L'Oriente vicino

Il presidente siriano Al Shara’a occupa i territori curdi

Di Lorenzo Bianchi

Le forze dell’ex qaedista e ora presidente non eletto della Siria Ahmed al  Shara’a fra sabato 17 gennaio 2026 e domenica 18 hanno conquistato territori strategici a est e a ovest del fiume Eufrate che erano controllati dalle Forze Democratiche Siriane (in sigla inglese Sdf) nate per contrastare Assad grazie a un patto di ferro fra i curdi e tribù arabe. Le Sdf prima hanno perso i quartieri orientali di Aleppo. Poi, quasi senza combattere, sono state cacciate dalla roccaforte di Taqba, vicino alla quale si trova la diga che alimenta la più importante centrale idroelettrica del Paese, da quasi tutta Raqqa, già capitale dello Stato Islamico, il famigerato Isis, da Deir Ez Zour, la città principale del territorio sul quale insistono i pozzi di petrolio della Conoco e di al Omar, per molti anni base degli americani. A Raqqa e a Deir Ez Zour i curdi governavano un territorio la cui popolazione in larga maggioranza non è curda. La sollevazione degli arabi ha facilitato l’avanzata degli uomini di al Shara’a. Folle di giovani, del tutto immemori dell’alto prezzo di sangue versato dai curdi per liberare l’area, hanno smontato i manifesti che celebravano Ocalan, tuttora detenuto in Turchia, e distrutto statue issate per celebrare i combattenti delle Ypg, le Unità di Protezione Popolare curde, protagoniste della strenua resistenza di Kobane all’assalto dell’Isis (Stato Islamico di Iraq e Siria) nel 2014 e nel 2015.

Nella serata del 18 gennaio 2026 al Shara’a ha annunciato un cessate il fuoco che però non è stato ancora sottoscritto da Mazloum Abdi, il curdo che comanda le Forze Democratiche Siriane. La motivazione ufficiale è che il maltempo gli ha impedito di raggiungere Damasco, la capitale della Siria. Al Shara’a ha già cantato vittoria: «L’amministrazione autonoma delle Forze Democratiche Siriane è finita. Lo stato siriano è centralizzato».

Tre giorni fa le pressioni degli Stati Uniti e della Turchia lo avevano indotto a firmare un decreto che riconosceva il curdo come lingua dello stato siriano, oltre all’arabo. Il provvedimento restituiva la cittadinanza a migliaia di curdi che ne erano stati privati dall'ex padre padrone della Siria Bashar al Assad e riconosceva la dignità di festa nazionale al Nowruz, il Capodanno curdo.

Il prezzo pagato dalla controparte curda sono l'integrazione delle Forze Democratiche Siriane nell’esercito di Damasco (sulla base della scelta dei singoli componenti e non per battaglioni) e l'obbligo di cedere all’autorità centrale siriana il controllo dei valichi di frontiera e dell’amministrazione di Raqqa, di Deir Ez Zour e di Hasaka. I curdi dovrebbero anche espellere i membri stranieri del Pkk, il movimento di Abdullah Ocalan, avranno una polizia locale a Kobane e forse la guida dell'amministrazione di Hasaka. Le prigioni del nord est nelle quali sono ancora rinchiusi circa 20mila presunti membri dell'Isis (acronimo in lingua inglese di Stato Islamico di Iraq e Siria) dovrebbero passare sotto il controllo di Damasco. Al Shara’a lo aveva promesso al presidente americano Donald Trump in cambio della cancellazione delle sanzioni. Il 19 gennaio 2026 Al Shara’a avrebbe dovuto andare il Germania per una visita di stato che ha provocato vibranti proteste per i massacri delle minoranze alauite e druse commessi dalle milizie fedeli a Damasco. Il presidente di fatto della Siria ha annullato l’impegno che avrebbe dovuto portarlo nel cuore dell’Europa.

Nella serata del 13 marzo 2025 Al Shara’a aveva firmato la nuova Costituzione che dovrebbe restare  in vigore fino al 2030. Prevede un uomo solo al comando, come ai tempi degli Assad. Tutti i poteri sono concentrati nelle mani di Ahmed al Shara’a, detto al Gholani. Il testo contiene ottime frasi su cittadinanza, diritti umani e delle donne. L’altra metà del cielo è “centrale per la famiglia”, come vuole la tradizione islamica, ma potrà anche “lavorare e studiare”. Il presidente deve essere “musulmano”. Non si voterà per cinque anni. Al Shara’a nominerà un Comitato Supremo che sceglierà i due terzi dei parlamentari. Un terzo sarà invece nominato direttamente dal nuovo presidente. Il capo dello Stato sarà anche numero uno dell’esercito e guiderà il governo, dichiarerà guerra, gestirà le risorse pubbliche, potrà porre il veto contro le leggi e controllerà la magistratura per il tramite dei giudici costituzionali. Ahmed al Shara’a, che aveva promesso l’amnistia per i funzionari di Assad, ha licenziato tutti gli alawiti, postini e infermieri compresi.

