L'Oriente vicino

Trump è pronto a ordinare nuovi bombardamenti sull’Iran

in Esteri

Di Lorenzo Bianchi

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha deciso di alzare il tiro il 10 giugno. L’Iran ribatte colpo su colpo ai raid statunitensi. Un missile americano ha colpito una petroliera indiana al largo dell'Oman. Ventuno marinai sono stati tratti in salvo, almeno tre risultano dispersi. Il governo guidato da Narendra Modi ha convocato il rappresentante diplomatico statunitense. «L'Iran sta perdendo tempo, da Teheran solo chiacchiere, e ora dovrà pagarne il prezzo», ha minacciato Trump che si dice «pronto ad ordinare nuovi attacchi contro le centrali elettriche e i ponti iraniani». Non più, dunque, «solo raid difensivi e proporzionati come quelli di rappresaglia per l'abbattimento di un elicottero Apache. Li abbiamo colpiti duramente e li colpiremo duramente anche oggi», ha minacciato il presidente Usa dallo Studio Ovale a margine della firma del Secure America Act, la legge che porterà nelle casse delle autorità per l'immigrazione 70 miliardi di dollari.

Trump ha comunque ribadito la sua voglia di raggiungere un'intesa che, afferma, «è fatta e va solo firmata». Spera infatti in un accordo che metta fine al conflitto e che gli consenta di svincolarsi da una »debacle che lo sta trasformando - nota il quotidiano britannico Financial Times - in una sorta di Jimmy Carter che subì la crisi degli ostaggi del 1979. La diplomazia, dunque, continua a lavorare per cercare di spezzare l'impasse che si è venuta a creare nelle trattative. L'amministrazione americana segue la strada della massima pressione per costringere Teheran a cedere e a firmare un accordo. Per accelerare i colloqui i negoziatori del Qatar sono volati a Teheran nel tentativo di colmare le divergenze rimanenti e raggiungere l'intesa. Secondo le rete televisiva Iran International le tre ondate di attacchi americani dopo l’abbattimento dell'elicottero  statunitense nello stretto di Hormuz, hanno colpito Amol, Shiraz, Aligoudarz, Ahvaz, Bushehr, Bandar Abbas, Chalus, Teheran, Kelardasht, Sirik, Minab, Qeshm, l'isola di Kish e la parte occidentale di Teheran. L’Iran ha risposto con raid su alcune basi americane in Barhein e in Giordania. «Ci riserviamo il diritto all'autodifesa e alla legittima rappresaglia contro gli attacchi», ha avvertito Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri iraniano, dopo aver esortato i Paesi della regione a negare a Stati Uniti e ad Israele l'uso delle proprie infrastrutture.

«Non hanno nulla, non hanno una marina. Sono uno Stato fallito. Pensano che siamo dei cretini: gli ho concesso tempo, ma continuano a cincischiare», ha ribadito un Trump sempre più frustrato. Le rappresaglie reciproche rendono infatti la situazione estremamente volatile e aumentano il rischio che le due parti possano valicare le rispettive linee rosse. La Russia e la Cina chiedono una de-escalation. Gli Stati Uniti continuano a fare leva anche sulla pressione economica per strangolare la leadership dell'Iran. Il Tesoro americano ha imposto nuove sanzioni a nove individui ed entità accusati di aiutare i Pasdaran a procurarsi armi. Le forze armate americane mantengono il blocco ai porti iraniani per chiudere i rubinetti delle entrate petrolifere del regime. «È efficace. È un muro d'acciaio», ha detto Trump. Ma Teheran non sembra farsi intimorire e rilancia: «Ogni volta che il presidente Usa ha parlato ha ricevuto in risposta da noi un sonoro schiaffo», ha tuonato il portavoce dello Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane.

 

L'Iran ha abbattuto un elicottero Apache da combattimento statunitense   - il primo in questa guerra - che sorvolava lo stretto  di Hormuz. I due piloti sono «sani e salvi». «Sono appena stato informato dalle nostre grandi forze armate che, la scorsa notte, gli iraniani hanno abbattuto uno dei nostri sofisticatissimi Apache mentre pattugliava lo Stretto di Hormuz», ha rivelato il Donald Trump sul suo social Truth, avvisando che «gli Stati Uniti devono necessariamente rispondere a questo attacco». L'AH-64 Apache è precipitato il 7 giugno nei pressi delle coste dell'Oman, mentre stava «pattugliando le acque regionali». Armato con missili Hellfire, l'Apache è uno dei tipi di velivoli più temibili che operano nella regione: pattugliano la strategica via navigabile in parte per scoraggiare gli attacchi di piccole imbarcazioni e per abbattere i droni, ma si sono spinti sempre più vicino al territorio iraniano, comprese le isole controllate dall'Iran nello stretto e nel Golfo Persico. I due piloti sono stati salvati nel giro di due ore da un drone navale di superficie - dal design simile a un motoscafo - che li ha trasportati a terra: prima operazione di questo tipo condotta dalle forze statunitensi. In aprile i pasdaran avevano già abbattuto un caccia F-15E Strike Eagle e due membri dell'equipaggio erano stati tratti in salvo con un blitz ad alto rischio dopo essersi catapultati dal velivolo danneggiato ed essere atterrati in territorio ostile. Teheran ha già distrutto anche circa 30 droni Reaper, mentre alcuni caccia Usa sono andati persi a causa del fuoco nemico e amico dall'inizio della guerra.

Nella tarda serata del 7 giugno l'Iran ha lanciato ondate di missili contro Israele facendo scattare le sirene di allarme per la prima volta dal cessate il fuoco anche in vari Paesi del Golfo. Per Itamar Ben Gvir, il ministro dello stato ebraico per la Sicurezza Nazionale, «Teheran deve bruciare» I caccia israeliani si sono alzati in volo per contrattaccare il Paese degli ayatollah. Il presidente statunitense Donald Trump, subito informato dell'escalation, ha cercato di gettare acqua sul fuoco parlando sulla rete televisiva Fox: «Avete lanciato i vostri missili, basta così», ha intimato agli iraniani esortando Teheran a tornare al tavolo delle trattative e a raggiungere un accordo. «Con l'attacco a Beirut Israele ha superato tutte le linee rosse», ha affermato il comando militare iraniano rivendicando l'operazione come risposta al raid israeliano alla periferia meridionale di Beirut che ha colpito appartamenti in due edifici.

Due missili balistici lanciati dall'Iran contro il nord di Israele sono stati intercettati con successo dalle difese aeree dello stato ebraico, secondo quanto rendono noto le Forze Israeliane di Difesa. Non ci sono al momento notizie di feriti o di danni provocati dall'attacco, il primo condotto dall'Iran contro Israele dall'entrata in vigore della tregua dell'8 aprile scorso. Le autorità israeliane hanno deciso che l’8 giugno tutte le scuole rimarranno chiuse nel Paese in seguito al lancio di missili da parte dell'Iran.

«Ora basta». Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha strappato una precaria de-escalation in Medio Oriente dopo i nuovi bagliori di guerra nella notte del 7 giugno. «Ho detto a Bibi» che «è meglio che stia molto attento a quello che fa, perché potrebbe ritrovarsi molto presto da solo contro l'Iran», ha rivelato il tycoon, raccontando al canale televisivo privato Channel 12 la telefonata fatta a Benjamin Netanyahu. Vantandosi di essere riuscito a «ridurre la portata del raid» delle Forze Israeliane di difesa all'Iran ad operazione in corso. Israele e Iran hanno annunciato di aver sospeso gli attacchi poco dopo la chiamata e le parole postate da The Donald sul suo social Truth: «Smettete immediatamente di sparare».

Il quartier generale centrale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, dichiarando la conclusione delle operazioni, ha minacciato infatti «attacchi più duri e devastanti» qualora Israele riprendesse i bombardamenti nel sud del Paese dei Cedri, dove Hezbollah e i militari dello stato ebraico hanno continuato a scambiarsi colpi. Cinque persone hanno perso la vita a Tiro, secondo media arabi. nei pressi di un centro della Croce Rossa. Quattro erano operatori dell’organizzazione internazionale di soccorso. Il raid ha causato anche otto feriti. Il segretario del Consiglio nazionale supremo per la Sicurezza dell'Iran, Mohammad Bagher Zolghadr, ha addirittura ammonito che, «se la coalizione americano-sionista supererà ancora una volta il limite, la regione per loro diventerà un inferno».

Il Libano resta nel mirino. «Ognuno si è preso la sua soddisfazione. Israele ha fatto il suo attacco e l'Iran ha fatto il suo. Non ce n'è bisogno di un altro», aveva scritto poche ore prima il tycoon sui social, ribadendo poi che «i negoziati finali sulla pace (con l'Iran, ndr) stanno procedendo, salvo che l'ignoranza o la stupidità non si frappongano al loro cammino». Parlando con il quotidiano britannico Financial Times, dopo una telefonata col premier israeliano, il presidente americano ha quindi assicurato che il capo del governo dello stato ebraico non avrà «altra scelta» se non quella di accettare un accordo con Teheran. «Decido io. Decido tutto io. Non è Netanyahu a decidere», ha garantito Trump.

Intorno alle 11 di domenica 7 giugno, vicino alle comunità di Kochav Yair, Tzur Yitzhak e Tzur Natan, nel centro di Israele, Omar Yassin, un arabo-israeliano di 21 anni, è stato ucciso dalle forze di sicurezza dopo che aveva colpito in diversi luoghi spostandosi in macchina. Hamas in una dichiarazione alla tv del Qatar al Jazeera lo ha definito «risposta eroica alla continua aggressione contro Gaza e ai continui crimini contro la nostra gente in Cisgiordania e a Gerusalemme. La resistenza non si fermerà». La Jihad islamica palestinese si è associata alla rivendicazione. Yassin ha lasciato la cittadina di Taiba in Cisgiordania nella quale abitava intorno alle 10.30, raggiungendo dapprima il McDonald's della stazione di servizio vicina a Kochav Yair. Lì, restando dentro la macchina, ha sparato contro i civili, ferendone due. Poi é fuggito lungo l'autostrada 5533 ed è entrato a Tzur Yitzhak, dove ha diretto l'arma contro un civile che presidiava l'ingresso dell'insediamento, ferendolo. Quindi, ha continuato a fare fuoco dopo aver raggiunto Natan, colpendo un altro civile che sorvegliava il cancello dell'insediamento. Da lì, ha proseguito verso la comunità di Selait, nella quale ha notato seduto nella sua macchina Haim Kalomiti, 55 anni, un maggiore in pensione che, da riservista, faceva parte della sicurezza del moshav di Tzur Natan, e gli ha sparato. L'uomo è morto per le gravi ferite riportate, lascia la moglie e tre figli. Tra le persone colpite, due sono state sottoposte a un intervento chirurgico. L'attacco ha scatenato una vera e propria caccia all'uomo, alla quale hanno preso parte unità dell'esercito, del controspionaggio interno Shin Bet e della polizia. Le comunità dell'area nella quale si è spostato Yassin sono state allertate e per due ore gli abitanti sono rimasti barricati in casa.

Le Forze Israeliane di Difesa hanno individuato il terrorista, che aveva agito da solo, e lo hanno ucciso sul posto. Successivamente le strade di ingresso a Taiba e nella zona sono state chiuse per le indagini. L'attentatore non risultava tra i sospettati per terrorismo negli archivi dello Shin Bet. A Gaza la protezione civile di Hamas ha riferito che negli attacchi delle Forze Israeliane di Difesa in giornata sono state uccise dieci persone. L'esercito ha reso noto di aver eliminato martedì in un attacco mirato nel sud della Striscia Sakr Abu Karim, comandante di una cellula Nukhba di Hamas, uno dei registi dell'attacco al kibbutz Kissufim durante il massacro del 7 ottobre 2023.

Gli Hezbollah, i miliziani sciiti libanesi filoiraniani, hanno dichiarato di aver lanciato un drone contro una postazione militare nel nord di Israele, confermando un attacco avvenuto poche ore dopo che Israele aveva affermato di aver colpito Beirut in risposta ai raid transfrontalieri. In una dichiarazione, i miliziani del Partito di Dio hanno affermato che "in risposta alla violazione del cessate il fuoco da parte del nemico israeliano e agli attacchi che hanno colpito i villaggi nel sud del Libano... i combattenti della Resistenza islamica hanno preso di mira, alle 9:30 di domenica 7 giugno 2026, un gruppo di soldati nemici israeliani presso la caserma di Dovev". «Daremo una risposta ferma e dolorosa all'attacco del regime sionista su Dahiyeh. Questi cani rabbiosi devono essere puniti e rimessi al loro posto. Stanotte guardate il cielo dei territori occupati», aveva attaccato su X il deputato iraniano Ebrahim Rezaei. Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf aveva minacciato anche Washington. Trump, in un'intervista registrata il 5 giugno in Wisconsin, aveva assicurato di essere «molto vicino» ad un accordo con Teheran. Sullo sblocco immediato di 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati, Trump non sembra minimamente intenzionato a venire incontro alle richieste dei pasdaran. «Questo avverrà in un secondo momento», ha dichiarato il tycoon. «Se si comporteranno bene, se faranno un buon lavoro, allora inizieremo a discutere», ha aggiunto.

Teheran ha posto come condizione per un accordo lo sblocco di 24 miliardi di beni congelati, la metà dei quali alla firma dell'intesa. Secondo l’agenzia di stampa Reuters, Washington starebbe inoltre valutando di reindirizzare le risorse iraniane verso gli alleati del Golfo attaccati dall'Iran. Il segretario del Tesoro Scott Bessent avrebbe incaricato una squadra di valutare i costi dei danni già inflitti ma non ha precisato di che beni si tratti: una mossa che Teheran ha già bocciato come un'impudenza, affermando che i suoi asset «non sono bottino di guerra di Washington né un fondo di pagamento per suoi alleati». Trump ha avvertito:«Se non raggiungeremo un accordo, allora elimineremo le strutture con estrema durezza. E ce ne andremo prima di farlo, in questo modo la nostra sicurezza sarà comunque garantita.

Gli Emirati Arabi Uniti denunciano che un drone «proveniente da ovest» ha colpito un generatore elettrico e provocato un incendio vicino alla centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità locali hanno assicurato che non ci sono feriti e che non ci sono state ripercussioni sui livelli di sicurezza radiologica, ma hanno condannato l’attacco terroristico definendolo «inaccettabile». Il ministero degli Esteri ha affermato che queste azioni rappresentano una pericolosa escalation, una minaccia diretta alla sicurezza del Paese e una flagrante violazione del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e del diritto umanitario.

Teheran ha fatto passare trenta navi di Pechino attraverso lo stretto di  Hormuz proprio mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il pari grado cinese Xi Jinping «hanno concordato sulla necessità che la via d'acqua rimanga aperta per garantire il libero flusso energetico», del quale la Cina è la principale beneficiaria. Un funzionario della Marina dei Pasdaran iraniani ha riferito che dal 13 maggio trenta imbarcazioni cinesi hanno attraversato lo stretto di Hormuz col permesso di Teheran. Non è immediatamente chiaro in che misura questa mossa modifichi la situazione sul campo, dato che Teheran aveva già indicato, durante la guerra, che le navi neutrali, in particolare quelle legate alla Cina, potevano transitare nello Stretto a condizione che si coordinassero con le forze armate iraniane.

Le tensioni invece restano quando si tratta di natanti di Paesi non neutrali. È il caso della nave sequestrata al largo delle coste degli Emirati Arabi Uniti nei pressi dello stretto di Hormuz, «presa da personale iraniano mentre era all'ancora», ha reso noto la società britannica di sicurezza marittima Vanguard Tech. Si tratterebbe della Hui Chuan, che batte bandiera dell'Honduras, impiegata a supporto di attività ittica. Una conferma che i pasdaran continuano ad avere il controllo dello stretto, nonostante il bollettino del Comando Centrale degli Stati Uniti (in sigla inglese Centcom) che accredita la distruzione del 90% della base industriale iraniana nel settore dei missili, della Marina e dei droni. Ma Teheran, ha ammesso il comandante del Centcom, «conserva una capacità di disturbo, fatta di azioni di molestia, attacchi con droni e razzi di fascia bassa, nonché un residuo sostegno a forze per procura». Quanto basta per tenere Hormuz sotto scacco.

Il conflitto, per ora congelato dalla tregua, sta facendo emergere tensioni e divisioni nel mondo arabo. L'Arabia Saudita, sempre più allineata con il Pakistan (con il quale ha firmato un patto di difesa reciproca a settembre), con la Turchia e con l’Egitto, sostiene gli sforzi di mediazione guidati da Islamabad. Proprio Riad, secondo il quotidiano britannico Financial Times, ha discusso l'idea di un patto di non aggressione tra gli Stati del Medio Oriente e l'Iran nell'ambito dei colloqui con gli alleati su come gestire le tensioni regionali una volta terminata la guerra degli Usa e di Israele contro la Repubblica islamica. L'Arabia valuta come possibile modello il Processo di Helsinki degli anni '70, che contribuì ad allentare le tensioni in Europa durante la Guerra Fredda. La regione si prepara a un Iran postbellico indebolito, ma ancora percepito come una minaccia per i suoi vicini. Gli Stati del Golfo, in particolare, temono che una volta terminato il conflitto e ridotta la massiccia presenza militare americana nella regione, si ritroveranno a dover fare i conti con un regime islamico ferito e ancora più aggressivo.

Anche perché i colloqui riservati per tentare di arrivare a una pace curatura sono concentrati sul programma nucleare iraniano, non sull'arsenale di missili e droni della Repubblica islamica né sul suo sostegno ai gruppi armati regionali, che rappresentano invece le principali preoccupazioni degli Stati arabi. Gli Emirati Arabi Uniti sono lo Stato del Golfo più aggressivo nei confronti dell'Iran e dopo gli Accordi di Abramo hanno rinsaldato sempre più i rapporti con Israele. Fino a ricevere batterie di Iron Dome per intercettare missili e droni iraniani e a stendere il tappeto rosso durante la guerra per una «storica» visita segreta del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha voluto rivelarla forse per cristallizzare alla luce del sole la nuova geografia di alleanze in Medio Oriente. Abu Dhabi, in evidente imbarazzo, non ha gradito e ha addirittura smentito le notizie in merito per evitare ritorsioni di Teheran. Ma il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, durante il vertice dei Paesi non allineati Brics in India, non si è lasciato sfuggire l'occasione per accusare gli Emirati Arabi Uniti di essere stati «direttamente coinvolti nell'aggressione contro il mio Paese». «Coloro – ha avvisato - che colludono con Israele saranno chiamati a risponderne».

 

Teheran intanto, per la prima volta, ha dato conto di Mojtaba Khamenei, l'attuale Guida Suprema del Paese: ha riportato lesioni alla rotula e alla schiena, causate dai bombardamenti di fine febbraio che hanno ucciso il padre Ali Khamenei, ma gode di buona salute. Intanto, cresce l'insofferenza degli Stati Uniti nei confronti di Mosca e di Pechino per il sostegno allo sforzo bellico di Teheran: i dipartimenti di Stato e del Tesoro hanno inasprito le sanzioni americane contro tre aziende satellitari cinesi e dieci individui e altrettante aziende.

   Le forze militari Usa «neutralizzano», colpendole, due petroliere iraniane e scatenano l'ira di Teheran che, a stretto giro, accusa Washington di «avventurismo capriccioso» e di «comportamento sconsiderato». Il negoziato per la chiusura del conflitto tra le parti continua a navigare in acque incerte, con il rischio che salti una tregua molto precaria sotto la rinnovata minaccia del presidente Donald Trump di dar vita a un'azione militare «con molta più forza», in caso di mancata intesa sulla sua proposta di pace. L'accordo con l'Iran «potrebbe non accadere, ma potrebbe essere firmato da un giorno all'altro. Vogliono un'intesa più di quanto lo voglia io», ha rincarato il tycoon in uno dei suoi commenti rilasciati nelle ultime ore, segnalando la sua crescente frustrazione per lo stallo delle trattative.
La Marina iraniana ha sequestrato con «un'operazione speciale» una petroliera, identificata come la Ocean Koi, accusata dalle autorità di aver tentato di ostacolare le esportazioni di petrolio e gli interessi nazionali dell'Iran, secondo l'agenzia di stampa Tasnim, affiliata ai pasdaran. La notizia è stata seguita poco dopo dall'annuncio del Centcom sulle due petroliere senza carico neutralizzate nel Golfo di Oman e dirette verso i porti iraniani, nel tentativo di scardinare il blocco Usa. Il Comando militare centrale americano, quello che copre il Medio Oriente, ha riferito inoltre che «attualmente vi sono oltre 70 petroliere alle quali le forze statunitensi impediscono di entrare nei porti iraniani o di uscirne». Si tratta di navi commerciali che «hanno la capacità di trasportare oltre 166 milioni di barili di petrolio iraniano, per un valore stimato superiore ai 13 miliardi di dollari», ha riferito il Centcom su X. Secondo i dati di S&P Global Intelligence, nessuna nave commerciale gestita da compagnie di navigazione registrate ha attraversato da martedì lo Stretto di Hormuz. «In assenza di una chiara risoluzione, è più probabile che un eventuale aumento dei transiti inizi come un lento flusso piuttosto che come un esodo di massa, poiché rimarrebbero ancora da affrontare questioni operative e di sicurezza fondamentali prima che la fiducia sia pienamente ristabilita», ha ammonito Jeremy Domballe, di S&P Global Intelligence. In altri termini, la strada verso la pace duratura e il ritorno alla normalità è ancora lunga.

Donald Trump ha consegnato una nuova proposta di pace all'Iran assicurando che, se accettata, chiuderà il conflitto aperto il 28 febbraio con l'operazione Epic Fury. Altrimenti, ha ammonito il presidente americano sul suo social Truth, i bombardamenti ripartiranno «a un livello e con un'intensità molto maggiori rispetto a prima». Teheran ha iniziato le sue valutazioni di fronte all'ultimo brusco cambio di rotta di Trump, tra indicazioni in parte positive e altre che vedono in alcune richieste Usa una «resa senza condizioni inaccettabile».

Il tycoon ha scompaginato nuovamente le carte in poche ore: dopo aver notificato al Congresso la fine dell'operazione Epic Fury (annuncio dato dal segretario di Stato Marco Rubio), martedì in tarda serata ha sospeso il piano Project Freedom, l'iniziativa militare statunitense lanciata appena 24 ore prima per scortare le navi commerciali fuori da Hormuz, motivandola con il «fatto che con l'Iran sono stati compiuti grandi progressi verso un accordo completo e definitivo». Un nuovo slancio che 12 ore dopo, in un'intervista di al canale televisivo pubblico Pbs, lo ha portato a ipotizzare che Usa e Iran potrebbero firmare l'accordo prima del suo viaggio in Cina, in calendario per il 14 e il 15 maggio, durante il quale incontrerà il presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping.

Il processo proposto, della durata di un mese, affronterebbe il delicato tema del programma nucleare iraniano, con Teheran che dovrebbe accettare una moratoria sull'arricchimento dell'uranio in cambio di un allentamento delle sanzioni e dello sblocco dei beni iraniani congelati. Nulla è stato ancora concordato, ma le indiscrezioni parlano di parti che non sono mai state così vicine a un accordo dallo scoppio del conflitto. Le ragioni sono piuttosto chiare: l'economia dell'Iran è al collasso con il blocco navale di Hormuz e i danni dei bombardamenti di Usa e Israele. Mentre Trump deve fare i conti sul fronte interno con la circostanza che il conflitto è sempre più impopolare e con i prezzi della benzina, la cartina al tornasole degli umori dei consumatori americani, che si avvicinano ai 5 dollari al gallone contro i 2,80 dei giorni che hanno preceduto il conflitto. Uno scenario insostenibile per il tycoon e per le sue ambizioni di mantenere il Congresso nel controllo del Grand Old Party nelle elezioni di mid term a novembre. A dispetto delle indicazioni positive dalle primarie repubblicane di martedì nell'Indiana, uno stato nel quale cinque candidati sostenuti da Trump hanno vinto, il presidente continua a perdere terreno nel gradimento popolare. Intanto, i mercati azionari hanno festeggiato le aspettative di schiarita e i prezzi del petrolio sono scesi, con tensioni al rialzo dopo l'invito di Trump all'Iran «ad accettare la proposta». La portaerei americana Uss Gerald Ford ha lasciato il Mediterraneo per tornare in Virginia, quella francese Charles-de-Gaulle ha superato il Canale di Suez per posizionarsi nella regione del Golfo. Per l'Eliseo, è il «segnale» che la coalizione promossa insieme a Londra è «pronta» ed è «capace» di garantire la «sicurezza» nello stretto di Hormuz. L'esercito statunitense intanto ha annunciato di aver aperto il fuoco contro una petroliera battente bandiera iraniana che tentava di forzare il blocco dei porti iraniani imposto da Washington.

E' appena scaduto il termine dei 60 giorni previsto dalla legge americana perché un presidente notifichi al Parlamento una guerra e chieda l'autorizzazione. L'amministrazione Trump ritiene invece che la tregua scattata il 7 aprile abbia bloccato il conteggio e «terminato» il confronto diretto Iran-Usa. Una spiegazione che non convince molti anche fra i repubblicani e che rischia di aprire un nuovo pericoloso fronte in vista delle elezioni di Midterm in calendario per novembre.  Donald Trump, ha notificato al Congresso che le «ostilità contro l'Iran iniziate il 28 febbraio 2026 sono terminate»" il 7 aprile quando Washington e Teheran hanno concordato un cessate il fuoco temporaneo, poi prorogato. Il malcontento di Trump per l’atteggiamento degli alleati della Nato nella crisi iraniana potrebbe sfociare nel ritiro di 5000 soldati americani dalla Germania. La notizia è filtrata da alcuni funzionari alla rete televisiva Cbs.

Quattordici pasdaran sono stati uccisi e altri due feriti durante un'operazione di sminamento di ordigni inesplosi nella provincia di Zanjan, nel nordovest dell'Iran. Lo ha dichiarato la sezione provinciale dei Guardiani della rivoluzione, secondo quanto riferisce la testata Iran International. L'unità Ansar al-Mahdi dei Pasdaran a Zanjan ha dichiarato che le squadre di artificieri erano entrate in un'area contaminata per identificare e neutralizzare munizioni inesplose rimaste da recenti attacchi aerei, quando è avvenuta l'esplosione. Nell’ospedale della stessa città è stata ricoverata d’urgenza la dissidente Narges Mohammadi, premio Nobel per la pace, dopo un deterioramento catastrofico delle sue condizioni di salute, inclusi due episodi di completa perdita di conoscenza e una grave crisi cardiaca". La notizia è stata divulgata dalla Fondazione Mohammadi sul suo account X, secondo la quale «il trasferimento è stato effettuato dopo che i medici del carcere hanno determinato che le sue condizioni non permettevano che fosse curata dietro alle sbarre». La sua famiglia ha descritto questo trasferimento come un'azione disperata, «all'ultimo minuto, che potrebbe essere tardiva».

I nodi da sciogliere restano tanti: dal programma nucleare iraniano a quello balistico, dal sostegno agli alleati locali dell’Iran, i proxy, allo sblocco dello stretto di Hormuz. Teheran insiste sui risarcimenti di guerra, sulla revoca delle sanzioni e del blocco navale americano sui porti iraniani. Lo stretto di Hormuz resta chiuso, anche se qualche nave passa, fra queste è stato segnalato il sontuoso yacht dell'oligarca russo Alexey Mordashov (sanzionato dagli Usa). La tregua resta fragile nel sud del Libano, dove continuano gli attacchi reciproci tra Israele e gli Hezbollah, la milizia filoiraniana. L'ultimo raid delle Forze Israeliane di Difesa ha ucciso sei persone nel Paese dei cedri.

Trump è già in forte calo nei sondaggi: le rilevazioni dell’agenzia di stampa Reuters, di Strenght in Numbers-Verasight e Ap-Norc lo indicano fra il 33 e il 36 per cento dei consensi, mentre per Nbc è sul 37 per cento. Prolungare la guerra rischia di farlo crollare ancora di più, bruciando quasi ogni chance dei conservatori per le elezioni di metà mandato. La freddezza del tycoon su un possibile nuovo attacco ha portato al compromesso di estendere la tregua mantenendo la pressione sull'Iran fino alla presentazione di un'offerta concreta per con il blocco dello Stretto di Hormuz.

