un approfondimento su tutti i passaggi della vicenda, “compresa la tempistica riguardante la richiesta, l'emissione e l'esecuzione del mandato di cattura internazionale, che - ha detto - è poi maturata al momento della presenza in Italia del cittadino libico”.
Il Pd ora chiede che sia la premier Meloni a riferire alle Camere. “Siamo di fronte a scelte fatte dal governo con il coinvolgimento di altri pezzi dello Stato - attacca il presidente dei senatori democratici, Francesco Boccia - si tratta di una decisione politica del governo italiano che ha riportato un criminale in Libia con un aereo di Stato. Questa decisione è stata presa a Palazzo Chigi. Giorgia Meloni non può nascondersi dietro i suoi ministri e deve venire in Parlamento a spiegare cosa è avvenuto”.
Sabato 19 gennaio la Corte Penale Internazionale dell'Aja, con una maggioranza di due giudici contro uno, ha spiccato un mandato d'arresto a carico del generale libico per crimini di guerra e contro l'umanità commessi nella prigione di Mitiga, vicino a Tripoli, dal febbraio 2011. Il provvedimento è arrivato dodici giorni dopo l'inizio del viaggio di al Masri in Europa, quando il libico aveva già attraversato Regno Unito, il Belgio e la Germania superando i controlli (nei mesi scorsi risulta essere stato anche in Francia, Olanda e Svizzera). Domenica 20 gennaio al Masri, da poco arrivato a Torino, è stato fermato e messo in carcere dalla polizia italiana. Il 21 gennaio è stato rilasciato dalla Corte d'Appello a causa di un errore procedurale: si è trattato di un arresto irrituale, perché la Corte penale internazionale non aveva in precedenza trasmesso gli atti al ministro della Giustizia. Infine, è stato rimpatriato dall'Italia con un aereo dei servizi segreti italiani. A Tripoli è stato portato in trionfo da decine di suoi sostenitori che lo hanno accolto festanti, come si vede sui social.
Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani però obietta che “L'Aja non è il verbo, non è la bocca della verità". "Si possono avere opinioni diverse - spiega rispondendo ai giornalisti - L'Italia non è sotto scacco di nessuno, siamo un Paese sovrano e facciamo la nostra politica”.
Sul caso l'Unione europea si sfila: “Non è la Commissione che deve attuare le decisioni della Corte, ma gli Stati membri”, dice un portavoce dell'esecutivo Ue. Per Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra “le parole di Tajani contro la corte penale internazionale sono sconsiderate.
L'avvocato Luigi Li Gotti, ex sottosegretario alla Giustizia nel governo Prodi, ha presentato una denuncia contro la premier, i ministri dell'Interno e della Giustizia, e il sottosegretario Mantovano, per favoreggiamento personale e peculato. Mentre in queste ore altre testimonianze sulla figura del generale libico sono arrivate da David Yambio, portavoce di Refugees in Libya: “Me lo ricordo bene, era il capo, era un torturatore, era lui a dare gli ordini di uccidere, di sparare e di ridurre in schiavitù. Era il capo a Mitiga, ma anche al lager di Jadida e in altre strutture”.
“All'inizio di febbraio del 2017 foto e filmati hanno documentato condizioni simili a campi di concentramento in cosiddette prigioni private. Testimoni oculari hanno riferito che in una struttura sono avvenute 5 esecuzioni capitali a settimana - con preavviso ai destinatari e di venerdì – solo per fare spazio a nuovi migranti”. Le parole fra virgolette sono in un cablogramma inviato a Berlino dall’Ambasciata tedesca in Niger. La sezione italiana di Amnesty International ha lanciato subito l’allarme. “Uccisioni di un numero imprecisato di profughi – riassume il messaggio della rappresentanza germanica a Niamei pubblicato dal quotidiano Die Welt – torture, stupri, deportazioni nel deserto e richiesta di tangenti sono avvenimenti quotidiani”.
La segnalazione era stata indirizzata anche alla Cancelleria Federale. La documentazione ha contribuito a indurre Angela Merkel a dichiarare che non è possibile raggiungere con la Libia un’intesa simile a quella con la Turchia che ha congelato il flusso dei profughi attraverso i Balcani. Non a caso il secondo comma dell’articolo due del memorandum di intesa fra l’Italia e la Libia, recepito nel vertice informale dell’Unione Europea a La Valletta, prevede “l’adeguamento e il finanziamento dei centri di accoglienza già attivi nel rispetto delle norme pertinenti”, utilizzando fondi “disponibili da parte italiana e finanziamenti dell'Unione Europea “. Tradotto dal burocratese significa cercare di rendere meno disumani i campi profughi libici.
L’ostacolo più rilevante da superare era che Tripoli garantisse agli inviati delle Nazioni Unite e della Organizzazione Internazionale per le Migrazioni la possibilità di accesso alle sedicenti “prigioni private”. L’intervento dell’Onu e dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, invocato dai Paesi della Ue riuniti a La Valletta, brilla invece per la sua assenza nel Memorandum fra Italia e Libia. Il testo prevede solo, nella premessa, che i “campi di accoglienza temporanei” nel Paese africano saranno “sotto l’esclusivo controllo del Ministero dell’Interno libico, in attesa del rimpatrio o del rientro volontario nei paesi di origine”, e che si cercherà di sottoscrivere ”accordi in merito” con gli Stati di provenienza oppure di fare pressione perché “accettino i propri cittadini”.
Nell’intesa fra l’Italia e la Libia sono elencati tutti i trattati stipulati fra i due Paesi, compreso quello firmato a Bengasi il 30 agosto del 2008 da Mu’ammar Gheddafi e da Silvio Berlusconi. Conscio dei molti paletti pretesi dai libici, il presidente del consiglio Paolo Gentiloni è stato molto circospetto nei suoi commenti sul Memorandum. "Non ci si può in nessun modo aspettare – ha messo le mani avanti - che all'improvviso la situazione cambi, ma è una finestra di opportunità alla quale l'Italia lavorerà". "Miracoli non se ne fanno – ha ribadito - ma la riduzione dei migranti illegali è un obiettivo al quale stiamo lavorando. Non ci sono bacchette magiche”.