Il riflesso condizionato a volte è una sciagura. Ahmed al Shara'a, il nuovo leader politico della Siria, non ha voluto stringere la mano della ministra degli esteri tedesca Annalena Baerbock in visita a Damasco assieme al capo della diplomazia francese Jean Noël Barrot. Guai toccare una donna che non sia tua moglie! La gaffe ricorda quella del suo primo discorso nella capitale del Paese quando disse di rivolgersi alla “nazione islamica” e non alla “nazione”. Nel 2003 al Shara’a si unì ad al Qaida in Iraq, che poi confluì nello Stato Islamico dell’ Iraq, e nel 2011 fu scelto dal comandante Abu Bakr al Baghdadi per creare in Siria il Fronte al Nusra che doveva combattere il regime di Bashar al Assad. Nel 2013 però al Shara'a rifiutò l’ambito di azione in un solo Paese e si schierò con il capo di al Qaida Ayman al Zawahiri che teorizzava e praticava  per le azioni terroristiche un orizzonte planetario .

“Veniamo qui con la mano tesa, ma anche con chiare aspettative”, ha premesso la Baerbock. “Sentiamo – ha insistito – e vediamo il desiderio di moderazione e di dialogo con altri attori”. Pensava sicuramente ai colloqui con i curdi sponsorizzati dagli Stati Uniti e avviati da Hayat Tahrir al Sham (in acronimo Hts) che significa letteralmente “Vita per la liberazione dello Sham”. La parola araba Sham si riferisce a un’area geografica vasta che comprende il sud della Turchia, Israele, Palestina, Siria Libano e Giordania. Annalena Baerbock ha promesso che al Shara’a e i suoi saranno giudicati sulla base delle loro azioni a cominciare dal rispetto delle minoranze.

“Non considero i cristiani una minoranza, ma una parte integrante e importante della storia del popolo siriano”, ha detto Ahmed al Shara’a al cattolico Ibrahim Faltas, vicario della Custodia di Terra Santa, che ha raccontato l’incontro sulle pagine dell'Osservatore Romano. Nel colloquio Al Shara’a ha espresso “grande ammirazione, stima e rispetto per Papa Francesco”. “È - ha aggiunto -un vero uomo di pace, ho apprezzato i suoi appelli e le sue azioni a favore della pace e dei popoli in difficoltà”. Durante il suo viaggio a Damasco, a Idlib e ad Aleppo, padre Faltas ha chiesto al nuovo leader della Siria quale sarà il futuro dei tanti connazionali fuggiti dal Paese, moltissimi dei quali sono cristiani. “Stiamo lavorando per riportare in patria chi ha dovuto lasciare la Siria. È nostra intenzione - ha risposto al Shara’a - riportare gli espatriati alle loro case. I cristiani ritorneranno a vivere e a professare la loro fede in Siria”.

L’agenzia di stampa ufficiale iraniana Irna ha attribuito a Papa Francesco queste parole: “Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ignora le leggi internazionali e i diritti umani”. Secondo l’Irna le avrebbe pronunciate Abolhassan Nayab, il rettore dell'Università iraniana delle Religioni e delle Denominazioni che ha incontrato Papa Francesco. Il Vaticano, finora, non le ha smentite. Nayab avrebbe detto: “L'Iran non ha alcun problema con il popolo ebraico, il nostro problema è con assassini come il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu”.