Nel frattempo la più grande portaerei del mondo, la Uss Gerald R. Ford, è rientrata nelle acque del Medio Oriente dopo essere rimasta in porto del Mediterraneo per riparazioni. Dalla Ford potrebbero partire i caccia per riprendere i raid su obiettivi iraniani, a negoziato fallito: sembra essere questa l'opzione militare preferita da Trump che, secondo il quotidiano economico Wall Street Journal, non approvò la conquista dell'isola di Kharg temendo un numero significativo di vittime fra i soldati. Il fatto è che anche gli iraniani si stanno preparando a riprendere le ostilità: gli alti comandi aerei hanno assicurato che «durante il cessate il fuoco è aumentata la nostra velocità di rifornimento delle piattaforme di lancio di missili e droni rispetto a prima della guerra».

«L'annuncio di Trump di un accordo per la consegna dell'uranio arricchito è falso», ha dichiarato un alto funzionario iraniano alla testata del Qatar Al-Arabi Al-Jadeed, «i negoziati continuano, ma non si intravede una soluzione chiara alla luce delle eccessive richieste americane che rimangono illogiche e irragionevoli». «Se il blocco marittimo dovesse continuare, sarà considerato una violazione del cessate il fuoco e il transito attraverso lo Stretto di Hormuz verrà interrotto», è il monito affidato a Tasnim, agenzia stampa vicina ai Pasdaran, da fonti del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano. Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri di Teheran, aveva annunciato nel primo pomeriggio del 17 aprile su X la riapertura completa alle imbarcazioni civili del passaggio marittimo vitale per il commercio internazionale fino alla fine del cessate il fuoco. La notizia ha fatto riprendere fiato ai mercati europei e ha abbassato del 10% le quotazioni petrolifere. Trump aveva risposto a stretto giro che la Repubblica Islamica si era impegnata a «non chiudere mai più» lo stretto attraverso il quale, in condizioni normali, transita un quinto degli idrocarburi mondiali. L’Iran non ha confermato.

Dopo 24 ore Teheran ha richiuso lo Stretto di Hormuz al traffico commerciale, mettendo nel mirino alcune imbarcazioni civili. Per la teocrazia iraniana il blocco dello stretto di Hormuz resterà in vigore fino alla cessazione definitiva delle ostilità. Il regime ha accusato Trump di parlare troppo. «Non potete ricattarci», ha replicato il tycoon, che ha riunito i vertici dell'amministrazione nella situation room per prepararsi anche allo scenario di una ripresa a breve dei raid se non ci sarà «una svolta» nella trattativa. La mini-apertura di Hormuz ha consentito il passaggio di appena una dozzina di navi tra petroliere, mercantili e navi da crociera. La nuova stretta è scattata perché gli americani «continuano a compiere atti di pirateria con il loro blocco navale, ha affermato il comando delle forze armate iraniane.
Mojtaba Khamenei, che non appare in pubblico dalla sua nomina a Guida Suprema, con un messaggio scritto ha avvertito che la sua Marina è «pronta a far assaggiare al nemico l'amarezza di ulteriori sconfitte». Sono stati segnalati colpi contro due mercantili indiani, con danni limitati ad uno, mentre una nave da crociera battente bandiera maltese ha segnalato uno schizzo d'acqua nelle vicinanze, al quale è seguito l'avviso dei Pasdaran a non andare oltre. Per il blocco statunitense finora 23 navi sono state costrette a «fare ritorno in Iran», ha fatto sapere il Comando centrale statunitense nel suo ultimo aggiornamento. La Casa Bianca non ha intenzione di revocarlo fino alla fine dei negoziati, per mantenere alta la pressione sull'Iran.
Il principale punto di disaccordo è e resta la questione nucleare. Ismail Baqaei, portavoce del ministero degli Esteri iraniano, ha dichiarato alla televisione di stato che «L'opzione di trasferire all'estero il nostro uranio arricchito è inaccettabile e non andrà da nessuna parte». È una secca smentita delle dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti. Donald Trump aveva scritto sul suo social Truth che «gli Usa si prenderanno tutta la polvere nucleare creata dai nostri fantastici bombardieri B2», riferendosi all’uranio arricchito (al sessanta per cento invece del cinque sufficiente per l’uso civile) che, a suo dire, sarebbe stato sepolto dagli attacchi statunitensi.Nel frattempo, Teheran ha mandato anche un segnale di disponibilità. Attraverso lo Stretto di Hormuz circa venti navi stanno lasciando il Golfo Persico, scrive l’agenzia di stampa Reuters sulla base dei sistemi di tracciamento dei natanti. Secondo l’agenzia on line Axios in cambio della riapertura di Hormuz gli Usa sbloccherebbero 20 miliardi di fondi iraniani congelati. Trump ha smentito.

il 13 aprile Donald Trump si era scagliato anche contro il Papa Leone XIV. «Non sono un suo grande fan»: è un «debole e pessimo nella politica estera. Preferisco di gran lunga suo fratello Louis che è totalmente Maga, l'acronimo inglese di "Make America Great Again" (ndr. fate l'America di nuovo grande). Lui ha capito tutto», ha tuonato nella notte fra il 12 e il 13 aprile in un lungo post sul suo social Truth. La replica non si è fatta attendere: «Non mi fa paura» e «non voglio aprire un dibattito», ha detto Prevost ai giornalisti sbarcando in Algeria. «Non sono un politico: smettiamola con le guerre!», ha esortato il pontefice. «Continuerò a farlo ad alta voce», ha aggiunto. «Non c'è nulla di cui scusarsi», il Papa «ha detto cose che sono sbagliate», ha insistito qualche ora dopo Trump. Leone XIV è «debole sulla criminalità», lo ha poi accusato riferendosi ai migranti. E «non gli piace quello che stiamo facendo sull'Iran. Ma l'Iran vuole essere un Paese con l'arma nucleare e sterminare il mondo. Non accadrà», ha incalzato in un vero e proprio show improvvisato alla Casa Bianca per sponsorizzare la sua proposta di abolizione delle tasse sulle mance. Un palco che gli è apparso come l'occasione giusta per tornare sulla bufera scatenata nella notte. Nei giorni scorsi Leone ha criticato il presidente per i suoi commenti sull'Iran, definendo «inaccettabile» la minaccia di Trump di distruggere un'intera civiltà e invocando a gran voce la pace in Medio Oriente. Durante la domenica delle Palme, il papa ha anche esortato a non usare Dio per giustificare i conflitti. Parole che paiono dirette al capo del Pentagono Pete Hegseth e alle sue ripetute citazioni cattoliche e di fede per spiegare la guerra in Medio Oriente. Teheran però è solo l'ultimo dei fronti che da mesi vedono contrapporsi Trump e Leone. I primi screzi sono stati sulla stretta della Casa Bianca all'immigrazione, fatta di raid nelle maggiori città americane, anche nella Chicago di Robert Prevost. Il presidente aveva incassato senza rispondere.

Ora, con l'annuncio del blocco navale di Hormuz, sorgono nuove domande sulla sicurezza della navigazione e sul trasporto di petrolio. Lo stretto, infatti, è già nel caos e la mossa di Trump potrebbe accrescere la pressione nelle acque internazionali modificando i flussi di navigazione e condizionando l'economia globale. Per non parlare dell'altro ordine emanato dal tycoon, quello di intercettare e bloccare tutte le navi che hanno pagato un pedaggio all'Iran, che potrebbe ripercuotersi sulla movimentazione delle merci. Jamie Dimon, l'amministratore delegato della banca JPMorgan Chase, , ha dichiarato in una recente lettera agli azionisti che, se la guerra dovesse continuare, si verificherebbero «significativi e continui shock sui prezzi del petrolio e delle materie prime, insieme a una riorganizzazione delle catene di approvvigionamento globali, che potrebbero portare a un'inflazione più persistente e, in ultima analisi, a tassi di interesse più elevati.
I negoziati diretti sono cominciati dopo una mattinata di mediazione da parte del premier pachistano Shehbaz Sharif, mentre Teheran stabiliva le proprie linee rosse, tra le quali il controllo dello Stretto di Hormuz e il pagamento di riparazioni di guerra. Ma anche lo sblocco dei beni iraniani e un cessate il fuoco da far rispettare in tutta la regione, compreso il Libano, due pre-condizioni poste per il faccia a faccia. Un rapporto senza fonti delle agenzie di stampa iraniane ha affermato che l'accettazione dello sblocco dei beni iraniani in Qatar (e in altre banche estere) e la limitazione degli attacchi israeliani in Libano erano sufficienti per avviare colloqui diretti, anche se fonti Usa hanno smentito la prima notizia e le Forze Israeliane di difesa hanno continuato i raid contro Hezbollah, facendo 18 vittime nel sud del Paese dei cedri. Mentre in serata il premier Benjamin Netanyahu ha avvisato che Israele sotto la sua guida «continuerà a combattere il regime terroristico dell'Iran e i suoi alleati», rivendicando risultati «storici» per aver «annientato» i programmi nucleari e missilistici balistici di Teheran.
Versioni contrastanti anche sul transito di navi da guerra Usa nello stretto di Hormuz per bonificarlo dalle mine piazzate disordinatamente dai Pasdaran, come annunciato da Trump. La tv di stato iraniana ha negato, spiegando che una nave americana ha fatto dietrofront dopo che Teheran aveva minacciato di attaccarla entro 30 minuti se avesse varcato lo stretto. Ma in serata il Comando Centrale Usa (Centcom) ha confermato che due due navi da guerra americane, la USS Frank E. Peterson e la USS Michael Murphy, hanno attraversato Hormuz per una operazione di sminamento. 
Una serie di raid sulle infrastrutture civili iraniane, come ponti e autostrade, è scattata diverse ore prima della scadenza dell'ultimatum del presidente americano. «Un'intera civiltà morirà stanotte, non vorrei ma è probabile», ha rincarato in seguito Donald Trump sul suo social Truth. Le bombe di Israele e degli Usa sono tornate a cadere sull'isola di Kharg, dalla quale parte il 90 per cento delle esportazioni iraniane di petrolio, e sulla città santa di di Qom, nella quale, secondo l'intelligence di Israele, si starebbe curando un Mojtaba Khamenei ormai «in stato di incoscienza» .
 «Possiamo distruggere l'Iran in una notte», aveva minacciato Trump dopo aver dato tempo alla teocrazia di riaprire lo Stretto di Hormuz entro le 2 italiane di mercoledì 8 aprile. Nel frattempo i caccia americani e israeliani si sono alzati in volo per colpire target specifici in territorio iraniano. Le autorità locali hanno segnalato raid su un'importante autostrada che collega la città di Tabriz a Teheran. La grande arteria è stata chiusa. Ancora, attacchi alle linee ferroviarie, con tutti i treni da e per Mashhad, seconda città del Paese, cancellati per precauzione dopo un avvertimento israeliano che esortava i civili a non viaggiare su rotaie. Nel mirino sono finiti due ponti, a Kashan e vicino alla città santa di Qom.
Le bombe hanno investito l'isola di Kharg per la seconda volta dall'inizio della guerra colpendo solo obiettivi militari e non strutture della logistica dell'export del petrolio. Benjamin Netanyahu, commentando gli ultimi attacchi, ha riferito che i ponti e le ferrovie erano utilizzati dalle Guardie Rivoluzionare «per trasportare materie prime per armi, armamenti e i loro operativi che attaccano noi, gli Stati Uniti e altri Paesi della regione». Non c'è stata nessuna azione mirata contro la popolazione, ha puntualizzato, come a voler confermare che si è trattato di un ultimo avvertimento ai mullah prima di «scatenare l'inferno» evocato dal Trump, ossia la distruzione della rete di approvvigionamento energetico dell'Iran. Il presidente americano, mentre le lancette del countdown continuavano a correre, è arrivato ad immaginare la distruzione di «un'intera civiltà». Ma nel consueto lessico che alterna brutalità e messaggi concilianti il tycoon ha lasciato aperto uno spiraglio: «Ora che abbiamo un cambio di regime completo e totale - nel quale prevalgono menti diverse, più acute e meno radicalizzate - forse potrebbe accadere qualcosa di meraviglioso e rivoluzionario». In effetti la diplomazia, anche in questa fase critica, non si è interrotta. 
Nel caso di un fallimento della trattativa il ricorso degli Usa alla bomba atomica sarebbe comunque scongiurato. La Casa Bianca lo ha detto pubblicamente, per correggere le interpretazioni alle ultime dichiarazioni di Vance. Il vicepresidente, parlando da Budapest al fianco di Orban, aveva parlato di «strumenti non ancora utilizzati che il presidente può e deciderà di usare se l'Iran non cambia condotta». 

Per ora continuano a passare per Hormuz soltanto i natanti di Paesi non ostili all'Iran, come l’India e la Cina. Tra le opzioni militari per ottenere la resa del nemico, Trump valuta anche una missione per recuperare i 450 chilogrammi di uranio arricchito accumulati dal regime di Teheran. Un'operazione complessa - rileva il quotidiano economico americano Wall Street Journal - che vedrebbe le forze di Washington operare all'interno del Paese per giorni o per un periodo più lungo. Rischi maggiori comporterebbe l'attacco all’isola di Kharg, il porto dal quale parte il 90 per cento del petrolio iraniano, sia con uno sbarco di paracadutisti sia nel caso di un'incursione anfibia. Secondo fonti di intelligence Usa Teheran ha schierato nell'isola altre truppe e nuovi sistemi di difesa aerea.

Nel trentesimo giorno di conflitto un raid sul porto iraniano di Bandar Khamir ha ucciso cinque persone. A Teheran Israele sostiene di aver colpito centri di comando militare, impianti di produzione di missili, sistemi di difesa e di comunicazione. Un vettore lanciato da u drone avrebbe centrato un edificio di alloggi e di negozi nel quale si trova anche la sede del network televisivo del Qatar «Al Araby», ferendo dieci persone. Secondo le autorità dell’Iran, riferisce il network del Qatar Al Jazeera, dall’inizio della guerra hanno perso la vita 2076 persone e 26500 sono state ferite. I minori deceduti sono 216, molti dei quali erano alunne della scuola elementare femminile di Minab. Più di 300 strutture mediche e sanitarie sono state colpite.

Gli Houthi dello Yemen,  sono entrati in guerra il 28 marzo, hanno annunciato una seconda ondata di attacchi. Secondo il ministero della salute libanese dall’inizio della guerra fra lo stato ebraico e gli Hezbollah ricominciata il 2 marzo hanno perso la vita 1238 persone, fra le quali 124 Bambini. Il 29 marzo è caduto un paramedico. Era su un’ambulanza colpita da un missile. Per l’Organizzazione mondiale della sanità è il cinquantunesimo operatore sanitario freddato in meno di un mese. In Kuwait dieci militari hanno riportato ferite per un colpo che ha raggiunto una struttura militare non meglio identificata. Negli Emirati Arabi Uniti il sistema di difesa nelle ultime 24 ore ha intercettato 42 droni e 26 missili.

A Islamabad sono iniziate le consultazioni dei negoziatori di Pakistan, Turchia, Egitto e Arabia Saudita. Sono concentrate prevalentemente sulle proposte per riaprire lo Stretto di Hormuz, del quale l’Iran avrebbe chiesto il controllo nella risposta al piano per la pace in 15 punti degli Stati Uniti. Allo studio, secondo le indiscrezioni raccolta dall’agenzia di stampa Reuters, c'è l'ipotesi avanzata dall'Egitto che prevede l'imposizione nello Stretto di tariffe simili a quelle del Canale di Suez. Turchia, Egitto e Arabia Saudita da parte loro potrebbero invece formare un consorzio per gestire il passaggio dei flussi di petrolio attraverso Hormuz, proposta che sarebbe stata discussa con Usa e Iran. La riapertura del passaggio è ritenuta centrale dai paesi del Golfo, che devono all'oro nero la loro ricchezza e la loro forza sul palcoscenico mondiale. Se dovesse restare chiuso a lungo i prezzi del greggio schizzerebbero in alto, le loro entrate calerebbero e una recessione globale sarebbe inevitabile.

Le alternative a disposizione di Trump al momento appaiono limitate.  Nel piano per la pace in 15 punti presentato dalla Casa Bianca c'è la rinuncia di Teheran all'arma nucleare e all'uranio arricchito e non è ancora chiaro quale sia la linea rossa fissata da presidente. Il tycoon, infatti, continua a inviare messaggi contrastanti sulla guerra, contribuendo così a spaccare il movimento Maga che lo sostiene e mettendo in pericolo le chance di nomination al 2028 di JD Vance. Il vicepresidente ha visto calare dal 61% al 58% le sue preferenze al sondaggio della Cpac, la conferenza dei conservatori durante la quale i giovani repubblicani hanno bocciato il presidente, la guerra e la difesa senza se e senza ma di Israele. Le prime crepe sono emerse anche nel fronte finora compatto dei repubblicani in Congresso, per i quali 'boots on the ground' potrebbero essere il limite da non valicare, neanche per il presidente.

Secondo Il Wall Street Journal nel primo mese di guerra i morti sono stati più di 3.000 e gli sfollati quattro milioni. Gli Stati Uniti e Israele hanno sferrato 18.000 attacchi aerei, colpendo migliaia di obiettivi. Raid che hanno causato spese stimate fra gli 1,4 e gli 1,9 miliardi di dollari solo nelle prime tre settimane. L’Unicef è profondamente preoccupato per l'impatto mortale che l'attuale escalation militare in Iran sta avendo sui bambini. Secondo le notizie, circa 180 bambini sono stati uccisi e molti altri feriti. Tra le vittime ci sono 168 bambine.

L'Iran ha ufficializzato l'abbassamento a 12 anni dell'età minima per il reclutamento in corpi paramilitari, precisando che i minorenni in divisa saranno relegati a ruoli ausiliari. Secondo quanto dichiarato dai vertici del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica, l'iniziativa «Per l'Iran» impiegherà i giovanissimi in attività di pattugliamento, presidio dei posti di blocco e gestione della logistica. La misura viene presentata dalle autorità come una risposta alle numerose «richieste di partecipazione» spontanea dei minori. Il provvedimento solleva pesanti interrogativi in merito al rispetto della Convenzione sui diritti dell'infanzia, sottoscritta anche dall'Iran, che impegna gli Stati a non reclutare minori di 15 anni, e che innalza a 18 anni l'età minima per la partecipazione diretta alle ostilità. Lo Statuto di Roma, inoltre, classifica esplicitamente come crimine di guerra l'arruolamento o l'impiego in combattimento di bambini di età inferiore a 15 anni.

Sull’altro versante gli Stati Uniti ammettono di avere ancora 3.554 obiettivi da colpire. «Saranno completati abbastanza rapidamente» ha detto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump parlando a Miami. «Abbiamo eliminato il 97 per cento dei loro lanciatori», ha aggiunto. Forse per alleviare il peso di questa ammissione Trump ha detto di aver ricevuto un briefing dalla Cia nel quale è stato informato che il nuovo ayatollah dell'Iran, Mojtaba Khamenei, è omosessuale. È stato il New York Post a diffondere per primo la notizia il 16 marzo, riferendo che, secondo la Cia, il padre Ali Khamenei temeva che la sessualità del figlio lo rendesse inadatto a succedergli come Guida Suprema. Secondo quanto riferito, Trump si sarebbe mostrato divertito dalla valutazione dell'intelligence Usa sul giovane Khamenei che intratterrebbe da tempo una relazione con il suo tutore nominato quando era un bambino.

Il presidente degli Stati Uniti però ha problemi più seri ai quali pensare. Nel corso di un'intervista telefonica con il canale televisivo americano Fox News ha definito «terribili» i dati di un sondaggio che ha rivelato il suo più alto tasso di disapprovazione di sempre. Il 59% degli intervistati ha dichiarato il suo dissenso rispetto all'operato di Trump, e il 47% ha affermato di disapprovarlo fortemente. Solo il 41% degli americani ha detto di sostenere il lavoro del tycoon. Tra Washington e Teheran sono cominciati colloqui riservati. Il presidente degli Usa giura che «stanno procedendo molto bene», tanto da spingere Trump a estendere, su richiesta del regime teocratico, di dieci giorni la sospensione degli attacchi sulle centrali energetiche del Paese. Il nuovo tempo finale dell’ultimatum è fissato per «lunedì 6 aprile alle 20, ora di Washington».

Sul terreno le Forze di Difesa israeliane hanno annunciato di aver ucciso il comandante della Marina dei Pasdaran, Alireza Tangsiri. Otto persone sono morte negli intensi raid aerei sul sud del Libano dove l'obiettivo, per Israele, resta «eliminare Hezbollah dai nostri confini». Il Commander-in-Chief, secondo il Wall Street Journal, in ogni caso chiede una rapida fine della guerra, auspicabilmente prima di vedere Xi Jinping in Cina a metà maggio. Forse per questo i messaggi sono, appunto, contrastanti e The Donald sembra andare a ruota libera: parla di iraniani che smentiscono le trattative per paura che i negoziatori finiscano nella rappresaglia di chi si oppone all'interno e, allo stesso tempo, di una Teheran che lancia messaggi di apertura avendo «autorizzato il passaggio di dieci petroliere» a Hormuz.

La guerra non conosce soste. «Un caccia F-18 appartenente alle forze armate degli Stati Uniti è stato colpito oggi da un missile iraniano inquadrato in un nuovo sistema di difesa aerea ed è caduto nell'Oceano Indiano», hanno affermato i Pasdaran. Secondo i Guardiani della Rivoluzione. Il velivolo è stato colpito nei pressi del porto iraniano di Chabahar, nella parte sud-orientale del Paese. In base a quanto riportato dalla televisione di Stato iraniana, il caccia sarebbe stato centrato da un sistema di difesa aerea portatile.

L'amministrazione Trump pare aver trovato un interlocutore nel potente capo delle forze armate di Islamabad, Asim Munir, che il presidente americano ha definito l'anno scorso il suo «Maresciallo di campo preferito». Il Pakistan è entrato nel cosiddetto «Board of Peace» per Gaza e ha appoggiato la richiesta di Trump di ricevere il Nobel per la pace sostenendo che la fine degli scontri tra India e Pakistan l'anno scorso fosse merito suo. L’agenzia di stampa Reuters sostiene inoltre che il Pakistan avrebbe «stretto un accordo con un'azienda di criptovalute legata alla famiglia di Trump». Islambad ha un patto di mutua difesa con l'Arabia Saudita, ma non ospita basi americane e finora non è stato colpito dai raid iraniani.

.Migliaia di Marines statunitensi sono attesi in Medio Oriente.  Secondo due funzionari citati dal Wall Street Journal, circa 2.200 Marines della 31ª Marine Expeditionary Unit, imbarcati sulle navi anfibie Uss Tripoli e Uss New Orleans, entrambe basate in Giappone, passeranno sotto il Comando Centrale (Centcom), responsabile delle forze americane nella regione. Il Pentagono ha inoltre ordinato l'invio di un'altra unità dei Marines al Centcom: l'11ª Marine Expeditionary Unit, con base in California e imbarcata sul gruppo anfibio Uss Boxer. Questa seconda unità partirà tra alcune settimane.

Il 21 marzo le sirene antiaeree hanno suonato su Diego Garcia, ma hanno messo in allarme tutto l'Occidente. Perché prendendo di mira l'importante base anglo-americana sull'isola dell'Oceano Indiano - seppure in un attacco fallito - Teheran ha dato dimostrazione di poter arrivare a obiettivi fino a 4.000 chilometri dal proprio territorio. Un raggio d'azione che raggiunge buona parte dell'Europa, Italia compresa, per inviare il messaggio che la Repubblica islamica è tutt'altro che sconfitta e che il Vecchio Continente non è immune alla guerra, se si schiera a favore dell'offensiva che intanto prosegue fino a toccare l'impianto nucleare iraniano di Natanz. «Preso di mira» - ha denunciato l'agenzia atomica iraniana - dai «criminali attacchi perpetrati dagli Stati Uniti» e Israele, senza tuttavia causare perdite radioattive.

 L'Iran ha colpito con un missile Dimona, la città israeliana nel deserto del Negev che ospita un impianto nucleare, provocando almeno 39 feriti, tra i quali un bambino di 10 anni. In Iran è stata colpita Natanz, città nella quale «non è stato segnalato alcun aumento dei livelli di radiazione al di fuori del sito», ha affermato l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (in sigla Aiea) in un comunicato nel quale ribadisce l'appello alla moderazione. Una parola ormai estranea in una terra dove, da quasi un mese, si consuma l'ennesimo conflitto che non accenna a rallentare. Teheran ha lanciato due missili balistici a raggio intermedio contro la base di Diego Garcia, un importante snodo strategico per le forze statunitensi che ospita bombardieri, sottomarini nucleari e cacciatorpediniere lanciamissili. Secondo il Wall Street Journal uno dei vettori ha avuto un malfunzionamento durante il volo, mentre una nave da guerra americana ha lanciato un intercettore SM-3 contro l'altro. «Questo lancio rappresenta un passo significativo nel confronto con gli Stati Uniti», ha rivendicato più tardi l'agenzia iraniana Mehr, confermando il raid. Il Regno Unito ha messo a disposizione le sue basi per gli attacchi Usa agli obiettivi iraniani che minacciano Hormuz.
  Sul suo social Truth  Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump definisce la Nato «codarda» e, «senza di noi». una «tigre di carta», perché non aiuta gli Stati Uniti in Iran. L'inquilino della Casa Bianca punta il dito contro i «deboli» alleati che si lamentano per il caro-petrolio ma «non ci aiutano ad aprire lo Stretto di Hormuz». L'attacco frontale del tycoon è arrivato mentre la Nato si è ritirata temporaneamente dall'Iraq (è stato evacuato anche il contingente italiano a Baghdad, dove comunque resta il personale che protegge l'ambasciata dell'Italia) e la Gran Bretagna ha autorizzato l'uso delle proprie basi da parte degli Stati Uniti per lanciare attacchi contro obiettivi iraniani che minacciano lo Stretto di Hormuz.
Il 19 marzo gli israeliani hanno colpito  giacimenti di petrolio e di gas dell’Iran. “Gli ho detto di non farlo», ha tenuto a puntualizzare Donald Trump, subito dopo l’incontro con la premier giapponese Sanae Takaichi, dando voce a una frustrazione già espressa sul suo social Truth sul quale, con un messaggio infuocato in tarda serata, aveva smentito che gli Stati Uniti fossero stati informati del raid su South Pars, uno dei più grandi giacimenti di gas dell’Iran. Con Netanyahu «andiamo d'accordo, ma in qualche occasione fa qualcosa... E se a me non piace gli dico che noi non la facciamo», ha poi precisato, cercando di mostrare un fronte compatto fra i due alleati nonostante - come ammesso dalla direttrice dell'intelligence Tulsi Gabbard - gli obiettivi dei due Paesi siano diversi. Netanyahu ha confermato che Israele ha agito da solo contro South Pars in Iran. «Trump ha chiesto di evitare ulteriori attacchi e noi lo stiamo facendo», ha aggiunto, bollando come «bufala» il fatto che Israele ha trascinato in guerra gli Stati Uniti.

Non è la prima volta da quando è iniziata l'operazione che il commander-in-chief preme su Israele affinché non colpisca le infrastrutture energetiche iraniane. Una richiesta che appare dettata dal timore di un ulteriore balzo delle quotazioni petrolifere, e quindi di un Armageddon sui mercati, e dalla possibilità che il loro danneggiamento possa causare problemi alla popolazione iraniana e  rafforzare il regime. Per contenere le fiammate dei prezzi l'amministrazione sta valutando varie alternative, e fra queste anche la possibilità di revocare le sanzioni sul petrolio iraniano già in transito. «Non sapevamo nulla» dell'attacco a South Pars, ha scritto Trump sul suo social, sottolineando che neanche il Qatar, colpito in rappresaglia dall'Iran, sapeva. «Non ci saranno ulteriori raid da parte di Israele contro questo importantissimo giacimento» a meno che Teheran non aggredisca il Qatar, ha aggiunto a lettere maiuscole. Se questo si verificasse allora «gli Stati Uniti, con o senza l'assistenza o il consenso di Israele, distruggeranno l'intero giacimento di gas di South Pars», assicura il presidente.

