L’oscura gioia. Mario Luzi
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Firenze, 22 febbraio 2026 – Segnalando l'imminente cerimonia di premiazione della quindicesima edizione del giovanile "Premio Firenze per Mario Luzi" (venerdì 27 febbraio 2026, dalle ore 9,30, nella Sala conferenze Sibilla Aleramo della Biblioteca delle Oblate, Via dell’Oriuolo 24, Firenze).
Credere nella poesia, per Luzi, è stato credere nella continuità della creazione, a un movimento naturale che non si arresta e a cui è impossibile sottrarsi, nel quale si iscrive il nostro, personale e collettivo, destino nel mondo. Dietro la poesia di Luzi – per dirla con un altro grande poeta del Novecento italiano ad alcuni di voi già noto, Giuseppe Ungaretti – c’è stata e c’è la «vita d’un uomo»: un uomo immerso nel proprio tempo e nella storia della sua poesia ben oltre la «rivelazione spontanea» degli esordi, che ha cercato di cogliere nei segnali spesso contraddittori e di difficile decifrazione dell’esperienza il senso e il valore di quel processo inesauribile che nei versi di Luzi ha un nome e uno svolgimento: «vita fedele alla vita».
È una fedeltà a sfondo religioso, che presuppone un disegno enigmatico, nobile e solenne, e chiama l’uomo alla partecipazione e alla testimonianza. Storia e natura sulla stessa linea, in una stessa prospettiva, o se volete, tornando ai versi giovanili della Barca che abbiamo citato, in uno stesso alveo, nel recupero di quel «sospiro profondo» che si diffonde a ritroso «dalle foci alle sorgenti».
L’accusa all’uomo di oggi è schiacciante: l’«umanità», il suo impegnativo contrassegno, latita. E tuttavia la speranza non ha mai abbandonato la poesia di Luzi, il suo «discorso naturale», drammatico e passato per mille prove, è un discorso all’interno del quale l’uomo può deludere ma rimane responsabile di un destino parallelo a quello della naturalizzazione: l’umanizzazione.
A ripercorrere l’intera opera poetica di Mario Luzi questa complessa e inesauribile dialettica tra uomo e mondo si riscopre di continuo efficiente: naturalmente intrinseca, vitale. Talché in un suo bellissimo intervento del 1994 dal titolo La voce della poesia nella sostanza del mondo, l’autore poteva legittimamente concludere: «Ci si domanda a che cosa serve la poesia. Quando uno si pone questa domanda, è perduto alla poesia. La poesia può servire ed essere inutile, essere inutile e servire. A che? A sentire fino in fondo l’enigma della vita, nel suo bene e nel suo male».
Il fascino di Luzi si è irradiato con forza su di me da questi territori e secondo queste modalità, e da questi territori e secondo queste modalità continua ad irradiarsi potentemente, giorno dopo giorno. Ed è bello immaginare, convocati insieme, uniti nell’ascoltare la sua opera altissima e nel rievocare la sua cara figura, tutti i luoghi, tutti i tempi e tutti gli incontri di un’esistenza: insieme, «dalle foci alle sorgenti», come fossero le acque di uno stesso fiume che continua, grazie alla poesia, a scorrere, permettendo alla nostra «barca» di uomini e di uomini in formazione come voi siete, il cui nocchiero è rimasto in realtà saldamente al nostro fianco, vigile e premuroso, di «vedere il mondo», di coglierne il «sospiro profondo».
Marco Marchi
Oscillano le fronde, il cielo invoca
Oscillano le fronde, il cielo invoca
la luna. Un desiderio vivo spira
dall’ombra costellata, l’aria giuoca
sul prato. Quale presenza s’aggira?
Un respiro sensibile fra gli alberi
è passato, una vaga essenza esplosa
volge intorno ai capelli carezzevole,
nel portico una musa riposa.
Ah questa oscura gioia t’è dovuta,
il segreto ti fa più viva, il vento
desto nel rovo sei, sei tu venuta
sull’erba in questo lucido fermento.
Hai varcato la siepe d’avvenire,
sei penetrata qui dove la lucciola
vola rapida a accendersi e sparire,
sfiora i bersò e lascia intatta la tenebra.
Mario Luzi
(da Quaderno gotico, 1947)
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