I media iraniani attribuiscono al Pontefice questo commento: “Anche noi non abbiamo problemi con gli ebrei; l'unico problema è con Netanyahu che, ignorando le leggi internazionali e i diritti umani, ha creato crisi nella regione e nel mondo”. Sempre secondo l'Irna Il Papa avrebbe aggiunto: “Non c'è nessuno che abbia il diritto di calpestare i diritti umani e di limitare la libertà. Ma oggi ci sono coloro che vogliono schiavizzare gli esseri umani e l'umanità per raggiungere i propri obiettivi”. Queste parole rischiano di far scattare un nuovo contrasto tra la Santa Sede e Tel Aviv. Il governo israeliano di recente ha reagito duramente sia quando il Papa ha detto che si dovrebbe verificare se a Gaza si stia perpetrando “un genocidio” sia quando il Pontefice, negli auguri natalizi alla Curia e nell'Angelus prima di Natale, ha espresso il suo dolore per i “bambini mitragliati a Gaza”. Il ministero degli Esteri israeliano aveva risposto con una lunga e dura nota accusando Papa Francesco di usare “due pesi e due misure”.

Anche la kefiah sulla quale era deposto il bambino Gesù nel presepio donato da artisti di Betlemme ed esposto nell'Aula Paolo VI, aveva suscitato polemiche con il mondo ebraico. Era stato deciso di rimuoverlo spiegando che, come prevede la tradizione, il bambino Gesù è collocato nel presepe nella notte di Natale. Oggi l'Aula è stata riaperta per un’udienza. Il bambinello è sulla paglia e non più sul drappo bianco e nero che simboleggia la lotta palestinese. La sala stampa vaticana nei giorni scorsi aveva precisato che la kefiah era stata aggiunta all'ultimo momento dall'artista di Betlemme che aveva realizzato il presepio.

"Unito, unito, unito, il popolo siriano è unito", hanno cantato i fedeli nel cortile della Moschea di Damasco nel primo venerdì senza Bashar al Assad. Con tanti giovani a fare il segno della vittoria davanti alle telecamere dei media arabi e occidentali. Scene senza precedenti, che hanno riportato alla mente le prime manifestazioni pro-democrazia del 2011, alle quali il regime reagì con una durissima repressione, scatenando una sanguinosa guerra civile. Poche ore prima dei festeggiamenti, il capo della principale formazione dei ribelli, Abu Muhammad al-Gholani (che ora usa il suo vero nome, Ahmed al Shara'a e indossa un vestito blu e una camicia bianca) si era "congratulato con il popolo per la vittoria della rivoluzione". Chiamando poi tutti i siriani a partecipare alla "ricostruzione del Paese".

La Turchia ha appoggiato la rivolta contro il regime degli Assad. Hakan Fidan, il ministro degli esteri, e il responsabile dell'intelligence di Ankara Ibrahim Kalin sono stati i primi stranieri a visitare Damasco dopo la caduta del regime alauita. Kalin ha voluto pregare nella storica moschea degli Omayyadi e ha chiesto di essere fotografato davanti alla statua del Saladino,   il primo sultano dell'Egitto e della Siria nella città vecchia. Ankara ha anche nominato suo incaricato d'affari Burhan Koroglu in attesa dell'apertura della nuova ambasciata turca nella capitale siriana.

Fonti diplomatiche hanno fatto sapere che l'obiettivo è entrare "presto in contatto" con le nuove autorità. Anche se si tratterà di rapporti "operativi e non politici", perché sul gruppo islamico di Gholani, l'Hayat Tahrir al Sham, incombeva l'incognita di essere ancora considerato un'organizzazione terroristica dai Paesi occidentali. La Commissione europea tiene aperto il canale umanitario, lanciando un altro ponte aereo. Quanto agli Stati Uniti, una delle priorità è scongiurare la rinascita di forze destabilizzanti per tutta la regione. "È imperativo continuare la lotta all'Isis", è stata la richiesta del segretario di Stato Antony Blinken alla Turchia durante un faccia a faccia con il presidente Recep Tayyp Erdogan. Il presidente turco ha annunciato "misure preventive contro tutte le organizzazioni terroristiche che operano in Siria e che rappresentano una minaccia per la Turchia": non solo l'Isis, ma anche quei curdi che gli americani vorrebbero tutelare.

Sul fronte degli sconfitti il viceministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov ha reso noto che sono stati stabiliti contatti con Hayat Tahrir al Sham che "procedono in una direzione costruttiva". Il dossier principale riguarda le basi di Tartus (navale) e di Hmeimim (aerea). Finora, secondo fonti informate sentite dai media russi, Damasco ha fornito "garanzie di sicurezza temporanee e le basi continuano a funzionare", ma l'obiettivo del Cremlino è che restino attive in modo permanente.