Israele ha rivendicato di aver ucciso il capo della sicurezza nazionale iraniana, Ali Larijani, considerato dallo Stato ebraico il leader de facto del regime, in particolare nelle ultime due settimane di conflitto dopo la morte di Ali Khamenei. Le Forze Israeliane di Difesa hanno poi annunciato di aver «eliminato» Gholamreza Soleimani, comandante dei Basij , i miliziani armati responsabili delle durissime repressioni delle proteste di piazza in Iran. Un doppio «successo» che decapita l'apparato di sicurezza dell'Iran. La nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei resta in silenzio. Secondo una ricostruzione dei media israeliani, l'eliminazione di Larijani era stata pianificata per la notte tra il 15 e il 16 marzo, ma è stata rinviata all'ultimo momento. Il 16 a mezzogiorno sarebbe poi arrivata un'informazione per la quale Larijani avrebbe dovuto recarsi in uno dei suoi appartamenti sicuri. E ancora secondo i media, al momento dell'attacco con lui c'era anche il figlio. I Pasdaran hanno confermato la morte di Soleimani. Silenzio assoluto invece su Larijani. Mojtaba Khamenei non si è mai fatto vedere in pubblico da quando è stato nominato successore del padre assassinato.

Contro la falce dei raid di Israele e degli  Usa resiste intanto il presidente Masoud Pezeshkian. C'è chi dice che sia stato volutamente risparmiato dai raid in quanto figura più moderata e dialogante. In ogni caso, con la morte di Larijani il governo israeliano ha ribadito il messaggio che nessuno è immune alle bombe. E contemporaneamente ha inviato un segnale al popolo iraniano: Larijani e Soleimani erano infatti considerati tra i principali responsabili delle sanguinose repressioni delle proteste dell'8 e del 9 gennaio.  Uccidendoli, Israele «ha indebolito il regime nella speranza di dare al popolo iraniano la possibilità di rovesciarlo» e «Garantiremo loro la possibilità di prendere in mano il proprio destino», ha dichiarato Netanyahu.

Per ora i raid statunitensi hanno preso di mira solo «gli obiettivi militari», ma se i Pasdaran continueranno a bloccare Hormuz i prossimi attacchi «distruggeranno i terminal» di greggio dell'isola, ha minacciato Trump. Il tycoon ha lanciato anche un appello ad altri Paesi, inclusa la Cina, ad inviare navi da guerra per mettere in sicurezza lo Stretto. Secondo il Wall Street Journal, il Pentagono avrebbe chiesto e ottenuto l’invio nella regione del golfo Persico dell’intero Tripoli Expeditionary Unit, la nave Tripoli, il lanciamissili Robert Smalls, il cacciatorpediniere Rafael Peralta, cinquemila uomini che si sposteranno dal Giappone al Medio Oriente, con unità da sbarco che potrebbero servire per occupare Kharg.

«I nemici e i loro alleati continueranno a non passare», è stata la risposta della teocrazia. Kharg finora era stata risparmiata dall'operazione Epic Fury. Trump evidentemente sperava che due settimane di raid sarebbero bastate a indurre i mullah alla resa. Trump sul suo social Truth ha annunciato «uno dei più potenti raid aerei nella storia del Medio Oriente», un’operazione per annientare «il fiore all'occhiello dell'Iran», l’isola di Kharg. Il comando Usa nella regione definisce la prima azione su Kharg «un blitz di precisione su vasta scala» che ha distrutto oltre 90 obiettivi, fra «depositi di mine navali, bunker per missili e altri siti militari». Nei raid sono state preservate le infrastrutture petrolifere, ma Trump ha chiarito che l'esclusione potrebbe essere solo temporanea. «Qualora - ha detto - l'Iran o chiunque altro dovesse compiere azioni volte a ostacolare il transito attraverso Hormuz, riconsidererò tale decisione». Dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio, sono passati solo 77 cargo, soprattutto iraniani, contro i 1229 dello stesso periodo nel 2025.

I pasdaran però hanno avvertito che in caso di ulteriori attacchi «nella regione tutte le infrastrutture petrolifere, economiche ed energetiche appartenenti a compagnie petrolifere di proprietà anche parziale degli Stati Uniti o che collaborano con gli Stati Uniti saranno ridotte in cenere». Nel Golfo le incursioni iraniane sono proseguite verso il Qatar, con missili che hanno fatto avvertire esplosioni fino al centro di Doha, vicino una base Usa in Kuwait (tre militari arabi feriti) e sugli Emirati. I loro porti, dai quali secondo Teheran partono i missili di Trump, sono diventati «obiettivi legittimi». Attraverso lo stretto di Hormuz transita il 20% di petrolio globale, oltre a fertilizzanti ed elio, che è vitale per i microchip. Nei primi sei giorni di guerra, il costo degli Usa è stato di 11,3 miliardi di dollari, in base a quanto stimato dal Pentagono.

Decine di migliaia di americani sono rimasti bloccati nella regione dopo il 28 febbraio, giorno di avvio degli attacchi, il Dipartimento di Stato ha dovuto allestire d'urgenza una task force per evacuarli. Dopo l'uccisione della Guida Suprema, Ali Khamenei Trump ha lanciato agli iraniani un messaggio apparentemente velleitario: «Quando avremo finito, prendete in mano il vostro governo», senza fornire indicazioni su come ciò potesse essere realizzato. Nei primi sei giorni di guerra, il costo per gli Usa è stato di 11,3 miliardi di dollari, in base a quanto stimato dal Pentagono. La campagna militare per eliminare la leadership iraniana ha centrato gli obiettivi tra l'uccisione di Khamenei e di decine dei suoi più stretti consiglieri: uno scenario che sembrava replicare il successo della «guerra dei 12 giorni», con gli attacchi chirurgici americani del 2025 contro il programma nucleare iraniano. Ma Teheran, malgrado i duri colpi incassati nelle ultime due settimane, continua a combattere una guerra d'attrito. E mentre Trump rilancia la richiesta di «resa incondizionata» e il segretario alla Difesa Pete Hegseth celebra la distruzione delle capacità militari iraniane, mancano spiegazioni chiare su cosa gli Stati Uniti intendano per definizione di «vittoria».

Gli Hezbollah libanesi hanno annunciato che sono in corso "scontri diretti" con le forze israeliane nella città di Khiam, nel sud del Libano. In una nota il gruppo libanese filoiraniano ha precisato che nei combattimenti sono state usate "armi leggere e medie, oltre a proiettili lanciarazzi". Gli stessi miliziani hanno aggiunto di aver preso di mira i militari dello stato ebraico anche in tre villaggi lungo il confine.

Nelle acque dello stretto di Hormuz i Pasdaran avevano colpito tre navi cargo. «Dallo Stretto – hanno minacciato - non passerà un litro di petrolio, preparatevi a pagare 200 dollari per un barile». «Tutte le imbarcazioni appartenenti agli americani e ai loro alleati sono un obiettivo legittimo», ha avvertito Ibrahim Zolfaqari, portavoce del quartier generale del comando militare di Teheran. I Pasdaran hanno annunciato di aver centrato una nave battente bandiera della Liberia, la Express Room, e la portarinfuse thailandese Mayuree Naree, che avevano tentato di «passare illegalmente» da Hormuz. In quest'ultima è scoppiato un incendio e 20 membri dell'equipaggio sono stati sbarcati in Oman. L'agenzia britannica Uktmo ha dato conto di almeno tre imbarcazioni colpite in successione da «proiettili sconosciuti», registrando 14 incidenti analoghi dall'inizio della guerra.

Sul fronte opposto il Comando Centrale Usa ha reso noto di aver «eliminato» 16 navi portamine iraniane. Secondo diverse fonti la Marina di Teheran finora ha piazzato nello Stretto circa una dozzina di ordigni dei si sa dove si trovano, ma potrebbe dispiegarne a centinaia. Il presidente americano Donald Trump invece smentisce che esista già una minaccia di questo tipo. Il vertice delle forze armate statunitensi ha invitato ad evitare «tutte le strutture portuali nelle quali operano le forze navali iraniane» che il «regime sta utilizzando per condurre operazioni militari». Sono strutture, avverte, che «hanno perso lo status di protezione e che sono diventate legittimi obiettivi ai sensi del diritto internazionale». «Colpiremo i porti della Regione», è stata la controreplica dal regime teocratico.

Le incursioni iraniane sono proseguite nei Paesi limitrofi, dall’Arabia Saudita, che ha abbattuto sei ordigni, missili e droni, lanciati contro i suoi giacimenti petroliferi, al porto di Salalah in Oman. Minacciato anche l'aeroporto di Dubai. Nuovi raid sono stati lanciati contro le basi americane in Iraq (anche su un centro logistico per diplomatici), Qatar e Kuwait. La propaganda di Teheran ha parlato di «attacchi su larga scala» su obiettivi statunitensi e israeliani, inclusi «banche e centri economici». Washington invece sta registrando una progressiva e «drastica» diminuzione del volume di fuoco nemico. I Pasdaran mettono in guardia: «Preparatevi alla possibilità di una guerra di logoramento a lungo termine che distruggerà l'economia americana e globale». Secondo la rete televisiva statunitense Abc, che cita un report del Federal Bureau of Investigation, l’Fbi, persino la lontanissima California potrebbe diventare un obiettivo.

A Beirut le Forze Israeliane di Difesa hanno preso di mira infrastrutture degli Hezbollah, i miliziani armati libanesi. In tutto il Paese dei cedri gli sfollati sono ottocentomila. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato che la campagna andrà avanti «senza limiti di tempo, finché sarà necessario, giorno per giorno, obiettivo per obiettivo». Il Comando Centrale statunitense ha reso noto di aver «eliminato» 16 navi portamine iraniane. Secondo diverse fonti la Marina di Teheran finora ha piazzato nello Stretto circa una dozzina di ordigni dei quali si conosce l'ubicazione, ma potrebbe dispiegarne a centinaia. Per Donald Trump invece non ci sarebbe ancora una minaccia di questo tipo. Sempre il CentCom ha invitato ad evitare «tutte le strutture portuali nelle quali operano le forze navali iraniane» che il «regime sta utilizzando per condurre operazioni militari». Per il vertice delle forze armate americane ora «hanno perso lo status di protezione e sono diventate legittimi obiettivi ai sensi del diritto internazionale». «Colpiremo i porti della regione», è stata la controreplica di Teheran. L'Iran ha accusato gli Stati Uniti di aver commesso un "crimine di guerra" nell'attacco missilistico sulla città meridionale di Minab. In un post sui social media Esmaeil Baghaei, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, ha affermato che un missile Tomahawk il 28 febbraio ha ucciso 168 bambini.

 

Trump ha insistito sul fatto che «la guerra finirà presto» perché ora «non c'è più niente da colpire». a Gerusalemme funzionari della sicurezza ritengono invece che la Casa Bianca non chiuderà la partita in tempi brevi. Anche Emmanuel Macron, dopo una videoconferenza con i leader del G7, incluso Trump, ha avvertito che la capacità militari iraniane «non sono ridotte a zero». Al di là della potenza bellica, la nuova leadership della teocrazia appare comunque in grave difficoltà, se si considera che Mojtaba Khamenei, 56 anni, secondogenito di Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio, non è ancora apparso in pubblico dall’ otto marzo, il giorno nel quale è stato eletto Guida Suprema. Alireza Salarian, l'ambasciatore iraniano a Cipro, ha dichiarato al quotidiano britannico Guardian che sarebbe in ospedale, ed in ogni caso «non in grado di pronunciare un discorso». Avrebbe un piede fratturato e lesioni minori al volto.

L'Agenzia Internazionale per l'Energia ha deciso d'iniettare 400 milioni di barili di petrolio - attraverso il rilascio coordinato delle scorte dei suoi Paesi membri - per tentare di calmare i mercati, allarmati da una possibile escalation del conflitto nel Golfo. È una decisione senza precedenti. Il presidente francese Emmanuel Macron, che è il numero uno di turno del  G7 ha riunito i leader in videoconferenza, Donald Trump incluso, ha sottolineato la necessità di «ripristinare la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz il più presto possibile».

L'Iran sembra intenzionato a lottare a oltranza e ora, nello stretto, è arrivato l'incubo delle mine. Il presidente francese ha sottolineato che la mossa dell'Agenzia Internazionale per l’Energia (in sigla Aie) «corrisponde più o meno a 20 giorni di volumi esportati attraverso Hormuz». Una boccata d'ossigeno non risolutiva. Un ulteriore intervento appare difficile: i membri dell'AIE hanno circa 1,2 miliardi di barili in scorta, più altri 600 in accantonamenti commerciali obbligatori. I mercati non hanno reagito positivamente. Temono di più le ritorsioni di Teheran sui porti commerciali della regione e l’annuncio che il prezzo del greggio schizzerà  a 200 dollari. Trump, dopo la call, ha promesso che nell'area ci sarà presto «un'enorme sicurezza» benché, al momento, nessuno sappia bene cosa aspettarsi.

Sia Trump sia Macron hanno evocato missioni militari per garantire la navigazione, ma, probabilmente, con impostazioni molto diverse. Trump pensa a usare la US Navy per scortare le petroliere a conflitto aperto - sul punto si è già verificato un incidente di comunicazione, con l'operazione prima annunciata e poi smentita - mentre Macron immagina la discesa in campo non appena si sarà conclusa la fase calda. I tempi sono un dilemma perché, tra i partner, non c'è voglia di essere visti dall'Iran come belligeranti, foss'anche per proteggere le navi in transito. Il presidente francese ha organizzato la discussione su tre aspetti: avere da Trump «un aggiornamento» sulla situazione sul terreno, coordinamento per «il ripristino» della libertà di navigazione e «coordinamento economico». «Il nostro obiettivo è ridurre al minimo l'impatto sulla sicurezza e sul mercato energetico globale», hanno commentato i vertici dell'Ue, Ursula von der Leyen e Antonio Costa, che pure hanno preso parte alla call. Introducendo un dettaglio non trascurabile. «L'applicazione del tetto massimo al prezzo del petrolio (il cosiddetto price cap, ndr) contribuirà a stabilizzare i mercati e a limitare le entrate della Russia: non è questo il momento di allentare le sanzioni contro Mosca». L'impennata nei prezzi del petrolio porta infatti (inaspettate) risorse fresche nelle casse del Cremlino proprio nel momento in cui l'Ucraina ha inviato i suoi dronisti nei Paesi del Golfo per assisterli contro gli attacchi iraniani: un contrasto che, a Bruxelles, si spera venga notato e sul quale s'intende capitalizzare dal punto di vista diplomatico (il tema potrebbe finire già sul tavolo del Consiglio Affari Esteri del 16 marzo). Costa è volato in Azerbaigian, Paese chiave per la diversificazione energetica dell'Europa grazie al gasdotto Tap. «Con l'attuale volatilità, la nostra partnership è più importante che mai», ha spiegato, precisando che è «in fase di elaborazione un nuovo quadro per promuovere una più stretta cooperazione tra Bruxelles e Baku». «Pianifichiamo di aumentare la produzione di gas quest'anno e in 2 o 3 anni avremo a disposizione per l'esportazione 10 milioni di metri cubi in più», ha rassicurato il presidente Ilham Aliyev, ribadendo che non ci sono solo gli idrocarburi. In 5 o 6 anni avremo pronti per l'export tra 6 e 8 gigawatt provenienti da fonti rinnovabili».

Stando a indiscrezioni dei media nel ritardo della nomina si è inserita una battaglia intestina fra i sostenitori dell’ultraconservatore Mojtaba Khamenei e una corrente della teocrazia guidata da Ali Larijani, segretario del Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Mohsen Borhani, avvocato dell'Università di Teheran, ha scritto su X che secondo la Costituzione iraniana e i regolamenti almeno due terzi dell'Assemblea degli Esperti dovrebbero condurre consultazioni di persona sulla nuova Guida Suprema e che «se queste condizioni non fossero soddisfatte, qualsiasi annuncio non avrebbe validità legale».

Mojtaba, cinquantasei anni, secondogenito di Ali Khamenei, è il figlio prediletto. Ha ottime relazioni con le forze di sicurezza, in particolare con  i Pasdaran. Nato a Mashhad nel settembre 1969, ha prestato servizio nella guerra Iran-Iraq dal 1987 al 1988 e nel 1999, ha continuato gli studi a Qom per diventare chierico. Era da tempo considerato il figlio più influente di Khamenei e un possibile successore di suo padre come leader supremo. Ma è anche una figura chiacchierata per presunti arricchimenti. Ha proprietà immobiliari in Occidente, delle quali  ha parlato Bloomberg in una recente inchiesta . Ha sostenuto Ahmadinejad nelle controverse elezioni presidenziali del 2005 e del 2009 e, secondo i media, avrebbe svolto un ruolo di primo piano nell'orchestrare la vittoria elettorale di Ahmadinejad nel 2009.

Era stato designato in anticipo come successore di suo padre, anche se recentemente la Guida Suprema della teocrazia aveva detto di non volere una successione dinastica. Secondo l'agenzia di stampa iraniana Mehr assieme al genitore sono morti sua moglie e altri e altri familiari.

L'8 marzo i bombardamenti israeliani e americani hanno colpito gli impianti petroliferi di Teheran. Secondo il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei hanno provocato una nube tossica e piogge acide sulla capitale iraniana «avvelenando i civili e devastando l'ambiente». I media israeliani hanno alimentato speculazioni sull'ingresso nell'offensiva degli Emirati Arabi Uniti con raid su un impianto di desalinizzazione iraniano. Indiscrezioni smentite dal governo emiratino.

Teheran ha attaccato Abu Dhabi, il Bahrein e il Kuwait, dove un drone ha provocato l’incendio di un grattacielo. In Arabia Saudita la Protezione civile ha comunicato che un raid su un edificio residenziale nel governatorato di al-Kharj ha ucciso almeno due persone e ne ha ferite una dozzina. «Le forze armate della Repubblica Islamica dell'Iran sono in grado di continuare almeno sei mesi di intensa guerra», ha assicurato il portavoce dei Pasdaran, Ali Mohammad Naini.

In Israele, gli allarmi sono risuonati nel centro del Paese e a Tel Aviv per il lancio di missili i cui frammenti, una volta intercettati e abbattuti i vettori, hanno provocato sei feriti. Uno è grave. Più a nord continuano lo scambio di colpi di armi da fuoco fra Israele e gli Hezbollah e i raid su Beirut. Nella capitale del Paese dei cedri durante la notte è stato centrato un hotel. Secondo i militari dello stato ebraico sono deceduti cinque membri della Forze speciali iraniane al Quds. Il governo di Beirut ha denunciato quasi 400 hanno perso la vita dalla rottura della tregua fra combattenti del Partito di Dio e Israele entrata in vigore nel novembre del 2024.

Da quando è iniziata la guerra tra Stati Uniti-Israele e l'Iran, il 60% dei missili iraniani e il 64% dei loro lanciatori sono «andati perduti», ha dichiarato il Presidente americano Donald Trump durante un evento alla Casa Bianca. «La loro marina è andata, 24 navi in tre giorni», ha detto. «Le loro armi antiaeree sono andate; non hanno più aviazione. Non hanno più difesa aerea. Tutti i loro aerei sono andati. Le loro comunicazioni sono andate». «Ora chiedono un accordo, ma è troppo tardi».

In Europa sta prendendo corpo una strategia che si potrebbe riassumere così: «parare il colpo». Nel caso di Cipro, Paese membro dell'Ue, senza remore, tant'è vero che Parigi, Roma e Atene si stanno muovendo per blindare l'isola. Sottotraccia, d'altra parte, c'è il timore per una ricaduta potenzialmente pesante sul profilo della sicurezza. I 27 ministri dell'Interno a Bruxelles hanno esaminato la situazione. La preoccupazione maggiore si concentra sul terrorismo, con la possibile attivazione di «cellule dormienti iraniane». L'alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, insieme ai ministri degli Esteri europei, si è confrontata con i partner del Golfo e, in un comunicato congiunto, hanno chiesto all'Iran di «cessare immediatamente gli attacchi», che minacciano «la sicurezza regionale e globale».

Emmanuel Macron ha telefonato a Giorgia Meloni e al primo ministro greco, Kyriakos Mitsotakis, e in uno spirito di solidarietà europea i tre «hanno concordato di coordinare l'invio di mezzi militari a Cipro e nel Mediterraneo orientale e di collaborare per garantire la libertà di navigazione nel Mar Rosso». Persino la Spagna, che a gran voce sta protestando contro l'intervento di Usa e Israele in Iran, conferma che assocerà la fregata spagnola Cristobal Colon, la più moderna della flotta, al gruppo navale della portaerei francese Charles de Gaulle per operazioni difensive. L'esecutivo europeo, raccontano alcune fonti, ha bacchettato i 27 per il ritardo nell'attuazione del nuovo sistema di controllo d'ingresso elettronico alle frontiere, che nei primi 3 mesi ha permesso di fermare 17mila persone, perché prive dei titoli d'accesso. Cinquecento sarebbero ad alto rischio.

Il 4 marzo la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran si è allargata come un'onda, dal Mediterraneo all'Oceano indiano. Un missile balistico di Teheran lanciato verso lo spazio aereo turco è stato abbattuto dai sistemi di difesa della Nato, dopo che aveva sorvolato la Siria e l'Iraq. Al largo dello Sri Lanka, un sottomarino americano ha colpito e affondato una fregata iraniana, provocando almeno 87 morti tra i marinai e più di trenta dispersi.

Nella notte del 3 marzo dai media Usa è arrivata una notizia che può incidere profondamente sulle sorti del conflitto: migliaia di uomini in armi curdi basati in Iraq hanno attraversato il confine per andare a combattere contro il regime degli ayatollah. «L'Iran era una nazione fuori controllo e ci avrebbe attaccato se non lo avessi fatto prima io», ha detto il presidente americano Donald Trump. «Il regime iraniano è finito», ha sentenziato il capo del Pentagono Pete Hegseth, assicurando che le forze aeree di Usa e Israele prenderanno «il controllo completo dei cieli iraniani» in meno di una settimana e annunciando l'arrivo di ulteriori rinforzi nel teatro di guerra. Il segretario alla Difesa ha inoltre affermato che il caso del missile iraniano verso la Turchia non innescherà l'articolo 5 della Nato che obbliga gli alleati a intervenire in difesa di un membro sotto attacco. Il missile intercettato sarebbe caduto nel distretto turco di Dortyol, nel sudest della Turchia, vicino al confine con la Siria. Fonti di Ankara ritengono però che non fosse diretto al territorio turco, ma verso «una base nella Cipro greca», peraltro già colpita nei giorni scorsi, e che abbia deviato la propria rotta. La Turchia ha convocato l'ambasciatore iraniano e intimato a Teheran di «evitare l'espansione del conflitto». «La nostra capacità di garantire la sicurezza del nostro Paese è ai massimi livelli», ha ammonito il presidente Recep Tayyip Erdogan riferendo di una «stretta consultazione con i nostri alleati della Nato». Secondo fonti dell'Alleanza, sarebbero state le stesse forze armate turche inquadrate nella Nato a intercettare il missile.

Sulla stessa traiettoria della Turchia, l'Iraq è piombato nel buio assoluto per un blackout energetico che ha investito l'intero Paese, prima di ritrovarsi a dover abbattere dei droni vicino all'aeroporto internazionale di Baghdad, dove si trova una base militare che ospita anche una missione diplomatica americana. L'ambasciata Usa ha invitato i propri connazionali a lasciare il Paese «non appena saranno in grado di farlo in sicurezza» e, nel frattempo, di «rimanere dove sono con scorte di cibo, acqua e medicine». Esplosioni sono state sentite anche a Erbil, nel Kurdistan iracheno.

Ma è ancora Teheran a subire la maggiore pressione militare. L'esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito «un importante complesso militare», che ospita i centri di comando delle Guardie Rivoluzionarie, della Forza d'élite Quds e della forza paramilitare Basij. E di aver lanciato un'ondata di attacchi sui siti di stoccaggio di missili balistici e da crociera a Isfahan e Shiraz. Come Benyamin Netanyahu nei giorni scorsi, anche il portavoce delle Forze Israeliane di Difesa Effie Defrin ha diffuso un video in farsi assicurando agli iraniani che «l'offensiva ha come unico obiettivo il regime». Un regime che perde pezzi ogni giorno che passa e che fatica, a quanto pare, anche a nominare un successore di Ali Khamenei, ucciso nel primo giorno di guerra. Il nome del figlio Mojtaba sembra al momento non trovare conferme. Ma i fedelissimi dell'ex Guida Suprema insistono, almeno a parole: «Abbiamo una storia e una civiltà che dimostrano che non abbiamo paura della guerra e non abbiamo paura di continuarla», ha detto l'ex vicepresidente e consigliere di Khamenei, Mohammad Mokhber, assicurando che l'Iran non intende negoziare con gli Stati Uniti.

Un attacco aereo israeliano avrebbe colpito la sede del governatorato e aree residenziali della città di Bukan, nella provincia iraniana dell'Azerbaigian occidentale. Lo riferisce l'agenzia iraniana Tasnim, denunciando la morte e il ferimento di molti civili. Secondo quanto riportato, l'attacco avrebbe preso di mira l'edificio amministrativo situato in una delle principali arterie della città, provocando gravi danni nelle zone residenziali e commerciali circostanti. L'operazione sarebbe stata condotta in due fasi e avrebbe causato la morte e il ferimento di numerosi civili, tra i quali donne e bambini.

Mojtaba, cinquantasei anni, secondogenito di Ali Khamenei, è il figlio prediletto che potrebbe prendere il posto del padre come Guida Suprema dell'Iran. Ha ottime relazioni con le forze di sicurezza, in particolare con  i Pasdaran. Nato a Mashhad nel settembre 1969, ha prestato servizio nella guerra Iran-Iraq dal 1987 al 1988 e nel 1999, ha continuato gli studi a Qom per diventare chierico. Era da tempo considerato il figlio più influente di Khamenei e un possibile successore di suo padre come leader supremo. Ma è anche una figura chiacchierata per presunti arricchimenti, ha proprietà immobiliari anche in Occidente, delle quali  ha parlato Bloomberg in una recente inchiesta . Ha sostenuto Ahmadinejad nelle controverse elezioni presidenziali del 2005 e del 2009 e, secondo i media, avrebbe svolto un ruolo di primo piano nell'orchestrare la vittoria elettorale di Ahmadinejad nel 2009.

Nella serata del 3 marzo le Forze Israeliane di Difesa avevano attaccato il «più importante» quartier generale degli ayatollah a Teheran, e più tardi, a Qom, la città santa dell’Iran, hanno preso di mira l’Assemblea degli Esperti chiamata ad eleggere il successore di Ali Khamenei. Non è chiaro se il palazzo fosse stato evacuato in tempo, come sostengono i media iraniani, o se sia stato colpito proprio mentre era in corso la votazione per nominare la nuova Guida, come riferiscono invece fonti di Gerusalemme. Secondo il canale televisivo israeliano Channel 12, gli 88 saggi erano già andati via prima del raid e sul posto erano rimasti solo gli «scrutatori», dei quali poi non si è saputo nulla. Le esequie di Khamenei probabilmente si terranno la prossima settimana a Mashad, la città nella quale è nato. In ogni caso, il Mossad , il controspionaggio estero israeliano, ha già avvertito, in un post in lingua persiana, che «non importa chi verrà scelto: il suo destino è già scritto, solo il popolo iraniano sceglierà il suo futuro leader». L'esercito  dello stato ebraico ha inoltre confermato di aver attaccato anche i siti legati al programma nucleare iraniano, compreso «il complesso segreto di Minzadehei», nel quale il regime continuava a cercare di «sviluppare armi atomiche». Secondo un ultimo bilancio della Mezzaluna rossa, i morti  in Iran sono quasi 800.

Il Dipartimento di Stato americano ha esortato gli statunitensi a lasciare «immediatamente» ben 15 Paesi della regione. Due droni iraniani hanno colpito l'ambasciata degli Stati Uniti in Arabia Saudita, provocando un incendio limitato, ma suscitando l'ira di Trump e di Riad.

Nella serata del 3 marzo un velivolo senza pilota di Teheran ha colpito anche il parcheggio adiacente al consolato americano a Dubai. Trump ha promesso che l'attacco in Arabia, così come la morte di sei soldati americani in Kuwait, non resteranno senza risposta: «Abbiamo scorte di armi illimitate. Potremmo combattere per sempre», ha ammonito. L’Arabia Saudita ha definito il raid «codardo e ingiustificato», ricordando di non aver concesso l'uso del suo spazio aereo per colpire l'Iran e riservandosi il diritto di «rispondere a un'aggressione».

