‘Notizie di poesia’. Dicembre, il post del mese (con i vostri commenti)
Firenze, 28 dicembre 2014 – E’ Nel mondo in miniatura di Palazzeschi. ‘Rio Bo’ il post del mese di dicembre. Trionfo decretato, in sintonia con l’originalià assoluta dell’anticonformistica ed incendiaria Musa palazzeschiana, sulla base di un acceso e un po’ paradossale confronto: confronto venutosi a sua volta a creare sulla base di arditi e criticamente insostenibili pronunciamenti a carico dell’autore, che sentendosi dare del perbenista si sarà di sicuro divertito (divertito “pazzamente, smisuratamente”, come in una sua canonica poesia) oltre che rivoltato nella tomba.
A volere infierire in difesa di Palazzeschi nei confronti dell’ingenuo e pervicace commentatore in vena di attacchi potremmo dire, palazzeschianamente scherzando, che la storia del celebre Frate Puccio si è trasformata qui in quella di Frate Duccio: un frate rimasto tutt’altro che impunito, ma anzi, per essersi inaspettatamente atteggiato a Frate Rosso (altro celebre, ma ben diverso frate palazzeschiano), sonoramente trattato per le rime da vari lettori, spaziando dalle belle e un po’ materne maniere usate da Elisabetta Biondi della Sdriscia (anche il suo nome, siamo in vena di scherzi, sa in verità di Palazzeschi: le spregiudicate dame del Codice) alle dure e indefettibili prese di posizione di Erika Olandese Volante che avrebbero fatto stramazzare o ragionevolmente recedere qualsiasi altra parte avversa. Del resto, anche veder affibbiare all’autore di Sorelle Materassi la patente di scrittore fascista avrà fatto ridere non solo i polli chiamati in causa da un altro dei commentatori del blog impegnati nel contenzioso, ma Palazzeschi stesso, così affermatosi, nonostante tutto, anzi proprio grazie a tutto questo, come il campione del mese di dicembre. Evviva, evviva, evviva!
Nel lillipuziano mondo in miniatura di Aldo Palazzeschi, dunque, una vittoria grandissima e a suo modo divertentissima, che ha peraltro imposto, per essere qui ripercorsa e pienamente apprezzata per chi non l’avesse seguita in diretta, la restituzione dei commenti collezionati in ordine ascendente. Al secondo gradino del podio dicembrino Pasolini e le madri degli altri, al terzo Anniversario Antonia Pozzi 1938-2014; e senz’altro da segnalare l’affermazione di un post sufficientemente anomalo come Scrivere per la pace. In onore del Dalai Lama, con i suoi molti “mi piace” di consenso
L’appuntamento è a breve per l’immancabile post dell’anno. Chi sarà il vincitore? Ma auguri fin da ora a tutti voi, per un 2015 felice!
Marco Marchi
Nel mondo in miniatura di Palazzeschi. ‘Rio Bo’
VEDI I VIDEO ‘Rio Bo’ letta da Vittorio Gassman , Miniantologia poetica: “Versi dalla casina di cristallo” , “I fiori” letta da Paolo Poli
Firenze, 8 dicembre 2014 – Da L’Incendiario – per via di occultamento, contraffazione, sostituzione e riadattamento nell’ambito di rinnovate esigenze espressive – ad una prosa autobiografica intitolata Incendiario.
1910 (al tempo del futurismo e di Marinetti)-1932 (negli anni del cosiddetto “ritorno all’ordine”). A un avanguardistico, mostruoso e seducente Dio del fuoco, della trasgressione e dell’eversione, subentra nel sorridente ed antiavanguardistico Palazzeschi di Stampe dell’800 – reso irreperibile quel mostro – il più conciliativo ed accettabile ritratto di un bambino un po’ troppo vivace di appena tre anni che, da piccolo piromane in famiglia, da sculacciabile incendiario inconsapevole e davvero innocente, fa di un fiammifero il suo strumento di affermazione personale, la sua protesta contro oppressive minestre da sorbire tra i confini di invalicabili finestre.
Analogamente, nel capitolo successivo dello stesso libro, al medesimo bambino fattosi solo un po’ più grande, di cinque anni, Palazzeschi memorialista affida l’avventurosa esplorazione dell’esterno, di zone fuori casa, di paesaggi naturali immensi popolati e pericolosi, da evitare. Oltre il divieto, contro il divieto: si affonda ancora nell’infanzia, in quella che un altro scrittore fiorentino, Bruno Cicognani, avrebbe chiamato l’«età favolosa». Veicolato da ricorrenti miniaturizzazioni metaforiche di contrasto (un cagnolino di contro all’elefante) o dagli stessi diminuitivi-vezzeggiativi grammaticali dialogicamente e monologicamente impiegati dalla Piramide del tipo «pollastrino» e «lodoletta» (al femminile, quest’ultimo, in seguito cassato, come in un’opera ora in disuso di Pietro Mascagni), il poeticizzato recupero dell’anelito libertario fuori casa trova ambientazione nelle domenicali Cascine dei Fiori della libertà.