Per rispondere alle numerose critiche dei siriani,  disorientati da un leader che, dicendo di voler voltare pagina, si comporta da autocrate come Bashar al Assad (il capo dello Stato disarcionato) Ahmad Shara’a ha annunciato l'amnistia per tutti i militari dell'esercito regolare che fino a pochi giorni fa erano ancora formalmente agli ordini del presidente deposto. Alcuni osservatori sottolineano la sua volontà di non smantellare le istituzioni civili e militari dello Stato siriano, come invece è accaduto in passato nei sanguinosi cambi di potere nel vicino Iraq e in Libia. Subito dopo però Shara'a  ha imposto al Paese appena “liberato” un nuovo primo ministro. È Muhammad Bashir, già a capo del cosiddetto governo di salvezza della regione nordoccidentale di Idlib dalla quale è partita la fulminante offensiva del 27 novembre che si è conclusa con la conquista di Damasco all'alba di domenica 8 dicembre 2024.

Dopo 54 anni si è dissolto in poco più di dieci giorni il regime della famiglia Assad. L’ultimo esponente della dinastia, il presidente Bashar al Assad (nella foto del sito curdo "Rudaw" una sua grande immagine deturpata), al potere da un quarto di secolo, è fuggito a Mosca assieme alla famiglia. Vivrà in esilio “umanitario” sotto l’ala protettrice del presidente Vladimir Putin nella capitale della Federazione russa .

Israele ha intensificato la sua campagna di bombardamenti, oltre cento sulla la Siria meridionale, occidentale e nord-occidentale, per distruggere gli arsenali di Damasco nelle regioni al confine con la Giordania, con il Golan occupato dallo Stato ebraico, con il Libano e sulla costa mediterranea. I carri armati dello stato ebraico sono entrati più in profondità nel territorio siriano, attestandosi nella periferia orientale di Quneitra, il capoluogo delle alture del Golan parzialmente occupate da Israele nel 1967. L'Egitto e la Giordania, hanno formalmente protestato per la violazione del diritto internazionale. “È un'occupazione della Siria che tenta di imporre una nuova realtà sul terreno”, ha stigmatizzato il Cairo.

Altre aggressioni alla sovranità siriana sono state messe in atto dalla Turchia, che ha accelerato l'azione di pulizia etnica nella Siria occidentale a danno delle comunità curde. L'enclave di Manbij, tra Aleppo e l'Eufrate, è ormai di fatto tutta in mano alle forze siriane fedeli ad Ankara. Secondo l'Osservatorio per i diritti umani in Siria l'artiglieria e l'aviazione turca hanno ucciso dieci civili, tra i quali due minori, Diversi mass media internazionali esprimono la convinzione che gli Stati Uniti nel nord-est e nell'est della Siria abbiano acceso il semaforo verde all'azione della Turchia, un Paese membro della Nato.

Le forze curde, espressione dell'ala locale del Pkk, hanno dovuto affrontare una rivolta popolare delle popolazioni arabe della Jazira, i territori della Mesopotamia settentrionale, luoghi  fra il Tigri e l'Eufrate, che attualmente fanno parte della Siria settentrionale, dell'Iraq del nord e dell'Anatolia meridionale, in particolare a Raqqa (ex capitale dell'Isis) e nello snodo sud-orientale di Deir az Zor, vicino alle basi Usa erette a protezione dei giacimenti petroliferi di al Omar e a quelli di gas naturale della compagnia statunitense Conoco. Negli scontri di Deir az Zor, città ora divisa in due, ci sono state vittime tra i rivoltosi arabi e tra i miliziani curdi. Poco più a ovest, nella Badiya stepposa non lontano dall'oasi di Palmira, bombardieri statunitensi sono entrati in azione nella notte colpendo cellule dello Stato islamico che si erano mobilitate in questi giorni.

Le prime parole di al Shara'a nella secolare moschea omayyade di Damasco sono state una grave scivolata politica. Ha salutato la “vittoria per l’intera nazione islamica”. Sono riaffiorati i suoi trascorsi. Nel 2003, quando aveva solo 21 anni, raggiunse l’ Iraq per combattere contro gli americani che avevano occupato il Paese. Fu allora che assunse il nome di battaglia al Gholani per ricordare la famiglia dei suoi nonni che Israele scacciò dal Gholan dopo la guerra del 1967. Uno dei suoi maestri ideologici è stato Musab al Suri, l'ispiratore della rivolta di Hama che nel 1982 fu soffocata nel sangue da Hafez al Assad, il padre di Bashar.