Lo stesso discorso vale per gli Emirati Arabi Uniti, i più colpiti da Teheran, che, secondo l’agenzia di stampa americana Axios, starebbero valutando di attaccare i siti missilistici iraniani per fermare i lanci contro il loro territorio. Anche il Qatar continua a essere preso di mira dalla vendetta dell'Iran: secondo indiscrezioni israeliane, Doha avrebbe colpito a sua volta la teocrazia, ma le voci sono state subito smentite dal governo dell'emirato che ha precisato di aver solo intercettato jet e missili nel suo spazio aereo. L'Oman, ex mediatore tra Teheran e Washington nei colloqui sul nucleare, finito, come gli altri, nel mirino dei droni iraniani, ha invece fatto appello a un ritorno della diplomazia.

Per la prima volta dall'inizio del conflitto jet britannici sono intervenuti per abbattere droni nei cieli della  Giordania e dell’Iraq. Il Regno Unito ha inoltre deciso di inviare a Cipro la nave militare Dragon e elicotteri anti-drone a protezione della base della Raf di Akrotiri, già finita nel mirino di due droni Shahed iraniani. Anche la Francia sta inviando rinforzi aerei e navali e la portaerei Charles de Gaulle. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei ha avvertito che qualunque «azione difensiva» dei Paesi europei sarà considerata «un atto di guerra». E i pasdaran hanno minacciato ritorsioni, di altro genere: «Colpiremo tutti i centri economici della regione, il prezzo del petrolio raggiungerà presto i 200 dollari», ha dichiarato Ebrahim Jabbari, generale delle Guardie della Rivoluzione.

Israele - dove si contano 12 feriti negli attacchi iraniani delle ultime ore - avanza nel sud del Libano per la prima volta dal cessate il fuoco del novembre 2024. L’intento dichiarato da Gerusalemme è creare un «cuscinetto di sicurezza» tra i miliziani filo-iraniani e le comunità israeliane nel nord del Paese. Una nuova guerra che, secondo l'Onu, ha già causato lo sfollamento di almeno 30.000 persone in Libano, mentre l'Unifil, la missione di peacekeeping nel sud del Paese, ha evacuato il personale non essenziale.

Nel terzo giorno dell'operazione Epic Fury-Ruggito del Leone.   Teheran è stata messa a ferro e fuoco dalle Forze Israeliane di difesa. Nei primi due giorni le forze statunitensi hanno colpito oltre 1.250 obiettivi in Iran. Lo ha annunciato il Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom).  Ma anche le principali città israeliane sono avvolte dal risuonare continuo di sirene d'allarme. I Paesi arabi del Golfo Persico hanno iniziato a valutare una risposta militare agli attacchi dei Pasdaran iraniani. Tre jet americani sono stati abbattuti dal fuoco amico in Kuwait. La flotta statunitense schierata nella regione sta già ricevendo rinforzi per gestire un intervento pianificato per durare «4-5 settimane», ha fatto sapere Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti ha avvertito che ci sono le «capacità per andare oltre» e non ha escluso l’invio di truppe sul terreno. Il no agli uomini sul campo di battaglia era stato un pilastro della sua campagna elettorale.

Il fronte libanese si è riaperto con un fitto lancio di razzi e di droni verso Haifa e altre zone nel nord di Israele nella notte di lunedì 2 marzo. Un attacco rivendicato da Hezbollah come rappresaglia per l'uccisione della Guida suprema iraniana Ali Khamenei. Le milizie del Partito di Dio non prendevano di mira lo Stato ebraico dal cessate il fuoco del novembre 2024. Lo strappo ha provocato la protesta del governo di Beirut, che per la prima volta nella storia ha vietato ogni attività delle milizie sciite. La risposta dell'Idf è stata muscolare: bombardamenti sul sud del Paese confinante, nella valle orientale della Bekaa e sulla capitale: 70 gli obiettivi colpiti, almeno 52 morti. Tra le vittime di peso il capo dell'intelligence Hussein Makled, ma sono girate anche indiscrezioni sull'uccisione del leader del movimento, Naim Qassem.

Nel suo primo intervento dall'inizio del conflitto Trump ha spiegato che le forze congiunte «continuano a condurre operazioni su vasta scala» per completare i «quattro obiettivi»: «distruggere» le capacità missilistiche del regime, «annientare» la sua marina («abbiamo già affondato dieci navi»), impedire la realizzazione della bomba nucleare e fermare il finanziamento degli alleati nella regione. L'aviazione israeliana ha bersagliato ancora Teheran colpendo il quartier generale politico, sedi della pubblica sicurezza e stazioni di polizia, sistemi antiaerei, lasciando la capitale al buio. Esplosioni sono state segnalate vicino all'impianto nucleare di Isfahan, dove il regime nasconde le sue ingenti scorte di uranio arricchito al 60%, anche se l'Aiea non ha indicazioni di danni. Anche l'impianto di Natanz sarebbe stato attaccato.

Secondo la Mezzaluna Rossa locale si contano almeno 555 morti in Iran da sabato 28 febbraio. Il capo del consiglio di sicurezza della teocrazia Ali Larijani ha affermato che l'Iran «non negozierà» e che è pronto ad una guerra lunga. I Pasdaran hanno rivendicato di aver colpito «500 obiettivi» legati a Israele e agli Stati Uniti ed hanno allargato il raggio d'azione nel Golfo. Un drone ha attaccato la raffineria di petrolio di Ras Tanura, in Arabia Saudita, una delle più grandi del Medio Oriente, costringendo le autorità del regno a chiuderla. Il Qatar ha interrotto la produzione del più grande impianto di gnl al mondo dopo raid iraniani. Doha ha risposto abbattendo due caccia di Teheran. In Kuwait le difese aeree, per respingere gli sciami nemici, hanno abbattuto per errore tre F-15E Strike Eagle statunitensi. Riad, Manama, Amman, Doha, Kuwait City ed Abu Dhabi, in un documento congiunto con Washington, hanno affermato «il diritto di autodifesa», evocando una «rappresaglia».

Nel mirino è finita anche Cipro. Due droni Shahed (ndr. testimoni della fede) sono stati lanciati contro la base britannica ad Akrotiri. I velivoli senza pilota sono stati abbattuti ed alcuni detriti sono caduti sulla struttura militare, provocando lievi danni. Londra poche ore dopo ha disposto l'allontanamento del personale. Così come il governo di Nicosia, che ha fatto evacuare l'intera area e chiuso l'aeroporto di Paphos, uno dei due scali internazionali dell'isola. Atene ha inviato due fregate e due caccia F-16 a protezione del Paese a maggioranza greca.

Nuovi raid hanno continuato ad abbattersi sull'Iran, colpendo le infrastrutture missilistiche ed altre figure chiave del regime teocratico dopo l'eliminazione della Guida Suprema, l'ayatollah Khamenei. I Pasdaran, nonostante gli avvertimenti della Casa Bianca, hanno lanciato quella che hanno definito una risposta «su vasta scala» sulle basi Usa nel Golfo e sulle città israeliane. In Kuwait tre militari statunitensi sono morti e 20 sono stai feriti nella base 'Camp Patriot' .

Nel secondo giorno di ostilità le Forze Israeliane di difesa hanno reso noto che l'aviazione ha attaccato «nel cuore di Teheran», dopo aver «spianato la strada» verso la capitale nelle precedenti 24 ore «con migliaia di munizioni lanciate contro lanciamissili, sistemi di difesa aerea e centri di comando del regime». La «divisione operativa dell'intelligence iraniana e la base di Thar-Allah, il quartier generale della sicurezza interna che ha guidato la recente repressione», sarebbero state centrate. Media di Teheran hanno riferito di bombardamenti sulla tv di Stato e su un ospedale nel nord della capitale, il Gandhi, pubblicando un video, presumibilmente girato all'interno della struttura, che mostra detriti sul pavimento. Un commissariato di polizia è stato distrutto, con vittime e dispersi sotto le macerie. Le forze armate israeliane hanno richiamato centomila riservisti. È una «campagna nella quale stiamo dispiegando l'intera forza, come mai prima d'ora, per garantire la nostra esistenza», ha dichiarato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, annunciando che gli attacchi «si intensificheranno nei prossimi giorni». L'aeroporto Ben Gurion resterà chiuso almeno fino a venerdì 6 marzo.

«Le cose stanno andando nella giusta direzione», anzi i piani sono «avanti rispetto ai programmi», ha fatto sapere il presidente americano Donald Trump tuonando contro Teheran: è meglio che la smetta di contrattaccare, altrimenti «colpiremo con una forza mai vista prima». La risposta del regime teocratico di Teheran non si è fatta attendere: «Le forze armate iraniane continueranno a colpire con forza le basi militari del nemico», ha detto il presidente del Parlamento Masoud Pezeshkian, in un video-messaggio nel quale ha annunciato l'avvio del consiglio provvisorio che dovrà gestire la successione della Guida suprema. I Pasdaran hanno avviato la seconda fase dell'operazione «Truth Promise 4» su tutti gli obiettivi americani e israeliani. Esplosioni sono state avvertite a Gerusalemme e Tel Aviv, dove ormai dal 28 febbraio le sirene d'allarme risuonano in continuazione.  A Beit Shemesh, nella zona centrale dello Stato ebraico, è stato raso al suolo un condominio. Nove persone hanno perso la vita e 11 sono disperse.

I boati dei missili iraniani sono stati avvertiti per il secondo giorno consecutivo anche a Riad, Dubai, Abu Dhabi, Doha, Manama. L'Arabia Saudita ha intercettato missili diretti verso l'aeroporto internazionale della capitale e la base aerea Prince Sultan. In tutti gli Emirati si contano almeno 3 morti e decine di feriti. In Iran le vittime sarebbero centinaia (la maggior parte nella scuola femminile di Mibab) e oltre settecento feriti. Sul fronte della guerra navale, Trump ha reso noto che «abbiamo distrutto e affondato 9 imbarcazioni iraniane, alcune delle quali grandi e importanti», mentre in «un altro attacco abbiamo distrutto il loro quartier generale».

I Pasdaran hanno detto di aver attaccato «con quattro missili balistici» la Abraham Lincoln, la portaerei che affianca la Ford nell'imponente schieramento americano nell'area. I comandi Usa hanno però replicato che «non è stata neanche sfiorata e che continua a operare a sostegno della campagna». Nelle turbolente acque dello Stretto di Hormuz la navigazione è a rischio anche per i cargo commerciali che sfidano il divieto di attraversamento imposto dai Pasdaran. L'agenzia britannica Ukmto ha dato notizia che due mercantili (uno dei quali battente bandiera di Palau) sono stati colpiti da «proiettili non identificati», anche se non hanno registrato danni gravi né vittime. Gli incidenti si sono verificati al largo dell'Oman e degli Emirati.

Droni kamikaze e armi di precisione su 500 obiettivi. L'operazione «Ruggito del Leone» contro l'Iran era cominciata, a sorpresa, nelle prime ore del mattino e non nella notte. In Italia erano, le 7e 15 minuti di sabato 28 febbraio. Le informazioni di intelligence fissavano a quell'ora gli incontri di alcuni dei più alti esponenti del regime teocratico in tre diversi punti di ritrovo, colpiti contemporaneamente. Un alto funzionario israeliano ha confermato che la guida suprema dell'Iran, il grande ayatollah Ali Khamenei, 86 anni, è stato eliminato. Il cadavere è stato ritrovato sotto le macerie del suo palazzo, scrive Ynet, il sito on line di Yedioth Ahronoth, il quotidiano più diffuso di Israele. Yechiel Leiter, l'ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, ha aggiornato diversi alti funzionari a Washington comunicando che Khamenei è stato ucciso. Le foto del cadavere sono state mostrate al premier israeliano Netanyahu e al presidente americano Donald Trump. Tra le vittime dei raid degli Usa e di Israele anche il genero, la nuora ed un consigliere di Khamenei, oltre al comandante dei Pasdaran Mohammad Pakpour e al ministro della Difesa Aziz Nasirzade.

Gli obiettivi dell’offensiva includevano «le strutture di controllo e comando delle Guardie della Rivoluzione islamica, i Pasdaran, le aree di lancio di missili e di droni e gli aeroporti militari», ha riferito il Central Comand statunitense che guida le forze armate americane in Medio Oriente. Gli Usa hanno agito di concerto con Israele. Gerusalemme ha dispiegato «circa 200 aerei da caccia» in quello che è stato il «più grande raid aereo nella storia dell'aeronautica militare israeliana». Ogni pilota aveva un obiettivo da colpire. Secondo il Central Comand «non ci sono indicazioni di vittime o feriti americani». Le installazioni statunitensi hanno subito danni minimi. La task force Scorpion Strike ha usato per la prima volta in combattimento i droni kamikaze a basso costo, oltre ad avvalersi dei missili Tomahawk. Poco prima dell’inizio dell’operazione il presidente americano Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu hanno diffuso un video preregistrato nel quale incitavano gli iraniani a ribellarsi al regime teocratico.

Anche la risposta dei Pasdaran è stata senza precedenti: diverse ondate di raid, sulle basi americane nella regione, ma anche su aree civili in molti Paesi del Golfo, inclusa la Palma di Dubai, l'iconica isola-resort degli Emirati. Gli attacchi, secondo la Croce Rossa internazionale, hanno provocato almeno 200 morti e centinaia di feriti in tutto il Paese. Le autorità di Teheran hanno denunciato un bombardamento israeliano contro una scuola elementare a Minab che avrebbe provocato almeno 85 vittime. Nella zona si trova una sede dei Pasdaran. «L'aggressione americano-sionista», così definita dalle Guardie Rivoluzionarie, ha prodotto come rappresaglia l'avvio dell'operazione «Truth Promise 4». Il quartier generale della Quinta Flotta della Marina Usa in Bahrein e le basi nel Qatar e negli Emirati sono state attaccate con missili e droni, Il raid ha provocato danni, ma non vittime: tutti i militari (inclusi i soldati italiani) si trovavano nei bunker.

Per la prima volta è stata coinvolta anche la maggior parte delle monarchie sunnite del Golfo. Le esplosioni dei missili iraniani hanno scosso Riad, Abu Dhabi, Doha, Dubai, Manama e il Kuwait. Edifici residenziali sono stati colpiti nella capitale del Bahrein. Negli Emirati si è registrato almeno un morto. A Dubai, nella zona di Palm Jumeirah, in un edificio è divampato un incendio che ha ferito 4 persone. I Pasdaran hanno rivendicato anche raid su «centri militari e di sicurezza nel cuore di Israele». Nei minuti successivi alla notizia della morte di Khamenei, il capo del consiglio di difesa Ali Larijani, uno degli ultimi alti quadri rimasti in circolazione e indicato come possibile successore della Guida Suprema, ha assicurato che Usa e Israele riceveranno una «lezione indimenticabile». Sul fronte opposto Trump ha detto che l'operazione «Ruggito del Leone può finire in 2-3 giorni, se gli iraniani smetteranno di costruire programmi nucleari e missilistici, oppure andare avanti a lungo».

I militari italiani presenti nelle diverse basi dei paesi del Medioriente sono stati immediatamente trasferiti nei bunker. In Iraq sono 350. Gli uomini dell’Aeronautica operano invece ad Al Salem, in Kuwait. «La base è stata attaccata, ma sono tutti incolumi», rassicura il ministro degli esteri Antonio Tajani. Secondo quanto riferito dal personale presente sul posto - rende noto il Sindacato Unitario Lavoratori Militari - diversi missili sono caduti all'interno del perimetro della base. Sono quindi scattate le procedure di sicurezza e tutto il personale si è tempestivamente messo al riparo nei bunker, come previsto dai protocolli. Negli stessi ripari sono stati trasferiti anche i 70 militari italiani di stanza in Giordania, vicino ad Amman. Tra i contingenti delle missioni all'estero rientrano anche i mille in Libano, nella base di Shama, e in altre posizioni nel sud del Paese. A Gerico, in Cisgiordania, operano una trentina di carabinieri. Alcune centinaia di uomini con le stellette stanno prendendo parte dal 2024 all'operazione Aspides nel Mar Rosso contro la minaccia degli Houthi che proprio dopo il bombardamento in Iran hanno annunciato la ripresa degli attacchi.

A Tel Aviv, così come nel resto del centro del Paese, intorno a Gerusalemme, Haifa, e in numerose altre cittadine del Golan e del Negev, gli allarmi si sono susseguiti ogni 3, 5 o 10 minuti. I servizi del Magen David Adom hanno soccorso 89 feriti lievi. Per lo più si erano fatti male correndo per raggiungere il rifugio più vicino. Altri hanno avuto attacchi di panico. L'allarme sui cellulari ha scandito il ritmo della giornata. Le esplosioni in cielo dei missili intercettori hanno fatto tremare gli edifici, enormi schegge sono cadute incandescenti a terra e sulle abitazioni.

I Pasdaran iraniani hanno chiuso al transito marittimo lo Stretto di Hormuz, situato tra il Golfo Persico e il Golfo dell'Oman, vitale per le esportazioni dei principali produttori petroliferi del Golfo, inclusi  l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e L’Iraq, oltre allo stesso Iran. La chiusura - mai attuata da Teheran in passato, anche in momenti di grave crisi internazionale - può produrre effetti devastanti sul mercato globale del petrolio e sul costo dell'energia.

L'armada degli Usa si compone innanzitutto di un'impressionante forza navale. La portaerei più grande del mondo, la Uss Gerald R. Ford, è entrata nel Maditerraneo attraversando Gibilterra. La supporta il suo Carrier Strike Group, che include cacciatorpediniere lanciamissili e uno stormo aereo composto da caccia Super Hornet F/A-18E e F/A-18F, oltre che da velivoli di allerta precoce E-2D, nonché dagli elicotteri Seahawk MH-60S e MH-60R e i Greyhound C-2A. La Ford impiegherà 3-4 giorni per posizionarsi a sud di Cipro, pronta all'attacco e a scudo di Israele. Nel Medio Oriente sono arrivate 75  cisterne volanti, 11 aerei radar E3 Awacs.

Nel Mar Arabico al largo della costa dell'Oman è invece già schierata la portaerei Uss Abraham Lincoln, accompagnata da un gruppo d'attacco che comprende tre cacciatorpediniere lanciamissili con missili Tomahawk e una forza aerea che include caccia F-35. Negli ultimi giorni si è poi registrata anche un'impennata di voli di mezzi di trasporto militari statunitensi, aerei cisterna, velivoli di sorveglianza e droni verso basi in Qatar, Giordania, Creta e Spagna. egli aeroporti ibtenazionali di Tel Aviv e di Sofia hanno preso posizione le cisterne violanti KC135. Gli aerei radar F 3  Awacs e i comandi volanti E 3 ed E 11 sono arrivati in Medio Oriente. Un dispiegamento di forze che non si vedeva dal 2003, prima dell'invasione dell'Iraq, e ben maggiore rispetto al dispositivo messo in campo per la cattura del leader venezuelano Nicolas Maduro. Dimensioni che fanno supporre che Trump si stia concedendo anche la possibilità di lanciare una campagna prolungata assieme ad Israele. Il tema, visti anche i coati di questo spiegamento di forze, non è più se verrà usato, ma quando.

Teheran aveva aperto sulla limitazione dell'arricchimento dell'uranio impoverito utile a fabbricare la bomba atomica, ma aveva ribadito che il suo programma missilistico rientra nelle sue «linee rosse» e «non è soggetto a trattativa». Mentre gli Stati Uniti vorrebbero affrontare entrambe le questioni - nucleare e missili - nonché la fine del sostegno iraniano ai proxy nella regione, da Hezbollah agli Houthi, su cui preme anche Israele. Squadriglie di f 12, gli intercettori avanzati sono schierate a fare da scudo per Israele. File di F 35, i caccia bombardieri invisibili, sono nell'aeroporto cretese di Chania.

Il canale televisivo statale iraniano 'Ofogh' ha trasmesso una lista di sette funzionari israeliani da colpire, primo fra tutti il primo ministro Benjamin Netanyahu. Nell'elenco figurano anche il direttore del controspionaggio estero (il Mossad ndr) David Barnea, il ministro della Difesa Israel Katz, il capo delle Forze Israeliane di Difesa Eyal Zamir, il numero uno dell'aeronautica militare Tomer Bar, il responsabile della direzione dell'intelligence militare Shlomi Binder e il capo della direzione delle operazioni Itzik Cohen. «Determineremo l'ora della tua morte, aspetta l'Ababil», ha detto in ebraico il presentatore della trasmissione. L’Ababil è un drone prodotto dall’Iran. L'emittente statale iraniana ha annunciato oggi che il Paese ha lanciato con successo il suo primo satellite geostazionario per telecomunicazioni dal cosmodromo di Baikonur in Kazakistan. Il satellite è stato messo in orbita da un razzo russo Proton-M. Secondo Tasnim News, l'agenzia di stampa semiufficiale iraniana legata al Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, il lancio segna il primo passo tecnico dell'Iran verso piattaforme di trasmissione sviluppate in collaborazione con la Russia.

Per la prima volta la televisione di Stato iraniana aveva trasmesso interviste a donne senza velo in occasione delle celebrazioni dell’11 febbraio, anniversario della Rivoluzione islamica. Il velo è obbligatorio per le donne in Iran dal 1979. Negli ultimi mesi, tuttavia, un numero crescente di appartenenti al gentil sesso ha iniziato a sfidare la regola, ed è uscita di casa con i capelli scoperti, soprattutto a Teheran. L’11 febbraio, in occasione delle celebrazioni in grande stile per il 47esimo anniversario della Rivoluzione islamica, diverse partecipanti sono apparse in televisione senza velo. «Visti gli eventi nel nostro Paese, volevo dire che la resistenza è viva», ha dichiarato una delle intervistate, con i capelli raccolti in uno chignon, spiegando che partecipava alla manifestazione per la prima volta. Secondo Jason Brodsky, dell'Ong statunitense United Against a Nuclear Iran, si tratterebbe di un modo per «ridurre la pressione» della comunità internazionale, dopo la repressione sanguinosa del movimento di protesta contro il potere avvenuta l’8 e il 9 gennaio 2026. "Pensano di poter comprare la calma diffondendo queste immagini", ha affermato. Sulla stessa linea Golineh Atai, giornalista e autrice tedesca di origine iraniana, che ha criticato duramente l'iniziativa: «Questo regime vive solo di apparenze, di spettacolo, di facciata, per dissimulare il suo volto odioso».

Saleh Mohammadi, un diciottenne iraniano, rischia l'impiccagione. È accusato di aver ucciso a gennaio un agente di polizia durante le proteste contro il governo della teocrazia. Lo ha annunciato l'organizzazione non governativa Iran Human Rights che è basata in Norvegia. Saleh Mohammadi è stato condannato a morte, ma la magistratura iraniana ha dichiarato che non è stato ancora emesso alcun verdetto definitivo. Il tribunale ha ordinato che l'impiccagione avvenga in pubblico sul luogo del presunto crimine, la città santa di Qom. Gholamhossein Mohseni Ejei, il capo della magistratura iraniana, aveva avvertito che non ci sarebbe stata clemenza per i condannati per violenza durante le proteste. Saleh Mohammadi, che ha gareggiato nel wrestling internazionale, è stato condannato il 3 febbraio da un tribunale di Qom per l'omicidio di un agente di polizia avvenuto l'8 gennaio. Secondo Iran Human Rights il giovane è stato «costretto» a confessare durante le indagini. In tribunale «ha ritrattato la sua confessione», ma è stato condannato.

L'amministrazione americana ha segretamente inviato migliaia di terminali Starlink in Iran dopo la repressione delle manifestazioni il mese scorso. Lo riporta il Wall Street Journal citando alcune fonti, secondo le quali gli Stati Uniti hanno introdotto segretamente nel territorio della teocrazia 6.000 kit per internet via satellite per consentire agli attivisti anti-ayatollah l’accesso alla rete nonostante l'oscuramento. Il dipartimento di Stato ha acquistato quasi 7.000 kit dalla società di Elon Musk, per la maggior parte a gennaio, e li ha fatti entrare quasi tutti clandestinamente in Iran. Secondo le fonti del Wall Street Journal il presidente Donald Trump era a conoscenza delle forniture, ma non è chiaro se abbia approvato direttamente il piano.

Nel giorno dell'incontro fra il presidente americano Donald Trump e il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu, l'Iran aveva ha inviato un messaggio forte e chiaro: sul programma di missili balistici non si negozia. «Ho insistito sul punto che i negoziati con l'Iran continuino per vedere se si può trovare un accordo», ha riferito il presidente americano al termine del faccia a faccia ricordando che «l'ultima volta l'Iran ha deciso che era meglio non concludere un'intesa, ed è stato colpito dalle bombe dell'operazione Midnight Hammer. Non è andata bene per loro. Speriamo che questa volta siano più ragionevoli e responsabili». L'incontro con il primo ministro israeliano è il sesto da quando il tycoon è tornato alla Casa Bianca.  Il faccia a faccia è stato a porte chiuse e senza conferenza stampa finale.

Prima dell'incontro Ali Shamkhani, il rappresentante della Guida suprema iraniana Ali Khamenei presso il Consiglio di difesa nazionale, ha avvertito gli Stati Uniti ed Israele che le capacità missilistiche di Teheran non sono merce di scambio. Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha espresso una maggiore disponibilità sul nucleare. In un'intervista a Russia Today ha, infatti, sottolineato che l'Iran è pronto a offrire garanzie sul fatto che non perseguirà l'uso di armi nucleari e allo stesso tempo ha chiesto a Washington rassicurazioni sul diritto all'uso della tecnologia nucleare pacifica per la produzione di elettricità. «Non abbiamo ancora piena fiducia negli americani», ma «non esiste altra soluzione se non quella diplomatica», ha puntualizzato Araghchi. Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha detto che il regime non vuole le armi atomiche e - ha assicurato - «siamo pronti alla verifica delle nostre attività. Tuttavia, il grande muro di sfiducia creato dall'Occidente e dagli Stati Uniti, insieme alle eccessive richieste degli americani, rappresentano ostacoli ai negoziati».

Narges Mohammadi, l’attivista per i diritti delle donne in Iran che nel 2023 venne insignita del Premio Nobel per la Pace, è stata condannata a una nuova pena di oltre sette anni in carcere da un tribunale iraniano. Mohammadi, che ha 53 anni e si batte da tempo per i diritti umani e per la fine dell’oppressione delle donne in Iran, con attività che il regime iraniano ritiene propaganda contro il paese, era già stata condannata in totale a più di 13 anni di carcere e a 154 frustate. Dal dicembre del 2024 a quello del 2025 era stata scarcerata per motivi medici, ma il 12 dicembre era stata arrestata durante una protesta nella città di Mashhad, e da allora si trova in isolamento in un carcere gestito dai Guardiani della rivoluzione, il principale corpo armato del regime iraniano. Sarebbe stata colpita così duramente nella zona genitale e pelvica da non riuscire più a sedersi. Pochi giorni fa aveva iniziato uno sciopero della fame: Mohammadi chiede di poter telefonare alla sua famiglia, di poter ricevere visite e di potersi incontrare con il suo avvocato in Iran. L’ultimo contatto dell’attivista con i familiari risale al 14 dicembre.

Nella stessa giornata l'ufficio del presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha pubblicato sui media statali un elenco di 2.986 persone uccise nelle proteste. Manifestazioni che, ha ribadito il supremo leader iraniano, l'ayatollah Ali Khamenei, sono paragonabili a un colpo di Stato. L'anziano leader teocratico ha anche minacciato gli americani,  dichiarando che un eventuale conflitto non resterebbe confinato all'Iran, ma sfocerebbe in «una guerra nella regione». Parole minacciose, ma Donald Trump si mostra ottimista: «L'Iran parla con noi seriamente, speriamo di negoziare qualcosa di accettabile». Dietro alle schermaglie di parole si intravede però il lavoro dei mediatori. Egitto, Qatar e Turchia cercano di disinnescare la crisi. Il premier del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, è volato ieri a Teheran per incontrare il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza iraniano, Ali Larijani. Anche la Turchia gioca un ruolo. Secondo il quotidiano israeliano  Haaretz, l'attacco americano potrebbe infatti attendere l'esito di un nuovo round diplomatico guidato proprio da Ankara. In quest'ottica Recep Tayyip Erdogan potrebbe proporre di custodire l'uranio arricchito iraniano, impegnandosi a non restituirlo mai a Teheran. Trattative che trovano eco nelle parole concilianti delle figure iraniane di maggior peso, dal presidente Masoud Pezeshkian («la guerra non sarebbe nell'interesse dell'Iran o degli Usa»), a Larijani (che ha parlato di «progressi» nei «negoziati») fino ad Araghchi che si è detto «fiducioso di poter raggiungere un accordo». «Purtroppo abbiamo perso la fiducia negli Stati Uniti come partner negoziale», ha detto alla Cnn, ma lo scambio di messaggi tramite i paesi amici nella regione sta facilitando colloqui «fruttuosi» con Washington.

Per l’Unione Europea i pasdaran iraniani sono terroristi come gli uomini in armi dell'Isis, di al-Qaeda, di Hamas e di Hezbollah. Il Vecchio Continente ha trovato l'unanimità. «Se agisci come un terrorista, devi essere trattato come tale», ha scandito l'Alta rappresentante della Ue per la politica estera, l’estone Kaja Kallas. La Francia, cauta fino all'ultimo per i timori sulla sicurezza dei cittadini europei detenuti in Iran e sulla tenuta dei canali di dialogo, ha fatto sua la linea dettata dalla Germania e sposata anche dall'Italia.

Il ministro degli Esteri della teocrazia Abbas Araghchi ha definito la decisione un «grave errore strategico». Divieti di viaggio, beni congelati, rubinetti finanziari chiusi: dopo anni di sanzioni mirate, vengono colpiti tutti i pasdaran. Alla decisione principale si affianca un'ulteriore stretta che si è concretizzata in sanzioni su 21 persone ed entità ritenute coinvolte nella repressione delle proteste interne e su altri 10 soggetti per il sostegno militare fornito da Teheran alla macchina da guerra di Mosca. Nel mirino, figure chiave come il ministro dell'Interno Eskandar Momeni, il procuratore generale Mohammad Movahedi-Azad, il capo della polizia di pubblica sicurezza Majid Feiz Jafari, e le società accusate di aver orchestrato il blackout di Internet durante le manifestazioni.

«Terrorista è il termine giusto per un regime che soffoca nel sangue le proteste della sua gente», sono state le parole della presidente Ursula von der Leyen per suggellare una scelta che, a stretto giro, anche il ministro degli esteri israeliano Gideon Sàar ha definito «storica». Dalla prossima settimana i giuristi tradurranno l'indirizzo politico in atti formali. Il precedente più rilevante è una sentenza della Corte d'appello di Düsseldorf che nel 2023 riconobbe lo Stato iraniano come mandante di un attentato incendiario contro una sinagoga a Bochum. La decisione della Ue, ha puntualizzato il ministro degli esteri italiano Antonio Tajani, «non significa» comunque «rinunciare al dialogo» con Teheran, anche nell'auspicio condiviso tra i partner europei di riaprire uno spiraglio nel negoziato sul nucleare. Kaja Kallas ha escluso qualsiasi sostegno continentale a un attacco militare di Donald Trump all'Iran: «La regione non ha bisogno di un altro conflitto».

 

Per evitare l'azione militare la Casa Bianca ha chiesto a Teheran limiti al programma di missili balistici e la fine del sostegno alle milizie della regione come Hamas, Hezbollah e Houthi. Secondo due fonti citate dall’agenzia di stampa Reuters, Trump non avrebbe ancora preso una decisione definitiva e starebbe valutando diverse opzioni, tra le quali anche attacchi mirati contro le forze di sicurezza e contro i leader iraniani. Ai manifestanti antiregime all'inizio del mese aveva promesso: «Gli aiuti stanno arrivando». L'Iran «ha tutte le possibilità di raggiungere un accordo. Non dovrebbero perseguire capacità nucleari», ha ribadito il capo del Pentagono Pete Hegseth. «Saremo pronti a fare tutto ciò che questo presidente si aspetta», ha quindi assicurato in una riunione con il presidente americano Donald Trump. Almeno dieci navi da guerra americane stringono la morsa attorno al Paese degli ayatollah dopo l'arrivo nell'area del cacciatorpediniere Delbert D. Black e, nei giorni scorsi, della portaerei Abraham Lincoln. Secondo fonti dell’emittente televisiva Cnn, gli Stati Uniti intendono schierare anche uno o più sistemi di difesa missilistica Thaad anche per proteggere gli alleati nella regione.

Teheran ha già fatto sapere che la risposta a un eventuale attacco sarà «schiacciante» e prenderà di mira anche «il cuore di Tel Aviv». «Dobbiamo prepararci al conflitto», ha avvertito il primo vicepresidente iraniano Mohammad Reza Aref. «L'Iran non scatena mai la guerra, ma, se gli viene imposta, si difenderà con forza», ha aggiunto. L’esercito sostiene di aver aggiunto 1.000 droni al suo arsenale da combattimento. Secondo l’agenzia di stampa americana Axios funzionari israeliani e sauditi saranno a Washington entro la settimana per discutere dell'eventuale operazione Usa: i primi per condividere informazioni sugli obiettivi, i secondi per tentare di insistere per una soluzione diplomatica. Anche la Russia preme per la trattativa e ha chiesto alle parti «moderazione», evocando il rischio di «caos» nella regione se gli Stati Uniti dovessero ricorrere alla forza.

Due alti funzionari del ministero della Salute iraniano hanno dichiarato al settimanale statunitense Time che durante le proteste antigovernative in soli due giorni a cavallo dell'8 gennaio sarebbero state uccise oltre 30.000 persone, mentre il conteggio ufficiale del governo di Teheran di 5 giorni fa ammetteva solo 3.117 morti. La sera del 24 gennaio si è tenuto un vertice al ministero della Difesa di Tel Aviv con il capo del Comando centrale dell'esercito degli Stati Uniti (Centcom) Brad Cooper e il capo di stato maggiore israeliano Eyal Zamir sul coordinamento difensivo in vista di una possibile azione militare americana in Iran.

Le guardie rivoluzionarie iraniane hanno pubblicato sui social una foto della portaerei Uss Abraham Lincoln con un annuncio: non vi avvicinate alle acque iraniane. Nel frattempo fonti dell'opposizione in Iran hanno riferito che le forze di sicurezza stanno facendo irruzione nelle case in tutto il Paese, alla ricerca di feriti ritenendoli collegati alle proteste e rapirli. Il New York Times ha riportato che il 9 gennaio Ali Khamenei ha ordinato alle forze di sicurezza di «sopprimere» le manifestazioni di massa «con ogni mezzo necessario». Citando due funzionari iraniani anonimi, il giornale afferma che alle forze di polizia è stato ordinato di «sparare per uccidere e di non mostrare pietà». Le fonti del Time hanno raccontato poi che l'8 e il 9 gennaio, le scorte di sacchi per cadaveri sono state esaurite e le ambulanze sono state sostituite da autoarticolati. La stima di 30.304 morti non tiene conto dei feriti ricoverati negli ospedali morti successivamente, o delle vittime in aree nelle quali non sono stati forniti bilanci.  Filmati girati con i cellulari hanno mostrato cecchini appostati sui tetti e camion con mitragliatrici che hanno aperto il fuoco sui manifestanti.

Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato che la situazione con l'Iran e' "in evoluzione" perché ha inviato una "grande armata" nella regione, ma pensa che Teheran voglia davvero raggiungere un accordo. "Vogliono un accordo, vogliono parlare, ne sono certo" ha detto Trump ad 'Axios'.«Abbiamo molte navi che vanno nella direzione» dell'Iran per «ogni evenienza. Vedremo cosa succede. Preferirei non vedere nulla, ma le stiamo osservando molto attentamente». Sono parole del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, secondo quanto riportato dal network televisivo americano Cnn. La replica dell’Iran è stata immediata. «Trump sa che qualunque mano aggressiva si allungherà sul nostro leader non solo la taglieremo, ma daremo fuoco anche al suo mondo».

Il gruppo di attacco della portaerei statunitense Lincoln ha attraversato lo stretto di Malacca il 21 gennaio e nel giro di due giorni gli obiettivi iraniani saranno nel raggio di intervento dei suoi 50 caccia F 18 Hornet. La grande unità è scortata da tre cacciatorpediniere che raddoppieranno il numero dei missili da crociera Tomahawk. Questo spostamento permette alla Casa Bianca di non dipendere dalle basi nei Paesi arabi che sono contrari a un intervento americano in Iran. Una formazione di cacciabombardieri difensivi F 15 E ha raggiunto un aeroporto giordano. Secondo il Wall Street Journal batterie antimissile Thaad e sistemi Patriot Pac 3 sono state schierate per difendere i Paesi amici degli Usa. Teheran invece avrebbe ancora nei suoi arsenali un migliaio di missili Shahed la cui precisione è stata migliorata grazie all’intervento di tecnici russi. In particolare, lo Shahed 136, un drone kamikaze a lungo raggio (circa 2500 km) è stato usato ampiamente da Mosca in Ucraina per colpire obiettivi terrestri. Gli Stati Uniti dispongono di forze in tutta la regione. Il quartier generale avanzato del Comando Centrale è a Al Udeid, in Qatar, e il quartier generale della Quinta Flotta della Marina a Bahrain.

«Siamo preparati con una difesa completa per qualsiasi scenario, le lezioni apprese dalla guerra di 12 giorni contro l'Iran nel mese di giugno del 2025 sono state applicate all'esercito e in questo contesto l'Idf (acronimo in lingua inglese di Forze Israeliane di Difesa) si sta preparando anche alla possibilità di una guerra a sorpresa». Lo ha dichiarato il capo di stato maggiore dell'esercito israeliano Eyal Zamir durante una visita al Comando del Fronte interno. «L'Idf è pronto a impiegare una capacità offensiva senza precedenti contro qualsiasi tentativo di danneggiare lo Stato di Israele», ha aggiunto Zamir. Proprio ieri sono atterrati nella base militare israeliana di Nevatim tre nuovi aerei F35 consegnati dalla Lockheed, che si aggiungono agli oltre 40 già in dotazione all'aeronautica militare di Gerusalemme. Dagli Usa, ha rivelato il notiziario dell'emittente televisiva israeliana Channel 12, è arrivato un aereo Stealth, ossia invisibile, mentre sono atterrati in Giordania diversi altri caccia americani nell'ambito degli spostamenti militari di questi giorni in Medio Oriente.

Il 15 gennaio 2026, in occasione della festività dell'Eid al-Mab'ath, l’anniversario del giorno nel quale il Profeta Maometto è stato scelto come messaggero di Dio, la Guida suprema dell’Iran Ali Khamenei ha detto che le autorità «devono spezzare la schiena ai sediziosi». «Riteniamo - ha tuonato il Grande ayatollah - il presidente degli Stati Uniti colpevole per le vittime, i danni e le calunnie da lui rivolte alla nazione iraniana». Khamenei è intervenuto il giorno dopo quella che sembrava un'apertura americana. Trump aveva accolto con favore, e perfino ringraziato, per lo stop a 800 impiccagioni. La notizia era stata diffusa dalla Casa Bianca, ma Ali Salehi, il procuratore di Teheran, l'ha smentita affermando invece che la risposta della magistratura ai manifestanti sarà «decisa, deterrente e rapida». Secondo un funzionario iraniano, citato dall'agenzia di stampa Reuters, è di almeno 5.000 persone uccise, tra cui circa 500 membri delle forze di sicurezza, il bilancio delle manifestazioni degli ultimi giorni.

 

Continua la stretta sulla censura, se è vero, come suggeriscono gli attivisti iraniani specializzati in diritti digitali, che la leadership sta pianificando di abbandonare definitivamente la rete internet globale, consentendo la connessione online solo a individui controllati. Il quotidiano britannico Guardian cita un rapporto di Filterwatch, un'organizzazione che vigila sulla censura di internet in Iran, secondo il quale «è in corso un piano coperto dal segreto per trasformare l'accesso a internet in un «privilegio governativo». Secondo Amir Rashidi, leader di Filterwatch Gli iraniani in possesso di un'autorizzazione di sicurezza o che hanno superato i controlli dell'esecutivo di Teheran avrebbero accesso a una versione filtrata del web globale. Per tutti gli altri cittadini funzionerà solo il web nazionale isolato dal resto del mondo. Il blocco di Internet cominciato l'8 gennaio è uno degli strumenti fondamentali per il controllo e per la repressione delle proteste.

 

Il giornale economico americano Wall Street Journal scrive che il presidente il 13 gennaio era orientato a dare il via libera e aveva chiesto al Pentagono di prepararsi, ma l'ordine finale non è mai arrivato. Per Khamenei «Il Presidente degli Stati Uniti ha inviato un messaggio ai sediziosi, affermando che li avrebbe sostenuti e avrebbe fornito supporto militare. In altre parole, il presidente degli Stati Uniti stesso è stato coinvolto nella sedizione».

 

Trump ha risposto:  «Khamenei è colpevole della completa distruzione del Paese e dell'uso di violenza a livelli mai visti prima. La leadership dovrebbe concentrarsi invece sulla corretta gestione del Paese, come faccio io negli Stati Uniti, e non sull'uccisione di migliaia di persone per mantenere il controllo dell'Iran. Khamenei è un uomo malato che dovrebbe governarlo  in modo appropriato e smetterla di uccidere persone. A causa della sua pessima leadership l'Iran  è il peggior posto al mondo nel quale vivere».

In attesa di capire quali passi intraprendere, Washington ha deciso di optare sullo strumento classico di ritorsione, quello economico. Il Dipartimento del Tesoro ha fatto scattare nuove sanzioni «contro gli artefici della brutale repressione di manifestanti pacifici», tra i quali Ali Larijani, che guida il massimo organismo di sicurezza: «Ha coordinato la risposta alle proteste per conto della Guida Suprema e ha pubblicamente esortato a usare la forza», si sottolinea in una nota. Sono sotto sanzioni anche altri quattro alti funzionari e «la rete di banche ombra attraverso le quali l'Iran gestisce scambi commerciali annuali per un valore di decine di trilioni di dollari, aggirando il sistema finanziario internazionale formale».

Washington aveva ritirato «a titolo precauzionale» parte del personale dalla sua base aerea di Al-Udeid in Qatar, la più grande nella regione (circa 10 mila militari), già colpita da Teheran a giugno dopo i raid statunitensi contro gli impianti nucleari iraniani, e da altre postazioni in Medio Oriente.  Londra ha seguito l'esempio degli Stati Uniti. Mosca e Pechino si irrigidiscono contro le ultime minacce americane nei confronti di un loro alleato geopolitico cruciale. «Chi intende usare i disordini» in corso in Iran «come pretesto» per un nuovo attacco alla Repubblica islamica come quello del giugno scorso, «deve essere consapevole delle conseguenze disastrose di tali azioni per la situazione in Medio Oriente e per la sicurezza internazionale globale», ha avvisato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, accusando «forze straniere ostili all'Iran» di cercare di «sfruttare le crescenti tensioni sociali per destabilizzare e distruggere la teocrazia».

La Cina, principale acquirente del greggio iraniano (pesa per circa il 13-15% delle sue importazioni totali di oro nero), ha ammonito che tutelerà «con decisione i suoi legittimi diritti e interessi». Trump ha alzato i toni sul suo social Truth, rivolgendosi direttamente ai manifestanti: «Patrioti iraniani, continuate a protestare prendete il controllo delle vostre istituzioni! Annotate i nomi degli assassini e di chi abusa. Pagheranno un prezzo altissimo.  L'aiuto è in arrivo. Miga!», ha scritto su Truth, declinando lo slogan Maga in salsa farsi (Make Iran Great again). A Elon Musk ha chiesto di garantire Starlink agli oppositori.

 

L’11 gennaio, il sedicesimo giorno di proteste in tutto il paese, la repressione era già un bagno di sangue. Duemila uccisi, ha denunciato la fondazione della premio Nobel Narges Mohammadi, rinchiusa di nuovo in carcere. I corpi sono ammassati negli ospedali. Migliaia di persone sono state arrestate. «Qualsiasi attacco statunitense porterà l'Iran a reagire contro Israele e le basi militari americane nella regione, che saranno obiettivi legittimi», ha avvertito il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf. Le persone arrestate sarebbero oltre 10.600. L’organizzazione non governativa per i diritti umani Hrana segnala anche 48 morti tra le forze di sicurezza.

Identificare i propri cari in mezzo alle centinaia di cadaveri ammassati diventa quasi impossibile, anche per l'ostruzionismo del regime. Le salme vengono ammucchiate in sacchi neri o «accatastate negli ospedali», come dimostrano i video. Le proteste sono divampate per il crollo della valuta e si sono rapidamente trasformate in una contestazione del regime. Molti manifestanti chiedono a gran voce il ritorno del figlio dell'ultimo scià, Reza Pahlavi che, dal suo esilio forzato negli Usa, continua a spingere i cittadini a non abbandonare le strade, dichiarando di essere pronto a tornare in Iran «appena possibile» per guidare una transizione politica e consentire elezioni libere e trasparenti.

A Teheran, senza elettricità né internet per oltre 72 ore, centinaia di cittadini hanno illuminato la notte con le torce dei telefoni cellulari. Alcuni filmati sono circolati grazie a Starlink, che risulterebbe ancora attivo in alcune zone, mentre altri video mostrano edifici in fiamme, scontri a fuoco e graffiti davanti a grandi folle. Nella notte del 10 gennaio disordini sono stati segnalati a Isfahan, Shiraz, Tabriz, Qom, Ahvaz, Kerman e Saqqez. A Mashhad, città natale della guida suprema Ali Khamenei, i manifestanti affrontano la polizia, alzano barricate e appiccano incendi. Secondo Iran International, le forze di sicurezza hanno usato gas lacrimogeni e armi ad aria compressa anche contro i familiari delle vittime durante i funerali nel cimitero Behesht-e Zahra di Teheran. Dopo aver inizialmente minimizzato le manifestazioni, sostenendo che le strade erano tornate vuote, il regime ora ne riconosce la forza, ma ha decretato tre giorni di lutto nazionale per «onorare» le vittime le forze di sicurezza e di polizia. Anche il presidente Masoud Pezeshkian, che in precedenza si era offerto di dialogare con i manifestanti, ha parlato di «terroristi legati a potenze straniere», mentre il procuratore generale Gholam-Hossein Mohseni-Eje'i ha minacciato i manifestanti e chi li aiuta accusandoli di essere «nemici di Dio», un crimine che prevede la pena di morte.

Il 10 gennaio un filmato, geolocalizzato e proveniente dall'obitorio di Kahrizak, a sud della capitale iraniana, mostrava corpi avvolti in sacchi neri a terra e persone che sembravano parenti in lutto alla ricerca dei propri cari. La struttura è formalmente definita Centro di Diagnostica Forense e Laboratorio della Provincia di Teheran. I gruppi per i diritti umani hanno già attirato l'attenzione dell'organizzazione norvegese Iran Human Rights (Ihr) sul filmato di Kahrizak. Il gruppo Hengaw, anch'esso con sede in Norvegia, ha dichiarato di aver verificato personalmente il filmato che mostra «decine di corpi insanguinati sia all'interno che all'esterno dell'obitorio di Kahrizak.

Ma per l'anziana Guida Suprema Ali Khamenei i manifestanti sono soltanto «un gruppo di vandali». La Repubblica Islamica «non cederà di fronte ai sabotatori», ha tuonato, commentando in pubblico la sollevazione per la prima volta in circa due settimane. Khamenei ha accusato i manifestanti di protestare per compiacere il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. «Trump dovrebbe sapere che i tiranni del mondo come il Faraone, Nimrod e Mohammad Reza (l'ultimo scià di Persia) sono stati abbattuti al culmine della loro arroganza. Succederà anche a lui», ha detto Khamenei, aggiungendo che il presidente statunitense ha «le mani sporche di sangue iraniano», perché nel mese di giugno  si è unito alla  guerra dei 12 giorni tra Israele e Iran.

Per precauzione la compagnia di bandiera turca Turkish Airlines ha annullato cinque voli per Teheran. Nella serata dell'8 gennaio è cominciato un blocco quasi totale di internet. In circa due settimane gli iraniani sono scesi in piazza in almeno 46 città di 21 province. A Zahedan, nell'Iran sudorientale, la polizia ha aperto il fuoco sui manifestanti. Il portale Iran International, che ha sede a Londra, '' ha pubblicato un video nel quale si cedono cadaveri stesi a terra nell'ospedale Alghadir di Teheran. Mentre, secondo i dati della ong Hrana almeno 2.277 persone sono state arrestate, il procuratore di Teheran Ali Salehi ha annunciato che alcuni dei dimostranti potrebbero rischiare la pena di morte per atti di vandalismo contro proprietà pubbliche.  L'Iran è attraversato da, una sfida che non ha precedenti negli ultimi quattro anni, da quando la morte della giovane Mahsa Amini - arrestata dalla polizia con l'accusa di non aver indossato correttamente il velo, l'hijab - fece scendere la gente in piazza con il motto «Donna, vita, libertà».

 

Per diversi osservatori, le manifestazioni - cominciate alla fine di dicembre - non hanno per ora raggiunto le dimensioni di quelle del 2022, ma arrivano in un momento di particolare debolezza del governo di Teheran sul piano internazionale, e molti manifestanti chiedono esplicitamente che l'ayatollah Ali Khamenei abbandoni il potere. Un uomo accusato di «spionaggio per il Mossad» è stato impiccato. Gholam-Hossein Mohseni-Eje'i, il capo della magistratura, ha minacciato: «Non ci sarà nessuna clemenza contro i rivoltosi». Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito che Israele non permetterà al regime «di ricostituire il suo programma missilistico balistico».

 

La situazione è talmente critica, scrive il New York Times, che  la teocrazia degli ayatollah è entrata in «modalità di sopravvivenza». A usare queste parole sono stati tre alti dirigenti del regime. Hanno raccontato che nelle riunioni della dirigenza del Paese si ammette di avere pochi gli strumenti per fronteggiare le due minacce: quella interna della piazza e quella politico-militare esterna degli Stati Uniti. La Guida Suprema dell'Iran, Ali Khamenei, 86 anni, avrebbe pianificato di fuggire a Mosca con 20 membri della sua famiglia e collaboratori se il regime dovesse cadere.  Il sindacato degli insegnanti ha chiesto che siano liberate le centinaia di studenti arrestati, ricordando che due giovanissimi - 15 e 17 anni - sono stati uccisi a colpi d'arma da fuoco nelle proteste. Tra i fermati, scrive Tasnim, l'agenzia di stampa iraniana ritenuta vicina alle Guardie della rivoluzione, c'era anche un agente del Mossad infiltrato.

La moneta locale, il rial, si  è svalutata del venti per cento nel solo mese di dicembre 2025. Due cittadini iraniani sono stati freddati negli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza nella città di Lordegan, nel sud-ovest del Paese, secondo l'agenzia di stampa semi-ufficiale Fars e il gruppo per i diritti umani Hengaw. Altre tre persone sono state uccise ad Azna e una a Kouhdasht, nella parte occidentale dell'Iran, sempre secondo Fars. Un decesso è stato segnalato a Fuladshahr, nell'Iran centrale, e un'altra vittima a Marvdasht, nel sud. Le autorità di Teheran hanno annunciato la morte di un giovane membro delle forze di sicurezza mercoledì 31 dicembre, nella città occidentale di Kouhdasht. Per i manifestanti invece la vittima sarebbe uno di loro. Durante la cerimonia funebre dell'uomo si sono verificati scontri tra polizia e dimostranti: agenti in uniforme hanno tentato di caricarsi sulle spalle la bara, ma la folla glie l'ha sottratta e li ha messi in fuga.

 

Le proteste sono iniziate il 28 dicembre tra i commercianti di Teheran infuriati per un altro forte calo della moneta locale. Il 30 dicembre si sono uniti gli studenti universitari e le proteste si sono allargate ad altre città. Sono state le manifestazioni più massicce e partecipate in Iran da quelle del 2022 per la morte di Jina Mahsa Amini, la giovane curda arrestata dalla polizia morale con l'accusa di non indossare correttamente il velo. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato che ascolterà le «legittime richieste» dei manifestanti, ma il procuratore generale, Mohammad Movahedi-Azad, ha avvertito che qualsiasi tentativo di creare instabilità incontrerà una «risposta decisa». Video pubblicati sui social media mostrano auto incendiate durante gli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza a Lordegan, Teheran e Marvdasht.

 

Un alto consigliere dell'ayatollah Ali Khamenei, la Guida Suprema iraniana, ha replicato intimando al presidente americano di «fare attenzione» e avvertendolo di non varcare quella linea rossa. «Trump dovrebbe sapere che qualsiasi ingerenza americana in una questione interna equivarrebbe a destabilizzare l'intera regione e a danneggiare gli interessi americani», ha avvertito su X Ali Larijani, segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale. «Che stia attento ai suoi soldati», ha aggiunto.

La premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, 53 anni, iraniana, è stata portata in ospedale due volte dopo l'arresto avvenuto il 12 dicembre. La famiglia ha pubblicato una nota su X dopo aver ricevuto, nella tarda serata del 14 dicembre, una telefonata da Narges, dopo quasi tre giorni nei quali non aveva più avuto sue notizie. Durante la comunicazione "molto breve e concisa”, Narges ha spiegato che il 12 dicembre, di fronte a una moschea vicino a Mashhad, nella quale si stava tenendo la cerimonia in memoria di Khosrow Alikordi, un avvocato iraniano e attivista per i diritti umani morto all'inizio di dicembre.

Narges è stata aggredita da agenti in borghese che con i manganelli l’hanno colpita più volte alla testa e sul collo. Subito dopo è stata arrestata. “'Metteremo – le hanno detto - tua madre in lutto”. Secondo Narges Mohammadi “l'intensità dei colpi era così forte, violenta e ripetuta che è stata portata al pronto soccorso due volte”. La dissidente ha sostenuto di non sapere nemmeno quale autorità di sicurezza la stia attualmente trattenendo e che non è stata fornita alcuna spiegazione al riguardo. Le sue condizioni fisiche al momento della chiamata “non erano buone e sembrava non stare bene", aggiunge la famiglia. Secondo il procuratore di Mashad, Hassan Hemmatifar, durante la cerimonia sono state arrestate altre 37 persone, fra le quali anche Sepideh Gholian, un'altra attivista molto conosciuta. Più tardi nella stessa giornata sarebbe finito in cella anche Javad Alikordi, il fratello dell'avvocato,  Narges Mohammadi, arrestata per l'ultima volta nel novembre 2021, ha trascorso molti anni in carcere. Nel dicembre 2024 aveva ottenuto una temporanea liberazione per motivi di salute.

Il 15 dicembre il rial iraniano, la valuta nazionale della Repubblica islamica dell'Iran, ha toccato un nuovo minimo storico. Gli operatori valutari di Teheran hanno quotato oggi il dollaro sopra 1,3 milioni di rial iraniani, in un quadro di aggravamento della valuta a meno di due settimane dal superamento della soglia di 1,2 milioni. Questo rapido deprezzamento sta aggravando le pressioni inflazionistiche nel Paese, facendo salire i prezzi dei prodotti alimentari e di altri beni di prima necessità. L'economia iraniana è stata colpita per anni dalle sanzioni internazionali, in particolare dopo che Donald Trump ha ritirato unilateralmente gli Stati Uniti dall'accordo nucleare di Teheran nel 2018. All'epoca dell'entrata in vigore dell'accordo, nel 2015, che ha portato a una riduzione dell'arricchimento dell'uranio e delle scorte iraniane in cambio dell'allentamento delle sanzioni, il rial era scambiato a circa 32 mila per dollaro. Dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca per un secondo mandato all'inizio dell'anno, gli Usa hanno ripreso una campagna di “massima pressione”, estendendo le sanzioni che colpiscono il settore finanziario e le esportazioni energetiche dell'Iran.