Ahmad Shara'a dice di aver creato a Idlib dal 2017 il laboratorio del nuovo fondamentalismo. A Damasco nel suo primo discorso ha ribadito il suo desiderio di una nuova Siria che rispetti ogni etnia e ogni religione. “Non c’è – ha detto- una sola famiglia in Siria che la guerra non abbia toccato. Il Paese è stato un parco giochi per le ambizioni iraniane”. Appena entrato ad Aleppo ha permesso ai cristiani di celebrare la messa. Un anno fa a Idlib a un inviato italiano mostrò le ragazze che andavano a scuola, le donne che guidavano le auto, persone che fumavano per strada. Voleva cancellare il suo passato di guerrigliero che aveva inneggiato ad al Qaida per la carneficina dell’11 settembre negli Stati Uniti. Otto anni fa rinnegò il jihadismo con prospettive planetarie e promise di non colpire le città europee per evitare di uccidere persone innocenti.

Israele non si fida e ha preso il controllo del lato siriano del Monte Hermon, il più alto della regione del Golan. Il premier Netanyahu ha ordinato di bombardare i depositi di munizioni. Il Mossad, il controspionaggio all’estero, sa dove potrebbero essere le armi chimiche accumulate dagli Assad dopo aver promesso agli americani che avrebbe smantellato i cosiddetti “laboratori della morte”. Il Cremlino ha fatto sapere di aver raggiunto un accordo con gli insorti perché non prendano d'assalto la base navale a Tartus e quella aerea a Hmeimim.

Sul terreno, mentre i festeggiamenti erano in corso in diverse città siriane, incluse quelle della zona costiera, vicina alla roccaforte di montagna dei clan alawiti da decenni associati agli Assad, sono scoppiati intensi scontri tra fazioni armate filo-turche e loro rivali dell'ala locale del Pkk nell'enclave di Manbij, a nord-est di Aleppo da anni controllata dai curdi della Siria. Questi sono stati costretti a ritirarsi verso est e probabilmente dovranno ripiegare, come già successo per altre milizie curde, oltre il fiume Eufrate. In quest'area mista araba e curda con epicentro  a Raqqa, l'ex capitale dell'Isis, oggi si sono verificate tensioni tra i clan arabi, che stanno aderendo alla mobilitazione innescata dai jihadisti filoturchi, e le forze curde sostenute sul terreno dagli Stati Uniti. Gli insorti hanno aperto le famigerate prigioni e le camere di tortura del regime, lasciando che dal sottosuolo riemergessero, alcuni dopo 40 anni, detenuti politici creduti ormai morti. Con l'arrivo al Shara'a a Damasco è stato imposto il coprifuoco. Senza più il sostegno di Mosca, la struttura militare e politica della Siria degli Assad si è di fatto squagliata come neve al sole.

A Damasco i ribelli erano riusciti a raggiungere le tristemente note prigioni politiche di Adra e Saydnaya, dove erano rinchiusi, tra gli altri, migliaia di prigionieri di coscienza, dissidenti, attivisti, oppositori. Molti di questi sono stati dati per scomparsi da anni, altri ancora non vedono la luce dagli anni '80 del secolo scorso. Le fazioni armate guidate da Hayat Tahrir al-Sham hanno liberato centinaia di detenuti nella prigione centrale di Homs, la terza città della Siria. Il regime degli Assad avrebbe arrestato centotrentaseimila persone fra il 2011 e il 2024. Novantaseimila sono gli individui considerati scomparsi con la forza.

Shara'a ha assicurato che a Hama non ci sarà “alcuna vendetta”. Lì nel 1982 furono massacrati i civili dal padre di Bashar Assad, Hafez, che soffocò nel sangue  un'insurrezione dei Fratelli musulmani. “Chiedo a Dio onnipotente che sia una conquista senza vendetta», ha detto in un messaggio video su Telegram, pur annunciando l'ingresso a Hama “per ripulire la ferita che dura da 40 anni in Siria”. Il leader dei ribelli ha inoltre messo in guardia l'Iraq dal tenersi alla larga da quanto sta accadendo nel Paese vicino. Un simile appello è stato lanciato anche dal leader politico sciita iracheno Moqtada Sadr: “L'Iraq, il suo governo, le milizie e le forze di sicurezza non devono interferire negli affari siriani”, ha affermato su X. Secondo l'Osservatorio per i diritti umani in Siria dal 27 novembre all' 8 dicembre 2024 gli scontri tra ribelli e l'esercito di Damasco  e i bombardamenti aerei hanno causato la morte di oltre 727 persone, fra le quali 111 civili.

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