Ulteriori pressioni sono seguite a fine settembre, quando le Nazioni Unite hanno reintrodotto contro l'Iran le sanzioni legate alle centrali per l’arricchimento dell’uranio, attraverso il meccanismo noto come “snapback”. Tali misure hanno nuovamente congelato i beni iraniani all'estero, bloccato le transazioni di armi con Teheran e imposto sanzioni legate al programma missilistico balistico iraniano. Secondo Teheran l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) “non ha il diritto di richiedere ispezioni degli impianti nucleari iraniani danneggiati senza condannare gli attacchi israeliani di giugno e presentare protocolli di ispezione per gli impianti nucleari danneggiati”. Mohammad Eslami, il capo dell'Organizzazione per l'energia atomica dell'Iran, in un'intervista all'agenzia di stampa iraniana Irna, ha sostenuto che “sono state effettuate ispezioni in siti che non sono stati attaccati, ma il punto importante è che ora stiamo parlando di siti che sono stati attaccati. Un'agenzia che non condanna gli attacchi e non ha istruzioni per ispezionare i siti danneggiati non ha il diritto di dichiarare la propria intenzione di condurre ispezioni”, ha rincarato Eslami. A suo parere, l'AIEA dovrebbe innanzitutto fornire alla parte iraniana le sue istruzioni, se esistono, e un protocollo per condurre ispezioni degli impianti nucleari che sono stati sottoposti ad attacchi militari. ” Non è il momento per l'agenzia di porre domande, ora dovrebbe rispondere”, ha ribadito il funzionario della teocrazia.

Un Paese gravemente ferito dal blitz israeliano del 13 giugno del 2025, ma non ancora morto e soprattutto in grado di risollevarsi contro i nemici. E’ questo il volto dell'Iran che gli ayatollah hanno deciso di mostrare al mondo radunando a Teheran migliaia di persone per i funerali dei leader militari e degli scienziati nucleari uccisi nella guerra dei 12 giorni. Una cerimonia in grande stile, con il nero dei vestiti colore predominante e gli slogan «morte a Israele e all'America», alla quale ha partecipato gran parte dell'establishment della teocrazia. In prima fila il presidente Masoud Pezeshkian ed il contrammiraglio Ali Shamkhani, un consigliere di alto livello di Ali Khamenei, immortalato con un bastone a causa delle ferite riportate in un raid dell'Idf che ha distrutto la sua abitazione.

Risaltava l'assenza di Ali Khamenei, la Guida suprema, che è rimasto nascosto in un bunker dopo le minacce di morte del premier israeliano Benjamin Netanyahu e del presidente americano Donald Trump. I funerali di Stato di una sessantina di alti quadri iraniani sono stati preceduti da una campagna mediatica che aveva esortato la popolazione a partecipare, offrendo viaggi gratuiti in autobus e in metropolitana. Le immagini dell'evento hanno mostrato le bare avvolte nella bandiera iraniana, con i ritratti dei comandanti uccisi (dal capo di stato maggiore Mohammad Bagheri al leader dei Pasdaran Hossein Salam), tra due ali di folla sovrastata da modelli di missili balistici simili a quelli lanciati contro Israele.

La Guida suprema, che per motivi di sicurezza non si è fatto vedere in pubblico, si è rivolta alla nazione via social affermando che «gli americani ci hanno insultati, aspettandosi una resa, che non accadrà mai». Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi si è rivolto a Trump: «Se è sinceramente interessato a un accordo, dovrebbe mettere da parte il tono irrispettoso e inaccettabile nei confronti della Guida Suprema». L'inquilino della Casa Bianca si era fatto beffe dell'ayatollah affermando di averlo «salvato da una morte brutta e ignominiosa», pur «conoscendo perfettamente il posto nel quale si nasconde». In questo clima tesissimo resta appesa a un filo la possibilità che riparta il negoziato tra la Repubblica Islamica e gli Stati Uniti. Teheran, dopo aver sospeso la collaborazione con l'Aiea, ha annunciato che non permetterà più al direttore generale Rafael Grossi di visitare i suoi impianti. Quanto a Trump, ha continuato a inviare messaggi ambigui. Prima ha assicurato che gli iraniani «vogliono incontrarlo» e che succederà «presto». Poi però ha liquidato come una «bufala» la notizia che la sua amministrazione vorrebbe dare all'Iran 30 miliardi di dollari per costruire impianti nucleari civili, ed ha anche frenato sulla possibilità di ridurre le sanzioni al regime.

Le incognite riguardano soprattutto l'entità dei danni alle infrastrutture iraniane dopo i raid israeliani e soprattutto quelli americani, con le potenti bunker buster che si sono spinte a decine di metri nel sottosuolo dell'impianto di Fordow. A Teheran hanno ammesso danni seri, ma non irreparabili, mentre l'Aiea non è stata ancora in grado di stabilire quanta parte di centrifughe e di uranio arricchito sia stata distrutta o spostata. Trump, non a caso, ha dichiarato che avrebbe «assolutamente» preso in considerazione l'idea di bombardare nuovamente l'Iran. Con la benedizione di Israele.

L'Iran ha le capacità tecniche per riprendere l'arricchimento dell'uranio entro "qualche mese", ha affermato Rafael Grossi, capo dell'Agenzia dell’Onu per l'Energia Atomica (in sigla AIEA), in un'intervista al network televisivo americano CBS. A quasi una settimana dai bombardamenti statunitensi sui siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan, tutti concordano, persino Teheran, sul fatto che questi impianti abbiano subito danni, ma permangono dubbi sull'effettiva efficacia di questi attacchi. "Ci sono stati danni significativi, ma non completi (...) Possono avere, sapete, entro pochi mesi, direi, centrifughe operative per produrre uranio arricchito", ha dichiarato Grossi ieri in un'intervista che andrà in onda il 29 giugno. Un'altra questione chiave è il destino di oltre 400 chili di uranio arricchito al 60%, che teoricamente potrebbero essere utilizzati per realizzare più di nove bombe atomiche se il livello venisse portato al 95%. In un'intervista che andrà in onda il 29 giugno nel programma "Sunday Morning Futures" del canale televisivo americano Fox News, Donald Trump ha assicurato che le riserve di uranio dell'Iran non erano state spostate prima degli attacchi statunitensi: "E' una cosa molto difficile da fare, e non abbiamo dato alcun preavviso (prima dei bombardamenti). Non hanno spostato nulla)”, ha affermato. Ma gli ispettori dell'AIEA non hanno visto queste riserve dal 10 giugno. Per questo motivo hanno chiesto l’accesso ai siti e alle riserve iraniani.

La tregua tra l'Iran e Israele, nonostante le violazioni del cessate il fuoco messe in atto sia da Gerusalemme sia da Teheran, è una realtà. Il ministro della Difesa Israel Katz ha dato istruzioni alle Forze Israeliane di Difesa di effettuare «attacchi intensi contro obiettivi del regime nel cuore di Teheran» per rispondere ai due missili balistici iraniani lanciati (ma intercettati) dopo che era entrata in vigore la tregua. È stato colpito un sistema radar vicino a Teheran. La teocrazia non ha risposto. Il cessate il fuoco, annunciato nel cuore della notte da Donald Trump su Truth, il suo canale social, ha retto nonostante i timori di violazioni e le reprimende del tycoon.

Il presidente iraniano Masud Pezeshkian ha proclamato «la fine della guerra dei 12 giorni imposta» al suo Paese, dopo essersi detto pronto a tornare «al tavolo delle trattative». Il numero uno del Parlamento però continua a difendere i «diritti legittimi» di Teheran ad avere un suo programma nucleare e ad arricchire l’uranio. Il premier dello stato ebraico Benjamin Netanyahu ha parlato di «una vittoria storica che durerà per generazioni» e ha proclamato il ritorno alla normalità del traffico aereo in entrata e in uscita senza restrizioni, ha ripristinato la libertà di movimento e ha riaperto le scuole e gli uffici.

Prima di volare al vertice Nato de L'Aja Trump ha strigliato l'Iran e soprattutto Israele per aver violato la tregua poche ore dopo il suo annuncio. «Non sono soddisfatto dell'Iran né tantomeno di Israele... in pratica abbiamo due Paesi che combattono da così tanto tempo e così duramente che non sanno più cosa c... stanno facendo», ha imprecato prima di imbarcarsi sull'Air Force One, preannunciando la sua intenzione di fermarli. Ha investito con una sfuriata senza precedenti il premier israeliano Benjamin Netanyahu, l'alleato che ha sostenuto con i raid americani su tre siti nucleari iraniani e che ora starebbe valutando un viaggio lampo alla Casa Bianca. «Non mi è piaciuto il fatto che Israele abbia bombardato dopo aver concluso l'accordo (sulla tregua). Non dovevano farlo, e non mi è piaciuto il fatto che la rappresaglia sia stata molto forte», ha accusato, sottolineando che si trattava di una risposta a «un singolo razzo (iraniano) che non è atterrato da nessuna parte». Prima che scattasse la tregua un missile di Teheran ha ucciso quattro israeliani a Beer Sheva. «Israele, non sganciare quelle bombe. Se lo fai, è una grave violazione. Richiama subito i tuoi piloti a casa!», ha ammonito su Truth. Subito dopo il tycoon ha chiamato Netanyahu ed è stato «eccezionalmente fermo e diretto», secondo fonti della Casa Bianca, incassando lo stop. «Israele non attaccherà l'Iran. Tutti gli aerei torneranno a casa, mentre faranno un saluto amichevole all'Iran. Nessuno sarà ferito, il cessate il fuoco è in vigore!», ha potuto finalmente annunciare poco dopo sui social. Una svolta coronata dal successivo annuncio della fine della guerra da parte di Pezeshkian.

Trump ha ribadito che Teheran non avrà mai «né l'arricchimento dell'uranio né l'arma nucleare» ma ha sgombrato il campo dall'ipotesi evocata su Truth di un cambio di regime «che porterebbe il caos» e ha profetizzato per l'Iran un futuro da «grande Nazione commerciale, ricca di petrolio». Restano aperti vari nodi, a partire dalla riapertura dei negoziati sul nucleare e dal destino dell'uranio arricchito iraniano, apparentemente messo in salvo prima dei raid Usa. I media iraniani affermano oggi che lo scienziato e ricercatore nucleare Mohammadreza Sedighi Saber è stato ucciso durante un attacco israeliano alla casa di suo padre nella città di Astaneh Ashrafieh, nella provincia settentrionale di Gilan. In un altro attacco israeliano alla casa di Sedighi-Saber a Teheran, nei giorni scorsi, era stato ucciso anche il figlio diciassettenne. L'uomo era stato sanzionato dagli Stati Uniti per aver aiutato l'Iran a sviluppare armi atomiche.

Nella notte del 22  giugno il presidente americano Donald Trump ha ordinato un attacco a tre siti nucleari cruciali dell'Iran (Fordow, Natanz ed Esfahan) due giorni dopo aver dato un ultimatum di due settimane a Teheran per negoziare. L'operazione è stata battezzata a 'Midnight Hammer', 'Martello di mezzanotte”. Il capo dello Stato maggiore congiunto Dan Caine ha confermayto che i bombardieri B-2 hanno sganciato su Fordow 14 bombe GBU-57 Massive Ordnance Penetrator, capaci di sfondare bunker, ciascuna del peso di 30.000 libbre. L'operazione ha coinvolto oltre 125 aerei e un sottomarino della Marina Usa nel Golfo Persico. Per il Pentagono, i raid sono stati «efficaci» e tutti e tre i siti hanno subito «danni e distruzione estremamente gravi».

Rafael Grossi, il direttore generale dell'Agenzia delle Nazioni Unite contro la proliferazione delle armi atomiche (in sigla Aiea), ha riferito che, mentre Natanz è stata «completamente distrutta» e il sito di Isfahan ha subito «danni molto gravi», la situazione nei sotterranei di Fordow è poco chiara. Alcuni dirigenti iraniani assicurano che non ha subito danni gravi e che la maggior parte dell'uranio altamente arricchito immagazzinato presso l'impianto era stato trasferito prima dei raid Usa in una località segreta, come lascerebbero intendere anche delle immagini che mostrano un convoglio in movimento pochi giorni fa. L'Aiea ha reso noto che al momento non sono stati segnalati aumenti dei livelli di radiazioni all'esterno dei siti colpiti. Anche i «diversi feriti» nei raid, ha riferito Teheran, non mostravano segni di «contaminazione radioattiva».

Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida Suprema iraniana, l'Ayatollah Ali Khamenei, ha dichiarato domenica all'agenzia di stampa ufficiale Irna .che le basi utilizzate dalle forze statunitensi per lanciare attacchi contro i siti nucleari iraniani saranno considerate "obiettivi legittimi". "Non c'è più posto per l'America o le sue basi in questa regione e nel mondo islamico", ha affermato. Trump ha ribadito, in «un lavoro di squadra», l'asse con Bibi che ha pregato per lui al Muro del Pianto.

Preoccupa anche la minaccia ventilata dal Parlamento iraniano di chiudere lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa un quarto del traffico globale di petrolio e circa un terzo di quello di gas naturale. «Sarebbe un suicidio», ha replicato il vicepresidente Usa JD Vance, avvisando che gli Stati Uniti «non sono in guerra con l'Iran, ma con il programma nucleare iraniano».

Saeed Izadi, capo della divisione palestinese delle forze speciali al Quds dei Pasdaran, è stato ucciso il 21 giugno a Qom,  a due ore di auto da Teheran. Era l’alto ufficiale dei Pasdaran che teneva i contatti con Hamas. Si era salvato nel 2024 quando fu bombardata l’ambasciata dell’Iran a Damasco. Procurava armi e denaro ad Hamas. Era un consigliere di Sinwar e di Mohammed Deif, le menti della strage del 7 ottobre ai confini di Gaza. Per Israele la sua uccisione è stata uno dei momenti chiave della guerra.

In questi ultimi giorni dall'Iran ci arriva «una sfida diversa da quelle che abbiamo conosciuto finora», ha ammesso Eyal Zamir, il capo di stato maggiore delle Forze Israeliane di Difesa. Come succede ogni giorno da una settimana, gli israeliani si sono svegliati con le sirene dell'antiaerea. Ancora una volta sono risuonate a Beer Sheva, nel sud, all'indomani dell'attacco che aveva colpito l'ospedale Soroka. All'alba, un missile balistico iraniano ha centrato un parcheggio vicino a edifici residenziali. Scene di devastazione, appartamenti distrutti, veicoli in fiamme, facciate di edifici e balconi crollati. Sette i feriti. Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno rivendicato anche di aver attaccato una sede di Microsoft, perché avrebbe «collaborato» con l'esercito israeliano.

Il cuore dell'arricchimento dell'uranio iraniano sono le centrifughe piazzate a 90 metri di profondità nelle rocce della montagna di Fordow. Gli israeliani non hanno bombe in grado di raggiungerle. Il Pentagono dispone di 19 bombardieri stealth B2 Spirit che possono sganciare due GBU-57A7B capaci di penetrare la roccia della montagna fino a 61 metri. Sono lunghe sei metri e venti centimetri, pesano 13600 chili, e fanno scoppiare una carica di 2300 chili di esplosivo polimerico. Il loro effetto è simile a quello di un terremoto. Il Pentagono ha suggerito al presidente statunitense Donald Trump di colmare il gap usando ordigni convenzionali per preparare il terreno e in un secondo tempo sganciando un'atomica tattica come l'ultimo modello delle B 61 da poco trasferite anche in Italia. Dall'inizio dei bombardamenti israeliani l'inviato speciale di Trump per il Medio Oriente Steven Charles Witkoff ha suggerito in diverse telefonate al ministro degli esteri della teocrazia Abbas Araghchi di trasferire l'arricchimento dell'uranio per scopi civili all'esterno del territorio iraniano.

Il commander in chief  emargina sempre di più il segretario alla Difesa Pete Hegseth e la direttrice della National Intelligence Tulsi Gabbard dalle decisioni sull'Iran. Si affida a un gruppo ristretto di persone,  il suo vice JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, l'inviato per il Medio Oriente Steve Witkoff, il capo della Cia John Ratcliffe, i generali a quattro stelle Erik «The Gorilla» Kurilla (Comando Centrale) e Dan «Raisin» Caine (capo degli Stati Maggiori Riuniti). La Casa Bianca ha persino bocciato il candidato del Pentagono - appoggiato da Gabbard - per la guida della National Security Agency (Nsa) e per il Comando della cibernetica statunitense. La numero uno degli 007 è stata sconfessata pubblicamente due volte questa settimana dal presidente. «Si sbaglia», ha detto il tycoon riferendosi alla sua testimonianza di marzo al Congresso, dove aveva escluso che Teheran stesse costruendo una bomba atomica. Gabbard ha fatto subito dietrofront e si è allineata: «I media disonesti stanno intenzionalmente estrapolando la mia deposizione dal contesto e diffondendo notizie false per alimentare la divisione. L'America ha informazioni di intelligence che l'Iran è al punto di poter produrre un'arma nucleare entro poche settimane o mesi, se decide di finalizzare l'assemblaggio. Il presidente è stato chiaro. Questo non può accadere, e sono d'accordo». I B2 Spirit sono stati rischierati sull'isola Diego Garcia  nell'Oceano Indiano, circa 1600 km a sud dell'India, ma potrebbero colpire Fordow anche partendo dagli Stati Uniti. Dalla base aerea di Whiteman, in Missouri, si sono levati in volo sei bombardieri B-2,. La destinazione pare essere l'isola di Guam, territorio statunitense nel Pacifico Occidentale.

Nel pomeriggio del 20 giugno venticinque missili iraniani hanno fatto scattare l'allarme in tutto Israele. Ad Haifa hanno ferito 23 civili, tre dei quali gravemente. Un sedicenne è stato investito dalle schegge. Il presidente israeliano Isaac Herzog ha denunciato che il raid ha raggiunto anche la moschea di Al-Jarina, «ferendo religiosi musulmani e fedeli in preghiera». Secondo i media il missile è caduto non lontano dal porto, che insieme ad Ashdod rappresenta uno snodo marittimo importante per lo Stato ebraico. Il colosso danese del trasporto marittimo Maersk ha deciso di sospendere temporaneamente gli scali, «dopo aver analizzato attentamente i rischi di minaccia relativi al conflitto».

Lo Stato ebraico rivendica di aver distrutto 950 droni, decine di lanciamissili e di siti di stoccaggio dei razzi e obiettivi a Teheran, tra i quali un «centro di ricerca e sviluppo per il progetto di armi nucleari». Le autorità iraniane hanno riconosciuto che undici pasdaran sono stati uccisi in mattinata in una base a Bostanabad. La teocrazia denuncia che un razzo ha danneggiato un ospedale di Teheran, portando a tre le strutture sanitarie colpite in una settimana.

Secondo l'agenzia iraniana di stampa non governativa Hrana, (ndr. acronimo inglese di Agenzia di notizie degli attivisti per i diritti umani) almeno 206 persone sono state arrestate in varie città dell'Iran per avere pubblicato online messaggi relativi al conflitto con Israele. Proseguono i blackout di internet, così come gli arresti per «spionaggio» in favore di Israele. Per ultimo, un cittadino europeo la cui identità resta sconosciuta. Londra ha disposto il ritiro temporaneo del suo personale della delegazione diplomatica in Iran. Anche la Svizzera ha chiuso «temporaneamente» la sua ambasciata a Teheran.

All'alba del 19 giugno i caccia dell’aviazione israeliana hanno colpito il reattore ad acqua pesante di Arak (nel video delle Forze Israeliane di Difesa, diffuso dall'agenzia Agi, gli effetti del bombardamento), nell’Iran occidentale e hanno preso di mira per la seconda volta in una settimana l'impianto di arricchimento di Natanz nonché un sito vicino collegato al programma nucleare della repubblica islamica. Si tratterebbe dell'impianto di produzione dell'acqua pesante di Khondab. Il servizio di intelligence di Israele teme che il reattore di Arak, progettato dal 2002 con la società russa Nikiel, possa essere riattivato in poco tempo. Nella serata del giorno prima le Forze Israeliane di Difesa avevano  diffuso sui social iraniani un messaggio in farsi e una mappa per avvertire i residenti di Arak che l'area sarebbe stata bombardata. Poche ore dopo i jet militari hanno sganciato tonnellate di munizioni per arrivare a «distruggere il componente destinato alla produzione di plutonio», ha dichiarato l'esercito. I reattori ad acqua pesante possono produrre facilmente plutonio che, come l'uranio arricchito, può essere usato per realizzare il nucleo di una bomba atomica. Sui tempi della costruzione di un ordigno nucleare si accavallano le previsioni più disparate. Dieci anni fa il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva detto: "L'Iran è a poche settimane da un intero arsenale di bombe atomiche",

L'Iran ha accusato l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Aiea) di essere un «partner» dell'aggressione israeliana in un post scritto su X dal portavoce del ministero degli Esteri e indirizzato al capo dell'agenzia Rafael Grossi. L'Aiea aveva stigmatizzato il comportamento di Teheran in un rapporto precedente all'inizio della guerra per non aver rispettato gli obblighi sul programma nucleare. Il 18 giugno Grossi ha aggiustato il tiro: «Siamo giunti alla conclusione che non possiamo affermare che al momento in Iran ci sia uno sforzo sistematico per produrre un'arma nucleare».

Il 19 giugno poco dopo le sei del mattino, ora locale, a Tel Aviv e nel resto del Paese sono scattati prima gli allarmi sui cellulari, poi le sirene. Milioni di persone si sono rifugiate nelle aree protette sotterranee. L'ondata di missili balistici sparati dal territorio della Repubblica islamica, una trentina, ha scatenato un finimondo di esplosioni: quelle degli ordigni intercettori israeliani e le deflagrazioni dei vettori con testate da 500 chili di esplosivo che non sono stati abbattuti dagli Arrow dei militari israeliani. Un missile è caduto sul principale ospedale meridionale di Israele, il Soroka Medical Center, che dispone di oltre 1.000 posti letto e fornisce servizi a un milione di residenti. Altri due missili sono esplosi a Holon e a Ramat Gan, nella parte centrale di Israele, ferendo decine di persone. Sei sono gravi. Gli artificieri hanno trovato sul luogo delle detonazioni tracce evidenti di bombe a grappolo, capaci di disperdere munizioni più piccole che si propagano su un'ampia area. «L'ospedale Soroka serve l'intera regione del Negev, curando israeliani, i nostri vicini palestinesi, cristiani. Il suo personale devoto - ebrei e arabi - lavora fianco a fianco unito dalla missione di guarire», ha commentato il presidente Isaac Herzog visitando la struttura, che intanto ha evacuato la maggior parte dei suoi pazienti. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha affermato che il missile era diretto a un quartier generale militare e di intelligence adiacente.

La portaerei USS Gerald R. Ford e il suo gruppo da combattimento entro la settimana prossima raggiungeranno le altre due navi da guerra statunitensi dislocate in Medio Oriente. Un aumento dei movimenti è segnalato dai siti militari anche ad Aviano. I media israeliani hanno riportato le immagini satellitari della base americana nell'Oceano indiano, la Diego Garcia, che mostrano quattro bombardieri B-2 (già dispiegati nei mesi scorsi). Questi velivoli possono trasportare le buster bunker GBU-57: gli unici ordigni in grado di penetrare a decine di metri di profondità nella roccia, dove è nascosto l'impianto di arricchimento dell'uranio di Fordow. Il gioiello della corona degli ayatollah.

«Non ci arrenderemo mai e se gli Usa ci attaccano subiranno danni irreparabili», è stato l'avvertimento lanciato dalla Guida suprema Ali Khamenei in un nuovo intervento alla tv di Stato Irib. ,Un messaggio di 9 minuti, con al fianco la foto del fondatore della Repubblica islamica Khomeini. L'ottantaseienne capo della teocrazia ha detto che non ci sarà «nessuna pietà per i leader israeliani» e che lo Stato ebraico sta subendo una «punizione severa», tanto che «i suoi amici americani» sono stati costretti ad «entrare in scena». E proprio a Trump ha rivolto il secondo strale: «Un suo intervento militare provocherà danni irreparabili».

Lo scontro, al momento solo verbale, tra Khamenei e Trump, si è consumato nel sesto giorno di conflitto tra Israele e Iran. Teheran è stata bersagliata ancora dai raid. Sarebbe stata centrata anche un'università finanziata dalle Guardie della Rivoluzione. Sono proseguiti i bombardamenti sui siti nucleari. L'Aiea, l'agenzia delle Nazioni Unite che dovrebbe contrastare la proliferazione delle armi atomiche, ha parlato di danni a due impianti di produzione di centrifughe a Karaj e a Teheran. In azione anche le cyber-unità. La rete internet è quasi interamente bloccata in tutto il Paese.

La risposta iraniana è arrivata con ripetuti lanci di droni verso il nord di Israele e di missili balistici sul centro del Paese, compresa Tel Aviv. Quasi tutti abbattuti, ha comunicato l'aeronautica. I militari hanno rilevato che si è trattato di pochi missili e non un'ondata come nei giorni scorsi. Teheran ha rivendicato anche l'utilizzo di vettori ipersonici. Secondo le Forze Israeliane di Difesa il nemico ha lanciato finora oltre mille droni e 400 missili balistici, 20 dei quali hanno colpito aree urbane causando vittime e danni ingenti. Almeno 24 morti e 500 feriti l'ultimo bilancio. In Iran i morti sarebbero almeno 585 e 1.300 feriti, secondo i calcoli della ong Hrana.

Il bilancio delle vittime e dell’estesa distruzione registra una realtà che non si era mai vista prima in Israele. Nella notte tra il 15 e il 16 giugno diversi missili iraniani hanno superato lo sbarramento delle Forze Israeliane di difesa e hanno colpito il centro e il nord il Paese, provocando 8 morti e circa 300 feriti. Non solo, in serata le autorità hanno rivelato che i tre uccisi a Haifa nella notte si trovavano negli impianti della compagnia Bazan, le raffinerie della città. Erano in una stanza interna considerata tra le più protette, ma il missile iraniano è esploso vicino causando un incendio. I lavoratori sono rimasti intrappolati e sono morti per asfissia a causa del fumo e del calore estremo generato dall'esplosione.

Poco dopo le 18 del 16 giugno sono rimbalzate in Israele le immagini in diretta dell'attacco all'emittente statale iraniana Irib. La conduttrice Sahar Emami, col capo coperto dal velo nero e blu, annuncia con concitazione di essere sotto un bombardamento nemico, poi si sente una forte esplosione. Cadono calcinacci, detriti, si alza il fumo, blocchi di cemento crollano dal soffitto, lei scappa via dallo studio. Lo schermo si riempie di buio, si sente una voce gridare più volte: «Allahu Akbar» (ndr Allah l’onnipotente). Filmati ripresi dall'esterno mostrano l'edificio in fiamme. Poco dopo la rete è tornata in diretta con Emami: «Quello che avete visto è un crimine palese del regime sionista sulla terra santa dell'Iran», ha detto, «le nostre forze armate, risolute, continuano a percorrere la strada del nostro popolo innocente».

Il premier israeliano Benyamin Netanyahu, in un'intervista al network televisivo americano Abc, non ha escluso di volere l'eliminazione dell'ayatollah Ali Khamenei. Alla domanda sul presunto veto del presidente Donald Trump, secondo il quale l'uccisione della Guida Suprema dell'Iran aggraverebbe la situazione, il primo ministro israeliano ha risposto: «Non l'aggraverà, ma vi porrà fine».  Poco tempo prima che i caccia israeliani facessero cadere le loro bombe, era arrivato un messaggio di evacuazione in farsi dai militari dello stato ebraico per la popolazione che abita vicino al quartier generale dell'Irib. Il ministro della Difesa Israel Katz ha anticipato l'attacco con una dichiarazione: «Il portavoce della propaganda e dell'incitamento iraniano sta per scomparire». Successivamente l'esercito ha confermato ufficialmente l'attacco alla tv di Stato, spiegando che «il centro comunicazioni del regime è stato utilizzato dalle forze armate iraniane per promuovere operazioni militari sotto copertura civile».

I Pasdaran iraniani hanno avvertito: «Si invitano i residenti di Tel Aviv a evacuare il prima possibile». In serata Teheran ha diffuso un avviso di evacuazione affidato ai network televisivi israeliani N12 ed N14. I media statali hanno quindi avvisato che l'Iran si sta preparando per il «più grande e intenso attacco missilistico» contro Israele.

Il Wall Street Journal ha riferito che Teheran avrebbe segnalato la volontà di porre fine alle ostilità e di riprendere i colloqui sul nucleare, inviando messaggi a Israele e agli Stati Uniti tramite intermediari arabi. I diplomatici iraniani avrebbero detto di essere disponibili a tornare al tavolo delle trattative, a condizione che gli Usa non prendano parte ai raid di Gerusalemme. In serata Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione live sul drammatico momento: «Abbiamo aperto un'autostrada nei cieli dell'Iran, li dominiamo. Siamo sulla strada verso la vittoria. Se qualcuno aveva dei dubbi, oggi non ne ha più. Anche gli iraniani lo capiscono». E ha aggiunto: «Abbiamo colpito duramente l'impianto di arricchimento dell'uranio di Natanz, distrutto un numero enorme di lanciatori: non importa quanti missili abbiano, importa il numero dei lanciatori distrutti. Gli iraniani avevano migliaia di droni: ne abbiamo eliminata la metà», ha affermato. Nel frattempo, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha scritto sul suo account X-net che «una sola telefonata del presidente Trump potrebbe porre fine agli attacchi contro l'Iran». «Questa è l'unica cosa – ha detto il responsabile della diplomazia di Teheran - che può bloccare Netanyahu e aprire la strada alla diplomazia», precisando però di non essere sicuro che «Trump faccia sul serio e sia interessato a porre fine alla guerra».

 Nella prima ondata di raid e di attacchi anche dall’interno dell’Iran erano caduti Mohammed Bagheri, capo di stato maggiore dell’esercito degli ayatollah, Hossein Salami, comandante dei Pasdaran, Esmail Ghani, numero uno delle forze speciali al Quds dei “Guardiani della Rivoluzione”, Gholam Ali Rashid, vicecapo di Stato Maggiore, Amir Hajizadeh, numero uno delle forze aerospaziali iraniane, Daud Shaykhian, responsabile militare delle forze aeree dei Pasdaran. Fra gli scienziati, gli esperti dei progetti nucleari della teocrazia, sono stati uccisi (alcuni nel sonno) Fereydoun Abbasi-Divani, Mohammad Mehdi Tehranchi, Ahmad Zolfaghari, Amirhossein Feghi, Abdolhamid Manouchehr. Iran International riferisce che l'ayatollah Ali Khamenei "è stato trasferito in un bunker sotterraneo a Levizan, nel nord-est di Teheran, poco dopo i primi attacchi a Teheran". Tutti i membri della famiglia di Khamenei, compreso Mojtaba, il figlio che potrebbe succedere al padre alla Guida del Paese, sarebbero con lui.

Il 15 giugno nella sede della loro organizzazione ridotta in macerie avrebbero perso la vita il capo dell'intelligence dei Pasdaran, Mohammad Kazemi, e il suo vice Hassan Mohaqqeq. Per tutta la giornata sono caduti razzi su Teheran. Oltre ai missili, l'offensiva è stata condotta anche con autobomba: almeno cinque sono esplose in diverse zone della città. Decine gli obiettivi presi di mira, tra i quali due depositi di carburante. I residenti hanno cecato rifugio nelle moschee e nelle metropolitane. L'aeronautica dello Stato ebraico ha poi allargato il raggio d’azione e ha colpito la città nord-orientale di Mashhad, a 2.300 chilometri di distanza da Israele.

Le bombe su Bat Yaman, una cittadina di mare vicina a Tel Aviv, sono state uno shock per il paese e Benyamin Netanyahu, visitando la zona, ha tuonato: «L'Iran pagherà un prezzo altissimo per l'assassinio deliberato di civili, donne e bambini. Raggiungeremo i nostri obiettivi e infliggeremo loro un colpo devastante». Lo stesso premier ha poi confermato la «distruzione dell'impianto principale» di Natanz, nel centro dell'Iran, dove si arricchisce l'uranio. L'Aiea nei giorni scorsi aveva riferito che la parte in superficie dell'impianto era stata distrutta.

L'Iran ha contrattaccato con due nuove ondate di missili.  Forti esplosioni sono state sentite a Tel Aviv, a Gerusalemme, nel nord e nel sud, mentre le Forze israeliane di Difesa diramavano sui cellulari i messaggi di allerta che invitavano a scendere nei rifugi. Ci sono stati almeno sei feriti in un edificio nel sud centrato da un razzo. Secondo i militari israeliani almeno 200 vettori balistici sono stati lanciati contro Israele dall'inizio dell'offensiva di venerdì 13 giugno. «Il piano sta funzionando come al solito e anche oltre. L'attacco a Teheran e ai suoi sistemi nucleari, agli impianti di produzione di armi, alla difesa aerea e ai missili è potente», ha commentato il ministro israeliano della Difesa Israel Katz durante una valutazione della situazione con il capo di stato maggiore, con il direttore del Mossad e con alti ufficiali delle Forze Israeliane di Difesa. «Chi ci attacca trasforma Teheran in una Beirut», è stato l'avvertimento, rivolto anche agli alleati degli iraniani che sono tornati a minacciare la sicurezza di Israele. Gli Houthi dello Yemen hanno rivendicato il lancio di «diversi missili balistici ipersonici» in coordinamento con l’Iran.

Il Wall Street Journal riferisce che l'America ha assistito Gerusalemme nella difesa dai missili da «aria, terra e mare». E la Gran Bretagna sta dispiegando risorse in Medio Oriente, compresi jet, in seguito alle tensioni tra Iran e Israele, ha affermato il primo ministro Keir Starmer. La diplomazia iraniana ha avvertito Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia: «Se contribuiranno a sventare gli attacchi contro Israele, l'Iran colpirà le loro basi militari in Medio Oriente».

Alle tre di notte di venerdì 13 giugno l'aeronautica militare israeliana ha cominciato a colpire siti militari e nucleari iraniani, ha decapitato i vertici dei Pasdaran e ha ucciso 78 civili. La fonte della cifra è l’ambasciatore di Teheran Amir Saeed Iravani che ha preso la parola durante una riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. “Condanniamo con forza e inequivocabilmente – ha detto - questi attacchi barbari e criminali. Una serie di omicidi mirati contro alti ufficiali militari, scienziati nucleari e civili innocenti. Ad oggi, 78 persone sono state martirizzate (ndr. uccise) e più di altre 320 altre sono state ferite,  nella stragrande maggioranza civili, tra i quali donne e bambini. L’Iran risponderà in maniera decisa e proporzionata”.

Nella serata dello stesso giorno il regime degli ayatollah ha risposto lanciando almeno 150 missili balistici. Alcuni vettori hanno perforato la sofisticata difesa aerea israeliana. Deflagrazioni, incendi e feriti lievi a Tel Aviv e a Gerusalemme, mentre suonavano le sirene e la popolazione era chiusa nei rifugi. Teheran sostiene di aver abbattuto due jet israeliani e di aver «catturato una pilota». Israele ha smentito la notizia. I caccia di Tsahal, le forze armate dello Stato ebraico, hanno colpito «oltre 200 obiettivi», tra siti nucleari, lanciamissili e droni, infrastrutture militari strategiche della Repubblica islamica. Sono stati decimati il comando militare iraniano e la squadra di scienziati nucleari che ha guidato la corsa alla bomba atomica. L'attacco preventivo è stato annunciato nel cuore della notte dal ministro della Difesa Israel Katz.

Poco dopo l'uccisione di Hossein Salami, il Comandante delle Guardie della Rivoluzione (i Pasdaran),  Mohammad Pakpour, il nuovo numero uno del corpo,  ha dichiarato: «Il regime sionista avrà un destino amaro e doloroso, con conseguenze gravi e distruttive. Apriremo le porte dell'inferno». Il premier dello stato ebraico Benjamin Netanyahu aveva detto che si aspettava «diverse ondate di attacchi iraniani». La prima, un centinaio di droni, è stata fermata dai sistemi di difesa israeliani che li hanno abbattuti prima che entrassero nello spazio aereo del Paese. Nella serata del 13 giugno l'allerta massima per un attacco dall'Iran - l'operazione 'Vera Promessa 3' - è arrivata sui telefoni cellulari di tutte le persone che si trovano nel territorio del Paese. È stata la prima di almeno tre ondate di missili balistici degli ayatollah.

L'attacco aereo israeliano, denominato Leone Nascente, è arrivato alla vigilia di quello che avrebbe dovuto essere il sesto round di colloqui tra gli Stati Uniti e l’Iran. Era in calendario per il 15 giugno, domenica, in Oman. È stato subito annullato. «L'azione militare di Israele contro l'Iran è stata eccellente», ha commentato il presidente americano Donald Trump. «Abbiamo dato a Teheran una chance e non l'ha colta. Sono stati colpiti molto duramente», ha constatato anticipando che ci saranno «molti altri attacchi». La sua porta aperta è questa: «Due mesi fa - ha scritto sul suo social Truth - ho dato all'Iran un ultimatum di 60 giorni per sottoscrivere un accordo. Oggi è il giorno 61. Ora orhanno, fse, una seconda possibilità. L’Iran non può avere una bomba nucleare, speriamo di tornare al tavolo delle trattative». Trump ha aggiunto che era stato informato dell'attacco da Gerusalemme.

Il premier israeliano ha invece affidato a un video il messaggio ai cittadini per spiegare la decisione di attaccare: «Stavano cercando di accelerare la produzione e di fabbricare 300 missili balistici al mese, pari a 10.000 missili in tre anni, 20.000 in sei, ognuno con una tonnellata di esplosivo. È come far cadere autobus carichi di esplosivo sulle città israeliane”. Il 4 maggio del 2025 l’Iran aveva annunciato di aver realizzato missili balistici che possono colpire obiettivi a 1200 chilometri di distanza. Oggi a far cadere tonnellate di esplosivo sono stati i caccia dell'Israel Air Force (In sigla Iaf) f colpendo a più riprese l'impianto di arricchimento dell'uranio di Natanz, quello di Fordow, e il sito di Isfahan. Rafael Grossi, direttore dell’Aiea (l’agenzia delle nazioni Unite per il contrasto della proliferazione atomica), ha riferito al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che i siti di Fordow ed Isfahan sono stati colpiti. “Il livello di radioattività è rimasto invariato e su livelli normali, ma la contaminazione è gestibile prendendo misure adeguate”. Secondo funzionari della difesa i danni sono ingenti. Secondo Eli Bin, direttore del servizio di pronto soccorso israeliano Magen David Adom, almeno 41 suoi connazionali sono rimasti feriti. Due versano in condizioni critiche, per altri quattro è stata diagnosticata una moderata gravità e 33 sono feriti lievi. Sono stati ricoverati, scrive Ynet, il portale di Yedioth Ahronoth, il più diffuso quotidiano di Israele, negli ospedali Beilinson, Ichilov e Sheba.

Gli attacchi israeliani sono ripresi alle 2 e 30 iraniane, la mezzanotte del 13 giugno in Italia. L’esercito americano sta aiutando ad intercettare i missili che l’Iran ha sparato per rappresaglia contro Israele, secondo quanto dichiarato da un funzionario statunitense. Gli Stati Uniti hanno spostato i mezzi più vicini allo stato ebraico per assistere nelle intercettazioni dei missili e per proteggere meglio le basi americane nella regione. Sebbene il funzionario non abbia specificato in che modo gli Stati Uniti abbiano fornito assistenza, sia gli aerei da combattimento della U.S. Air Force sia le difese missilistiche basate su cacciatorpediniere hanno intercettato i missili in precedenti attacchi. Il funzionario ha parlato a condizione di anonimato. Alle 21e 30 del 13 giugno. L’esercito di Gerusalemme ha comunicato alla popolazione che poteva lasciare i rifugi, con la raccomandazione di restare nelle vicinanze.

"Il missile balistico Ghassem Basir a propellente solido ha una gittata di almeno 1.200 chilometri ed è l'ultimo successo dell'Iran nel campo della difesa", ha dichiarato alla tv di stato dell'Iran Irib il Ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh.  L'emittente ha trasmesso le immagini del nuovo vettore durante un'intervista con il responsabile delle Forze armate . "Se veniamo attaccati - ha detto - e ci viene dichiarata una guerra, risponderemo con la forza e prenderemo di mira i loro interessi e le loro basi".

Il 26 aprile una potente esplosione ha devastato il porto Shahid Rajai (martire Rajai ndr.) vicino a Bandar Abbass, città iraniana sullo Stretto di Hormuz. "Finora, 40 persone sono morte", ha detto alla televisione Mohammad Ashouri, capo della provincia di Hormozgan nella quale si trova lo scalo. Sul web il sito Maritime Executive ha pubblicato la notizia che meno di un mese fa il cargo iraniano “Jeyran” ha lasciato la Cina e ha attraccato nel porto Shahid Rajaee di Bandar Abbas. Una fonte dei Pasdaran della Rivoluzione iraniani, che ha preteso l’anonimato, ha rivelato al New York Times che la nave trasportava perclorato di sodio, un componente fondamentale del combustibile solido per i missili. L’incendio non è stato ancora domato. Secondo la portavoce del governo iraniano Fatemeh Mohajerani le fiamme sono state contenute all’80 per cento. Shahid Rajai, situato sullo Stretto di Hormuz, gestisce oltre il 55% delle esportazioni e delle importazioni del paese, il 70% del transito portuale e oltre l'80% del traffico di container.

Il deputato del Parlamento iraniano Mohammad Seraj ha sostenuto che “nell'esplosione a Shahid Rajai ci sono chiari segni del coinvolgimento di Israele". "La deflagrazione - fa notare - è avvenuta simultaneamente in quattro punti diversi, ed è chiaro che hanno piazzato esplosivi nei container". Secondo Seraj gli israeliani "hanno persino stimato l'ora esatta dell'arrivo del carico nel porto, per causare un danno più grave"

Le agenzie petrolifere iraniane Persian Gulf Star e National Iranian Oil Refining and Distribution Company hanno diffuso dettagliati comunicati per precisare che non esiste alcun collegamento tra l'esplosione e i loro serbatoi di petrolio, impianti di raffineria, o gli oleodotti della zona. Nel suo messaggio di condoglianze e solidarietà con le famiglie delle vittime, il presidente Masoud Pezeshkian ha voluto far sapere di aver immediatamente ordinato una approfondita indagine sull'accaduto, e di aver spedito sul posto, ad un migliaio di chilometri a sud di Teheran, il ministro degli Interni, Eskandar Momeni.

Al Masirah, la tv dei ribelli yemeniti Houthi legati all'Iran, ha reso noto che a Thuqbah”, nel distretto di Sufyan, nel settentrione del Paese, due attacchi aerei degli Stati Uniti sono costati la vita ad almeno “otto persone, tra le quali donne e bambini”.  Nel febbraio del 2025 l'Iran si è dotato di navi porta - droni che assomigliano a portaerei. Nei giorni scorsi ha varato la Shahid Bagheri, un mercantile in grado di operare anche lontano dalle coste della teocrazia. L'unità sarà gestita dalla marina dei Pasdaran. L'imbarcazione potrà trasportare diversi squadroni di velivoli senza pilota, elicotteri e missili da crociera. La pista di decollo è lunga 180 metri e si trova sulla tolda del natante che era adibito al commercio. Il natante ha un'autonomia di 22 mila miglia nautiche. L'ambizioso sviluppo di tecnologie militari è diventato di pubblico dominio quasi un mese dopo la soluzione della vicenda della giornalista italiana Cecilia Sala.

 

"Tenderemo la mano dell'amicizia a tutti". Era stata all'insegna dell'apertura e della conciliazione la promessa di Masoud Pezeshkian, il politico riformista diventato il nuovo presidente dell'Iran. Al ballottaggio ha conquistato quasi il 54% dei consensi e ha battuto l'ultraconservatore Saeed Jalili. Ma tutti i numeri vanno presi con il beneficio di inventario, perché il voto non è stato sorvegliato da nessun osservatore internazionale. "Il cammino che ci attende è difficile e non può essere percorso senza la vostra fiducia, cooperazione ed empatia", ha detto dopo aver trionfato, uno stacco netto rispetto alla chiusura e alla rigidità che avevano contraddistinto Ebrahim Raisi, il presidente eletto nel 2021 e morto il 19 maggio quando è precipitato il suo elicottero. La mano di Pezeshkian si presenta tesa verso tutte le diverse anime della società iraniana. Alla tornata elettorale ha partecipato solo il 49% degli aventi diritto e la campagna elettorale è stata segnata da moltissimi appelli per boicottare il voto da parte di prigionieri politici, dissidenti o famiglie di persone morte sotto il regime degli ayatollah.

 

Pezeshkian è un cardiochirurgo di 69 anni che ha guidato il dicastero della Sanità durante l'amministrazione del riformista Mohammad Khatami dal 2001 al 2005. In campagna elettorale ha mandato cauti segnali su una possibile rimozione delle restrizioni a internet o sul fatto che non vede di buon occhio la repressione delle proteste, come è accaduto dal 2022 con le manifestazioni innescate dalla morte di Mahsa Amini, la giovane curda che morì nel settembre del 2022 dopo essere stata arrestata messa in custodia dalla polizia morale, perché non aveva coperto tutta la sua capigliatura con il velo obbligatorio in pubblico nella Repubblica islamica.

 

L'apertura promessa da Pezeshkian sembra essere rivolta anche all'esterno del Paese, dopo che negli ultimi anni Raisi aveva rafforzato le relazioni con Paesi storicamente vicini all'Iran, come Russia e Cina, alzando invece un muro nei confronti dell'Occidente, verso il quale il nuovo presidente potrebbe avere un atteggiamento diverso. L'obiettivo è allentare il cappio delle sanzioni per i programmi atomici della teocrazia, provvedimenti che affossano l'economia iraniana. Durante la campagna elettorale, il politico riformista aveva affermato che non è possibile raggiungere una crescita economica per l'Iran senza "aprire i confini con altri governi". Lo ha sostenuto apertamente Javad Zarif, l'ex ministro degli Esteri che contribuì alla firma dell'accordo sul nucleare del 2015. Subito dopo la vittoria il nuovo presidente però ha giurato fedeltà alla Guida Suprema Ali Khamenei, l'ayatollah che sogna di cancellare lo stato di Israele dalla faccia della terra. Il neo eletto Pezeshkian ha riconosciuto infatti che "se non fosse stato per lui, non penso che il mio nome sarebbe uscito facilmente da queste urne".

 

Khamenei ha espresso soddisfazione per l'aumento dell'affluenza rispetto al primo turno, che aveva segnato il record negativo dalla fondazione della Repubblica islamica con meno del 40%. "Questa grande e brillante mossa è indimenticabile, poiché ha sventato i complotti dei nemici, che miravano a iniettare delusione nel popolo iraniano", ha gioito. Pezeshkian ha ricevuto subito le congratulazioni da parte della Russia di Vladimir Putin e della Cina di Xi Jinping e da alcuni Paesi dell'area del Golfo: Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Complimenti sono arrivati anche dal leader siriano Bashar Al Assad e da India, Pakistan, Serbia, Armenia e Giappone. Si sono congratulati con Pezeshkian anche Ilham Aliyev, il presidente dell'Azerbaigian, e Recep Tayyip Erdogan, il capo di Stato della Turchia che ha definito l'Iran una "nazione amica e fraterna". In Italia si è congratulato "con il popolo e con il governo iraniano» il vice ministro degli Esteri Edmondo Cirielli,  di Fratelli d'Italia, "nella speranza che si possa lavorare per il perseguimento della pace e della stabilità soprattutto nel Golfo di Aden ed in generale in Medio Oriente".

Massoud Pezeshkian nel primo turno di voto aveva ottenuto il 42,5% dei suffragi, battendo l'ex negoziatore sul nucleare Said Jalili, 58 anni, votato dal 38,6% degli elettori. Il secondo turno ò scattato perché nessuno degli aspiranti presidenti del Parlamento  aveva ottenuto la maggioranza assoluta. In 14 elezioni presidenziali dal 1979 è la seconda volta . Saeed Jalili, aveva ricevuto il sostegno del presidente conservatore del Parlamento, Mohamad Baquer Ghalibaf, arrivato terzo con il 13,8% dei voti. Jalili, è ostile al riavvicinamento ai Paesi occidentali. È uno dei due rappresentanti della guida suprema al Consiglio supremo di sicurezza nazionale. Veterano della guerra Iran-Iraq durante la quale gli fu amputato un piede, ha condotto i negoziati sul nucleare iraniano dal 2007 al 2013, mostrandosi inflessibile nei confronti dell'Occidente.

L'ascesa di Pezeshkian nel panorama politico ha seguito la parabola del movimento riformista di Mohammad Khatami che ha governato il Paese dal 1997 al 2005. L'arrivo al potere di Mahmoud Ahmadinejad lo ha relegato ai margini dell'arena politica, spingendolo di nuovo verso il mestiere di medico. Una pausa durante la quale si è affermato professionalmente, per poi tornare in politica fino all’ingresso in parlamento. Si è presentato alle presidenziali del 2013, ma si è ritirato prima del voto. Nel 2021 la sua candidatura è stata bocciata dal Consiglio dei Guardiani.

In ogni caso il candidato dell’ultima ora ha calato le sue carte. Si è detto favorevole ai colloqui per revocare le sanzioni imposte dagli Stati Uniti per i programmi nucleari degli ayatollah, definendole un "disastro" per l'economia, e ha sostenuto che non esistono testi islamici che consentano alle autorità di aggredire o arrestare le donne che non indossano l'hijab come accadde nel settembre del 2022 a Mahsa Jina Amini. "Sono venuto per risolvere i vostri problemi, per essere la voce di coloro che non vengono ascoltati - ha affermato l’alfiere dei riformisti durante un comizio elettorale - Il problema della generazione Z siamo noi. I giovani vogliono il cambiamento, ma noi non siamo cambiati, chiedono l'innovazione, ma noi non siamo interessati".

Nei mesi scorsi un tribunale iraniano ha comminato alla premio Nobel per la pace Narges Mohammadi un altro anno di prigione per "propaganda contro lo Stato". Lo ha riferito il suo avvocato Mostafa Nili. L'attivista, 52 anni, è in carcere dal novembre 2021. Sta scontando diverse condanne per essersi opposta all'hijab obbligatorio e alla pena capitale nella Repubblica islamica. Tra i motivi della nuova condanna, ha spiegato il suo legale, ci sono appelli a boicottare le elezioni del 28 giugno, lettere a parlamentari svedesi e norvegesi e commenti sul caso di Dina Ghalibaf, la giornalista e studentessa che ha accusato sui social media le forze di sicurezza di averla ammanettata e aggredita sessualmente durante un arresto in una stazione della metropolitana. All'inizio di giugno Mohammadi si è rifiutata di partecipare al processo che la vede imputata a Teheran e in marzo ha condiviso dal carcere un messaggio audio nel quale ha denunciato una "guerra su vasta scala contro le donne" del suo Paese.

"La promessa divina di eliminare l’entità sionista sarà mantenuta e vedremo il giorno in cui la Palestina si innalzerà dal fiume al mare". Insomma cancellare Israele. La Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei ha diffuso questo messaggio durante la parte pubblica dell'incontro con il capo politico di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran durante le cerimonie funebri per la scomparsa del presidente Ebrahim Raisi morto per la caduta del suo elicottero in una foresta vicina al confine con l’Azerbaigian. Il numero uno del Parlamento è stato sepolto il 23 maggio a Mashhad, la sua città natale, accanto al mausoleo dell'ottavo Imam sciita Reza. Secondo l'agenzia di stampa dello Stato “Irna”, tre milioni di persone hanno partecipato alla cerimonia funebre. Il ministro degli Esteri Hossein Amirabdollahian, deceduto nello stesso incidente, è stato sepolto a Teheran.

A margine dei funerali del presidente iraniano si sono incontrati nella capitale iraniana i leader del cosiddetto “Asse della Resistenza”, l'alleanza informale che condivide con il regime degli ayatollah l’ostilità contro Israele. Del gruppo fanno parte Hamas, gli Hezbollah libanesi, i ribelli Houthi yemeniti e i gruppi sciiti iracheni. Per l'Iran hanno partecipato all'incontro il generale Hossein Salami, comandante delle Guardie rivoluzionarie, i “Pasdaran”, e il generale Esmail Qaani, comandante delle Forze speciali al Quds (ndr. Gerusalemme), il ramo delle Guardie della Rivoluzione impiegato nelle operazioni all'estero. Al vertice erano presenti il portavoce degli Houthi Mohammed Abdul Salam e il 'numero due' di Hezbollah Naim Qassem, rappresentanti della Jihad islamica e dei gruppi sciiti iracheni.

“Questa è la vittoria del popolo di Gaza, che ancora è un piccolo gruppo, contro i più grandi e potenti Stati Uniti, la Nato, la Gran Bretagna e alcuni altri Paesi”, ha dichiarato Khamenei, dichiarandosi incredulo e piacevolmente stupito delle proteste per la Palestina da parte degli studenti universitari negli Usa e in altri Paesi occidentali. “Siamo sicuri che l'Iran continuerà a sostenere la nazione palestinese con le sue politiche, le sue strategie e i suoi valori fino a quando la bandiera della vittoria non sarà innalzata sulla moschea di Al-Aqsa (ndr. a Gerusalemme)”, ha detto Haniyeh a Khamenei. Il leader di Hamas ha anche ricordato che Raisi ha “elogiato l'attacco di Hamas del 7 ottobre, definendolo 'una battaglia che ha preso di mira il cuore del regime sionista”. Alle cerimonie hanno assistito delegazioni della Turchia, dell'Afghanistan dei talebani, della Giordania, della Serbia, del Nicaragua, dell'Armenia, dell'Arabia Saudita, della Siria, del Libano, dello Yemen, della Russia,della Bielorussia, di Singapore, della Cina e del Giappone. I complottisti hanno fatto circolare la notizia che Behrouz Ghadimi, il tecnico di volo dell'elicottero morto nello schianto, era cugino di Manouchehr Bakhtiari, un dissidente, incarcerato per aver protestato contro l'uccisione di suo figlio, Pouya, durante manifestazioni anti governative.

Nebbia, maltempo, un terreno di montagna con picchi alti quanto il Monte Bianco. Questo il teatro dell’incidente nel quale hanno perso la vita anche il ministro degli esteri Hossein Amir Abdollahian e il governatore della provincia. Stavano tornando da un viaggio al confine con l’Azerbaigian per l’inaugurazione di una grande diga. Alla cerimonia aveva partecipato anche il presidente azero Ilham Aliyev. L’elicottero avrebbe tentato un atterraggio di emergenza nella foresta di Dizmar che si trova fra le città di Varzaqan e di Jolfa. Ahmad Vahidi, il ministro dell’interno del regime teocratico iraniano, ha dichiarato che il velivolo è stato “costretto alla difficile manovra dal cattivo tempo e dalla nebbia”. Il presidente della mezzaluna rossa Pir Hossein Koulivand ha comunicato di aver mobilitato 40 squadre di ricerca a terra, perché le condizioni meteorologiche non permettevano il dispiegamento di mezzi aerei, in particolare di droni.

L’elicottero sul quale viaggiavano Raisi e Abdollahian era un Bell 212 americano. Nel 1978 lo scià ne acquistò dieci dalla italiana Augusta. Il Bell 212 era una versione aggiornata dei robusti Huaey protagonisti delle missioni contro i Vietcong. La squadriglia presidenziale di solito usa un Bell 212 e due Mil 17 russi. Nelle trasferte solo all’ultimo momento viene scelto quello sul quale viaggerà Raisi o l’alta autorità che affronta il volo. Secondo le notizie disponibili per la trasferta al confine con l’Azerbaijan la squadra era composta da un Bell 212 con allestimento Vip e da due Mil 17 muniti di contromisure antimissile. La vicina capitale della Provincia Tabriz è stata per mesi teatro di proteste contro il regime. L’ambiente montagnoso mette a dura prova il volo degli elicotteri per la loro scarsa strumentazione elettronica. Il mezzo precipitato sembra molto più recente di quelli del lotto comprato a suo tempo dallo Scià. Nonostante l’embargo al quale è sottoposta, Teheran è riuscita ad acquistare in Europa, in Africa e in Cina diversi esemplari del velivolo e pezzi di ricambio (spesso poi riprodotti in Iran). Secondo fonti di intelligence occidentale il Bell 212 sul quale era Raisi avrebbe avuto problemi prima del decollo appena tre giorni prima di precipitare.

L’ipotesi del sabotaggio non sembra probabile. Gli elicotteri presidenziali sono sorvegliati 24 ore su 24. Della manutenzione si occupano squadre sottoposte a una sorveglianza severa. L’unico punto debole potrebbe essere stato l’uso di piazzole improvvisate nel trasferimento da Teheran al confine azero. L’attentato più clamoroso degli ultimi anni è stato, nel settembre del 2020, l’eliminazione di Moshen Fakrizadeh, il padre del progetto atomico iraniano. Lo fulminò una mitragliatrice probabilmente guidata da remoto.

Il Mossad, il controspionaggio israeliano per l’estero, la Cia e qualche intelligence europea hanno talpe che hanno utilizzato infiltrati iraniani per infettare le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio destinato a produrre armi atomiche. L’Aiea, l’Agenzia delle Nazioni Unite contro la proliferazione delle armi nucleari, ha documentato nei mesi scorsi che Teheran è arrivata a percentuali di gran lunga superiori al 5 % necessario per le centrali atomiche che producono energia elettrica per uso civile.

Ali Khamenei, 85 anni, la Guida Suprema, ha assicurato fin da subito che il tragico evento non avrebbe scalfito l'equilibrio negli affari pubblici del Paese, promettendo continuità. La cerimonia funebre si è tenuta anche per le altre vittime del disastro aereo: il ministro degli Esteri Hossein Amir Abdollahian, le guardie del corpo del presidente, il generale Mehdi Mousavi, un membro della base Ansar al-Mahdi delle Guardie rivoluzionarie, il pilota, il copilota e il tecnico di volo. Gli abitanti di Tabriz hanno partecipato in massa al funerale, per celebrare il “martirio” del presidente ultraconservatore. Le salme sono state poi trasportate a Qom, la città santa dell'Iran sciita, nella quale lo stesso Raisi aveva studiato quando era adolescente. Anche qui migliaia di persone, tra le quali religiosi e studenti dei seminari, gli hanno reso omaggio.

Membri del governo, autorità religiose e alti gradi dei Pasdaran e dell'Esercito hanno accolto l'arrivo dell'aereo che trasportava le salme all'aeroporto 'Mehrabad' della capitale. Garrivano bandiere nere e quelle della Repubblica islamica. Le bare sono state portate a spalla da militari. Una folla oceanica ha reso omaggio al presidente scomparso lungo il tragitto per la Grande Moschea Mosalla, nella quale sono continuati i funerali.

La mattina del 22 maggio 2024 Ali Khamenei ha guidato la preghiera funebre nell'Università di Teheran. Il 21 maggio ha celebrato Raisi prendendo la parola nella  sessione inaugurale della sesta Assemblea degli Esperti, l'organo incaricato di nominare la Guida Suprema o di revocarne i poteri. I membri sono stati scelti con le elezioni dell'1 marzo, che hanno registrato la più bassa affluenza alle urne dalla fondazione della Repubblica islamica. Molti nuovi eletti hanno ottenuto un seggio nelle loro circoscrizioni con appena il 5-8 per cento dei voti . Anche Raisi e il leader religioso di Tabriz Mohammadali Al-Hashem Mohammadali Al-Hashem, morto nell'incidente in elicottero, facevano parte dell'Assemblea, ma, secondo alcuni rapporti, già sei mesi fa il nome del presidente sarebbe stato tolto dalla lista dei possibili candidati alla carica di prossima Guida Suprema, per il suo calo di popolarità dovuto alle difficoltà economiche nelle quali versa il Paese anche per effetto delle sanzioni degli Stati Uniti. "Invito le coscienze risvegliate del mondo a prestare attenzione alle amare realtà dei sistemi antireligiosi e al fallimento di questi nel promuovere la giustizia, la libertà e la dignità delle donne e a considerare invece il piano completo e stabile di ricorrere alla governance islamica”, ha detto Khamenei nel suo discorso all'Assemblea degli Esperti.

 il 4 maggio una nave da guerra dei Pasdaran aveva superato per la prima volta la linea dell'Equatore, entrando nell'emisfero meridionale. Secondo quanto riferito dall'agenzia di stampa iraniana “Tasnim”, che non ha indicato il tratto di mare in cui si trova esattamente, l'incrociatore Shahid Mahdavi è armato con missili balistici e da crociera a lungo raggio e droni ed è entrato a far parte della flotta dei Guardiani della rivoluzione nel marzo del 2023. Negli ultimi mesi era stato dispiegato solo nel Golfo di Aden. La nave è progettata per operazioni transoceaniche a lungo raggio, ha una stazza di oltre 2.100 tonnellate, è lunga 240 metri e larga 27.

Il primo marzo nelle prime elezioni indette dopo la morte di Mahsa JinaAmini, la giovane curda arrestata perché una ciocca dei suoi capelli non era coperta dal velo, si era registrata l'affluenza più bassa dai tempi della rivoluzione islamica del 197 9. A Teheran si è espresso meno del 24% degli 8 milioni di iscritti alle liste elettorali. A livello nazionale solo il 41 per cento degli aventi diritto al voto si è presentato ai seggi per rinnovare il Parlamento, 290 deputati, e per scegliere i membri dell'Assemblea degli Esperti, gli ottantotto esponenti del regime che dovranno eleggere la prossima Guida Suprema. Secondo gli attivisti che si battono per i diritti umani l’affluenza reale a livello nazionale sarebbe stata "intorno al 30 per cento”.

Nel giorno del voto il regime ha condannato a tre anni e otto mesi di carcere il cantante pop Shervin Hajizadeh, autore di "Baraye", un brano che è diventato una sorta di inno durante le rivolte anti governative del 2022 e del 2023. All'artista, 26 anni, premiato in passato con un Grammy speciale per la migliore canzone sul cambiamento sociale, è stato vietato di lasciare il Paese. La Repubblica islamica si è anche fatta beffe di lui intimandogli di fare pubblicità sui social media per la teocrazia e di incidere un brano "sui crimini degli Stati Uniti contro l'umanità".

All’alba del 23 gennaio in Iran era stato impiccato Mohammad Ghobadlou, un disabile mentale di 23 anni che aveva partecipato alle prime manifestazioni del movimento “Donna, vita, libertà”. Al termine di un primo processo nel mese di luglio del 2023 era stato condannato a morte. Il verdetto era stato impugnato. Secondo carte ufficiali pubblicate su “X” dall'avvocato di Ghobadlou poco prima dell'esecuzione, il capo della magistratura iraniana Gholamhossein Mohseni Eje'i, su segnalazione del responsabile della procura di Teheran Ali Alghasi, ha bloccato il processo d’appello e rinviato il caso ai giudici della sezione 39 della Corte suprema, la stessa che in precedenza aveva ratificato la condanna a morte. Dopo l'impiccagione di Ghobadlou e le successive proteste nazionali e internazionali, la sezione 39 della Corte suprema ha reso noto un documento datato 4 gennaio 2024 che in un paragrafo annullava, senza fornire alcuna spiegazione, il verdetto emesso nel luglio 2023 dalla prima sezione.

il 4 gennaio 2024 due kamikaze si erano fatti esplodere a un chilometro e mezzo e a due chilometri e settecento metri dalla moschea Saheb al-Zaman di Kerman nella quale sono custodite le spoglie del generale dei Pasdaran iraniani Qassem Soleimani, numero uno delle forze speciali "Al Quds". Le vittime sono state almeno 89, i feriti 284. Nel gennaio del 2020 l'alto ufficiale fu ucciso  nell’aeroporto di Baghdad da un raid ordinato dall’ex presidente americano Donald Trump. Lo Stato islamico ha fatto sapere attraverso i suoi canali Telegram che due suoi membri hanno "attivato la loro cintura esplosiva" nel bel mezzo di "un grande raduno di apostati".

La figura di Soleimani è stata commemorata anche in Iraq da migliaia di persone che hanno sfilato nella città santa sciita di Najaf. All'aeroporto di Baghdad il primo ministro iracheno Muhammad Sudani ha ricevuto i familiari delle dieci vittime dell'attacco americano. Oltre a Soleimani, quattro erano ufficiali dei Pasdaran e leader di milizie irachene sostenute da Teheran. Anche il capofila degli Hezbollah libanesi Hassan Nasrallah a Beirut ha reso omaggio al comandante delle forze “Al Quds” affermando che “i successi di Hamas nella Striscia di Gaza sono dovuti al lavoro fatto per anni da Qassem Soleimani”.

La contestazione interna della teocrazia al potere non si è mai spenta. Alle esequie per la sedicenne Armita Garavand, nel cimitero Behesht Zahra di Teheran, domenica 29 ottobre del 2023 era stata fermata e picchiata duramente l’avvocata e attivista per i diritti umani Nasrin Sotoudeh, 60 anni, madre di Mehraveh e di Nima. Era in congedo temporaneo dal carcere di Evin, la fortezza nella quale sono rinchiusi sistematicamente i nemici del regime. Molti ora sono militanti e attivisti del movimento “Donne, vita e libertà”, la protesta scaturita dall’uccisione di Mahsa Jina Amini, 22 anni, colpita a morte perché una ciocca di capelli le spuntava dal velo islamico, l’hijab. L’ultimo verdetto aveva condannato Nasrin a 33 anni di carcere e a 148 frustate per spionaggio, propaganda contro la teocrazia, incitamento alla prostituzione e alla corruzione e insulti alla Guida del Paese, l’ayatollah Ali Khamenei.

Il primo ottobre Armita era entrata nella metropolitana della capitale a capo scoperto. Ventotto giorni dopo è spirata. Ai suoi funerali, secondo l’agenzia di stampa semiufficiale “Fars”, Nasrin Sotoudeh non indossava il velo e quindi avrebbe “disturbato la sicurezza mentale della società”. Durante il rito i presenti avevano gridato: “Questo fiore spezzato è un dono alla patria”. «D'ora in poi – aveva scritto in precedenza Sotoudeh - dovremmo proteggere le nostre giovani (dalla polizia) nelle metropolitane, fino a quando non arriverà il momento di un giusto processo ai responsabili e ai mandanti dell'omicidio di Stato”.

Iran Human Rights”, un’organizzazione non governativa guidata e fondata da Mahmoud Amiry Moghaddam, ha scritto che “fin dal primo ottobre 2023 le autorità hanno tentato di nascondere la verità trasferendo Armita dalla fermata Shohada della metropolitana all’ospedale Fajir dell’Aeronautica militare. Lì è stato accertato che era in coma. Il due ottobre 2023 le forze di sicurezza hanno arrestato per diverse ore Maryam Lotfi, una giornalista del quotidiano “Sharg” che era andata a cercare di raccogliere informazioni in ospedale. Iran Human Rights ha avuto notizie di minacce contro l’equipe medica che si occupava del caso e di interruzioni delle telecamere a circuito chiuso del luogo di cura. Con la risoluzione S 35/1 Il 24 novembre del 2022 la Commissione dell’Onu per i diritti umani ha istituito una “Missione internazionale indipendente di accertamento dei fatti” sulle violazioni dei diritti umani commesse dalla Repubblica Islamica dell’Iran dall’inizio delle manifestazioni del movimento “Donna, vita, libertà”.

La sedicenne Armita, di origini curde come Mahsa Jina Amini, aveva sfidato le leggi della Repubblica islamica che impongono alle donne di indossare in pubblico il velo, lo hijab, è stata dichiarata morta in ospedale dopo 28 giorni di coma. Il primo ottobre era entrata nella metropolitana di Teheran a capo scoperto.  Secondo i testimoni, gli agenti della polizia morale le si sono scagliati contro appena è salita su un convoglio. Nella colluttazione la giovane è stata spinta con violenza e ha sbattuto la testa contro un palo di sostegno. Per il regime invece Armita è svenuta per un calo di pressione ed è caduta. Gli attivisti hanno sostenuto che i filmati sono stati tagliati e hanno chiesto che venissero pubblicate le registrazioni integrali delle telecamere di sicurezza all'interno del treno. Armita, è la loro tesi, è stata un'altra vittima della repressione di Teheran contro le donne che si oppongono al velo.

Il 18 settembre 2023, appena due giorni dopo l’anniversario dell’uccisione di Mahsa Jina Amini, il presidente americano Joe Biden ha deciso di rimpinguare le casse degli ayatollah con sei miliardi dollari, il prezzo del rilascio di cinque cittadini statunitensi. A Teheran torneranno cinque iraniani. “Tutti colpevoli di reati minori” ha tenuto a precisare l’amministrazione di Washington. Si riuniranno ai loro congiunti Siamak Namazi, Morad Tahbaz, Emad Sharghi e altri due connazionali. Tutti avevano la doppia cittadinanza, ma Teheran non riconosce quella statunitense e li considerava cittadini iraniani a tutti gli effetti. Namazi è un imprenditore. Fu condannato nel 2015. Tahbaz, che è anche suddito di Sua Maestà Britannica, è stato accusato di aver “cospirato con gli Usa”. I due, che hanno chiesto e ottenuto l’anonimato, sono una ricercatrice e un altro uomo d’affari. Potranno tornare in Iran Reza Sarhangpour e Kambiz Attar Kashani, entrambi imputati di aver violato le sanzioni imposte alla teocrazia dagli Stati Uniti. Della cinquina che potrà tornare in Iran faranno parte anche Kaveh Lotfolah Afrasiabi, sospettato di essere un agente degli ayatollah, Mehrdad Moein Ansari e Amin Hasanzadeh. Gli ultimi due avrebbero collaborato con il ministero della difesa di Teheran. Namazi ha ringraziato Biden “per aver considerato la vita dei cittadini americani al di sopra della politica”. L’amministrazione del Presidente americano ha spiegato che i fondi, arrivati all’Iran dalla Corea del sud per l’acquisto di petrolio con l’intermediazione del Qatar, potranno essere “usati solo per scopi umanitari”. Mentre decideva lo scambio Biden ha firmato nuove sanzioni a carico dell’ex presidente della teocrazia Mahmud Ahmadinejad e del dicastero dell’Intelligence di Teheran per la sparizione, 17 anni fa, dell’ex agente dello Fbi Bob Levinson.

Tre giorni prima del 13 settembre 2023, anniversario dell'arresto di Mahsa Jina Amini, la teocrazia iraniana aveva chiarito le sue intenzioni sulla ricorrenza. In un ospedale di Karaj, venti chilometri a ovest di Teheran, era morto Hamed Bagheri. Invitava la gente a scendere in piazza. Gli agenti gli hanno sparato quattro proiettili. La versione ufficiale è che “deteneva armi da taglio”. La fonte della notizia è Fereshteh Rezaifar, un’attivista del collettivo “Donna, vita, libertà” di Roma.

La mattina del 16 settembre i Pasdaran della Rivoluzione hanno arrestato sulla soglia di casa a Saqqez Amjad Amini, il padre di Mahsa Jina. Secondo l’organizzazione non governativa “Iran Human Rights” Amjad Amini è stato rilasciato “dopo poche ore”.

Nella capitale la polizia ha sparato contro i dimostranti vicino all’Università di Teheran e nella centrale piazza Azadi. Le forze dell’ordine hanno chiuso gli accessi ai cimiteri nei quali sono sepolti i caduti dopo la morte di Mahsa Amini. Gli iscritti alle Università Beheshti, Elm-o-Sanat e Amir Kabir hanno affidato a comunicati i loro no alla teocrazia. Da diversi cavalcavia penzolano striscioni che ricordano la fine di Mahsa Jina e in molti quartieri sui muri delle case sono apparse scritte di protesta. Sette detenute nel carcere di massima di sicurezza di Evin hanno bruciato il loro velo e tenuto un sit in gridando “donna. Vita e libertà”. Le prigioniere hanno voluto rendere pubblici i loro nomi. Sono Narges Mohammadi, Sepideh Gholian, Azadeh Abedini, Golrokh Iraee, Shakila Monfared, Mahboubeh Rezai e Vida Rabbani. Gli agenti hanno imbrattato con la vernice nera il sepolcro di Nina Shakarami, 16 anni, morta durante le manifestazioni del 2022 a Teheran.

Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha annunciato nuove sanzioni che prendono di mira 29 persone e organizzazioni. Diciotto sono Pasdaran, e agenti delle forze dell'ordine. Uno dei destinatari é il capo dei penitenziari iraniani. Secondo l’agenzia di stampa “Nova”, sono stati sanzionati Alireza Abedinejad, amministratore delegato di “Douran Software Technologies”, e i media controllati dallo stato "Press Tv", "Tasnim News Agency" e "Fars News". Il decimo pacchetto di restrizioni dell’Unione Europea riguarderà invece il vice comandante in capo del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche nel “Quartier generale della sicurezza centrale dell'Imam Ali”, i comandanti della polizia delle province di Mazandaran e di Fars, il direttore della prigione di Kachui, le carceri di Sanandaj, Zahedan e Esfahan, l'agenzia di stampa dei Pasdaran “Tasnim News” e il Consiglio Supremo del Cyberspazio.

Fereshteh Rezaifar, una militante del movimento "Donna, vita, libertà" ha dichiarato che è stata imprigionata anche la madre di Kian Pirfalak, il bimbo di undici anni che fu ucciso nell’assalto al mercato di Izeh, capoluogo del Khūzestān. Il governo accusò l'Isis, ma per i militanti di “Donna, Vita e Libertà” furono gli agenti ad aprire il fuoco. Fereshteh Rezaifar non fa sconti neppure ai magistrati: "Nei processi spesso contestano reati mai commessi". I parlamentari remano nella direzione indicata dagli ayatollah. “E’ di questi giorni - riferisce l’attivista - la legge che prevede fino a 10 anni di reclusione per le donne che non indossano il velo in pubblico. E 'stato calcolato che se venisse applicata, la polizia morale - che è stata ripristinata, dopo una momentanea sospensione - dovrebbe arrestare circa 6mila persone al giorno".

Nella capitale da diversi cavalcavia penzolano striscioni che ricordano la fine di Mahsa Jina. A Saqqez, il luogo di origine di Mahsa Jina Amini, gli alberghi negano le stanze a chi viene da fuori città. La tomba della giovane e il padre Amjad sono sottoposti a una vigilanza continua con le telecamere. Un altro padre per il quale sono scattate le manette è il genitore di Mohammad Mahdi Karami, impiccato in gennaio. La stessa sorte è toccata alla sorella e al marito di Shirin Alizadeh, uccisa l’anno scorso in ottobre.

Il 20 luglio del 2023 la polizia religiosa era tornata sulle strade iraniane per registrare e arrestare le donne che non indossano correttamente il velo obbligatorio per legge dal 1979. Il compito di annunciare la notizia è stato affidato a Saeed Montazer al-Mahdi, capo della polizia del Paese. La decisione sarebbe stata adottata “su richiesta della popolazione e delle istituzioni per garantire la sicurezza pubblica e le fondamenta della famiglia”. Il giornale “Iran International”, rilanciato dall’attivista Masih Alinejad che ha un seguito di quasi 9 milioni di followers, ha pubblicato il video di una ragazza a capo scoperto braccata da una donna che indossa una tunica lunga fino ai piedi. L’anziana cerca di trascinarla verso una camionetta bianca, del tutto simile a quella sulla quale fu caricata Mahsa Jina Amini il 13 settembre del 2022. Nonostante le telecamere a riconoscimento facciale, le multe e gli arresti, la protesta è continuata anche con stratagemmi molto creativi. L’ultimo sono gli ululati notturni dalle terrazze o dalle case. Gli iraniani si sdraiano sul pavimento dei balconi o sotto le finestre delle loro abitazioni di notte e ululano. I paramilitari basiji hanno in dotazione termocamere che sono in grado di localizzare gli individui anche attraverso i muri. Sdraiarsi per terra è un tentativo un po’ artigianale di non essere facilmente localizzati.

l 29 maggio del 2023 era cominciato a Teheran il processo a porte chiuse alla giornalista iraniana Elaheh Mohammadi, 36 anni, arrestata dopo che aveva seguito a Saqqez il funerale di Mahsa Amini. Elaheh Mohammadi lavora per il quotidiano riformista “Ham Mihan” ed è comparsa davanti alla sezione numero 15 del “Tribunale rivoluzionario” della capitale. La reporter è accusata di "collaborazione con il governo ostile degli Stati Uniti, collusione contro la sicurezza nazionale e propaganda contro il sistema", accuse che potrebbero comportare la pena di morte in caso di condanna.

Il giorno dopo è stata processata anche la fotoreporter Niloufar Hamedi, dipendente del giornale “Shargh”, un altro organo di stampa critico nei confronti degli ayatollah, finita in cella per un reportage dall’ospedale nel quale era stata ricoverata Mahsa Amini dopo essere stata fermata. La giovane era in coma e intubata. Qualche giorno dopo la reporter pubblicò anche una foto dei genitori di Mahsa che si abbracciavano in un corridoio della struttura sanitaria dopo aver saputo che la figlia era morta. L’accusa della quale deve rispondere è “propaganda contro il sistema” e “collusione contro la sicurezza nazionale”. Secondo i familiari, le due giornaliste hanno potuto incontrare i loro avvocati solo domenica 28 maggio.

Iran Human Rights ha pubblicato la notizia che l’8 maggio del 2023 sono stati impiccati due uomini condannati per blasfemia. Il 6 maggio è stato giustiziato il dissidente Farajollah Habib Chaab, un cittadino svedese di origini iraniane accusato di un attentato dinamitardo che nel 2018 costò la vita a 25 persone fra soldati e civili durante una parata militare ad Ahwaz, nella provincia del Khūzestān. Stoccolma ha convocato l’ambasciatore della teocrazia e ha condannato la “punizione inumana e irreversibile”. Chaab, 50 anni, noto anche come Habib Asyud, dopo aver vissuto per dieci anni in Svezia fu rapito da agenti iraniani in Turchia nel 2020 e portato in Iran. Un mese dopo la Tv di stato “Irib” mandò in onda un video nel quale Chaab ammetteva di essere responsabile di azioni terroristiche e di aver collaborato con gli 007 sauditi. Il 21 marzo la Corte suprema del regime degli ayatollah ha confermato la condanna a morte. In gennaio è stato condotto al patibolo il britannico-iraniano Alireza Akbari, 61 anni, condannato per spionaggio per conto del Regno Unito. Una circostanza che Londra ha sempre negato. In un messaggio audio a “Bbc Persian” Akbari aveva affermato di essere stato torturato e costretto a confessare davanti alla telecamera crimini che non aveva commesso.

Nasrin Ghadri, 35 anni, studentessa dottoranda in filosofia a Teheran, era morta sabato 5 novembre come Mahsa Amini. Durante le manifestazioni del 4 novembre agenti delle forze di sicurezza l’hanno colpita alla testa con un manganello. Lunedì 7 novembre sono scesi in piazza gli abitanti di Marivan, la sua città di origine nel Kurdistan iraniano. I dimostranti hanno gridato “Morte a Khamenei (la guida suprema del Paese)”, hanno bloccato diverse strade e hanno accusato il governo di aver organizzato, alle prime luci del giorno, una frettolosa sepoltura della giovane. Gli agenti hanno reagito, come al solito, sparando sulla folla e ferendo 35 dimostranti. Il padre, come accadde per Mahsa Amini, sarebbe stato costretto a dichiarare pubblicamente che la figlia è deceduta per “intossicazione” o per “una malattia”. Secondo l’organizzazione non governativa “Iran Human Rights” venerdì 4 novembre gli studenti maschi dell’Università di Babol, nel nord del Paese e vicina al Mar Caspio, nella loro mensa hanno rimosso la barriera di separazione dalle colleghe. Nella stessa giornata nella città di Kash 16 dimostranti sono stati fulminati dalla polizia degli ayatollah.

Il regime teocratico continua a chiudersi a riccio. Duecentoventisette parlamentari su duecentonovanta hanno chiesto ai leader del regime e ai magistrati di applicare la pena di morte contro i “mohareb” (nemici di Dio). “Chiediamo al governo – hanno scritto - di affrontare con fermezza gli autori di questi crimini e tutti coloro che hanno incitato le rivolte, tra cui alcuni politici”. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno fermato tre squadre affiliate al gruppo dissidente Mojahedin-e-Khalq Organization (Mko), una compagine che la teocrazia accusa di terrorismo. Un comunicato citato dall’agenzia di stampa semiufficiale “Fars” attribuisce agli arrestati l’intento di condurre azioni di sabotaggio e attentati nelle province del Khūzestān, di Fars e di Isfahan. I Mojahedin progettavano di coinvolgere “rivoltosi” per attaccare lo stato e i centri di sicurezza e di polizia, per distruggere proprietà pubbliche e commettere assassinii. Le autorita' iraniane hanno arrestato 26 "terroristi takfiri" (miscredenti) sunniti sospettati di essere coinvolti nell'attentato del 26 ottobre al mausoleo di Shah Cheragh a Shiraz, costato la vita ad almeno 13 persone. L'attacco al mausoleo, il sito sciita piu' sacro nel sud dell'Iran, e' stato rivendicato dall’Isis, il sedicente Califfato Islamico. L'autore, morto per le ferite riportate durante l'arresto, è stato identificato come Abu Aisha, di nazionalita' tagika. Il coordinatore della cellula sarebbe un azero. L’afgano Mohammed Ramez Rashidi è sospettato di aver garantito “supporto operativo".

Sui social è diventata virale l’immagine della donna dai lunghi capelli sciolti che alza le braccia al cielo stando in piedi sul tetto sul tetto di una vettura, un’auto dell’immensa fila diretta al cimitero di Sakkez nel quale è stata sepolta Mahsa Amini, diecimila persone ha dovuto riconoscere perfino l’agenzia di stampa ufficiale “Irna”.  Il 30 ottobre si è intensificata la repressione da parte delle forze di sicurezza, in divisa e in borghese, dopo l'avvertimento rivolto ai manifestanti dal comandante delle Guardie Rivoluzionarie Hossein Salami che li aveva diffidati dal tornare in strada. Gli studenti della capitale Teheran, di Shiraz, di Babol, di Eslamshahr, di Sari, di Arak, di Qazvin, di Mashhad, di Parand, di Hamedan, di Khorramabad, di Ahvaz, di Zanjan e di Sanandaj hanno promosso nuove iniziative di protesta, durante le quali sono stati scanditi slogan contro la corruzione e la repressione. In alcuni video postati sui social media, si vedono le forze di sicurezza e in borghese sparare agli studenti con armi da fuoco, fucili a pallini e gas lacrimogeni, alla Shomal University di Teheran. A molti studenti è stato vietato l'ingresso negli atenei e nelle strutture annesse. Il 30 ottobre alcuni universitari sono stati aggrediti nei loro dormitori durante la notte con gas lacrimogeni e spari. Elnaz Rekabi, 33 anni, la campionessa di arrampicata libera che aveva partecipato ai campionati asiatici di Seul senza indossare il velo, ha dichiarato in pubblico che le era scivolato. Secondo la "Bbc" in lingua farsi è stata poi confinata agli arresti domiciliari. Il provvedimento sarebbe una forma di pressione sulla giovane perché rilasci una confessione forzata sulla sua presunta colpa. A questa opera di "convincimento" si sarebbe aggiunta la minaccia di porre sotto sequestro beni della sua famiglia per oltre 250 mila euro.

Mahsa Amini, era stata arrestata nella metropolitana della capitale all’uscita "Shahid Haghani" . “La portiamo – hanno detto gli agenti al fratello Kiarash – a fare una lezione di moralità”. E’ morta dopo tre giorni di coma. Il 20 settembre dell'anno scorso avrebbe  compiuto 22 anni. Le manifestazioni di protesta erano dilagate in tutto il Paese degli ayatollah, nelle strade, nei bazar, nelle università e nelle stazioni della metropolitana. Quarantuno persone sarebbero state fulminate dalle forze dell'ordine nella sola provincia del Sistan Baluchistan. Protestavano per lo stupro di una giovane di 15 anni abusata dal capo della polizia della città portuale di Chabahar. Nella capitale iraniana è stata fermata anche Donya Rad "colpevole" di non aver indossato il velo mentre sorseggiava un caffè con un'amica, anch'essa a capo scoperto. Il caso è scoppiato dopo la diffusione on-line di una foto del pranzo. Le forze di sicurezza sono intervenute, contattando Donya per chiederle spiegazioni. "Dopo alcune ore senza notizie - ha denunciato la sorella - Donya mi ha detto in una breve telefonata di essere stata trasferita nella prigione di Evin". Il ministero degli esteri iraniano ha comunicato l'arresto di 9 stranieri provenienti da diversi paesi europei, inclusa l'Italia, con l'accusa di essere coinvolti o di essere stati nei luoghi delle proteste. L'organizzazione curda per i diritti umani Hengaw ha riferito che le forze di sicurezza hanno sparato nella notte fra giovedì 22 e venerdì 23 settembre 2023, con armi semiautomatiche contro i manifestanti a Oshnaviyeh (nel nord-ovest). L'hashtag #MahsaAmini ha raggiunto oltre 3 milioni di citazioni su Twitter, oggi "X".

 

 

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