Diffidare, con Palazzeschi, almeno dopo la celebre poesia lacerbiana del ‘13, di ogni genere di fiori e di ogni genere di libertà: «Mentre però nei miei cresceva la sicurezza di quel fatto consueto, cresceva in me un desiderio vago di andare un po’ più avanti, dove non arrivavano quegli occhi dai quali mi sentivo tenuto come da un filo: romper quel filo senza saper perché. […] Andavo lungo le siepi alte, fra i grandi tronchi tortuosi, nelle radure o nel folto, levando le gambe fra lo sterpame del basso bosco, fra l’erbe umide, su cui mi piegavo di tanto in tanto per cogliere una pervinca […]. Dove andavo? Senza mèta, senza idea, senza invito… […] Senza paura del buio che veniva, delle ombre che sarebbero discese solenni dalle piante per inghiottirmi, né del vuoto che si faceva intorno in tutto il parco col grigior della sera; senza febbre d’avventura, senza tema e senza gioia; senza curarmi se potesse taluno notare la mia presenza solo in quel luogo e a quell’ora. […] la mia scappata era fine a se stessa: pura».
La «scappatella», insomma, come le esili pervinche raccolte, color del cielo, da piccolo Perelà che, anche chinandosi per fare un mazzolino, guarda in alto, alla sua patria: da ispirato e incurante Cristo fanciullo allontanatosi per fare le cose del Padre suo. Ma ecco, proprio «ad uno svolto», «nella bella foresta artificiale che si chiama “Le Cascine”», «sul luogo del misfatto» e della «colpa», l’incontro: una violenta, sconcertante, traumatica apparizione – mutatis mutandis nel nome di Freud – da Piramide, con un bambino sorpreso, sconcertato, «incapace di prendere l’iniziativa di un passo», «in balìa di quella foga», «incalzato, sbattuto, stiracchiato giù giù per il viale»: «Qualche cosa di enorme mi fu addosso, me ne sentii acciuffato e coperto, sepolto; e senza più distinguere intorno, da un diluvio di colpi percosso, e sopra sotto e dappertutto. Trafelato, gocciolante di sudore mio padre […] mi aveva ritrovato e m’era sopra combattuto tra la felicità di riavermi intatto e di sentirmi suo dopo chi sa quale angoscioso fantasticare, e il bisogno di ripagarsi su me della pena che gli avevo fatto soffrire, facendomi soffrire».
Non il «male», dunque (il cattolico peccato o la «macchia che l’acqua non lava» di un’antica poesia di Lanterna), ma la «purezza», ad avere sollecitato quegli esplorativi e disubbidienti movimenti di fuoriuscita da regole imposte, quegli inspiegabili, misteriosi e suggestivi allontanamenti dall’incipiente sociale e esistenziale conosciuto e ritenuto insufficiente, estraneo, quei lirici primi passi di ricerca dell’io che di infantile màrchiano – per tracce indelebili di uno scandalo che anche così si rivela e di continuo si aggiorna – immaginario, visioni del mondo ed onomastica: Aldino, Valentino, l’omino di fumo, Zeffirino, Giacomino «boccino di rosa», Celestino, Stefanino che di rosa ha perfino la sua coperta di lana di trovatello…
Tutto si fa piccino, proprio come nel paese dell’anima cantato in Rio Bo. «E ritornando nel mio bel castello – come si legge nella splendida La mano – / temere d’incontrare / gli sguardi famigliari, / perché possono capire i miei cari / dove sono stato! / Certamente Cherubina ormai à capito, / mi guarda senza dirmi nulla / al mio ritorno, e pensa: / che cattivo marito! / E Stellina, e Cometuzza, / mi guardano con occhio pio pio, / che mi dice assai bene: / dove sei stato, / fratellino mio?». Un castello da lillipuziano e osceno bestiario dell’intimità familiare pronto a farsi piramide da figurina Talmone o, come in Interrogatorio della Contessa Maria, da erotismo praticato in una «cameretta» da sottovalutati bambini «piscioni», in «vestina» e «calzoncini», pretestuosamente alla ricerca su un atlante di isole piccolissime.
Marco Marchi
Rio Bo
Tre casettine
dai tetti aguzzi,
un verde praticello,
un esiguo ruscello: Rio Bo,
un vigile cipresso.
Microscopico paese, è vero,
paese da nulla, ma però…
c’è sempre disopra una stella,
una grande, magnifica stella,
che a un dipresso…
occhieggia con la punta del cipresso
di Rio Bo.
Una stella innamorata?
Chi sa
se nemmeno ce l’ha
una grande città.
Aldo Palazzeschi
(da Poemi, 1909, poi in Poesie)
I VOSTRI COMMENTI
Duccio Mugnai
Oh… finalmente un fiorentino che non parla solo di presunta “fiorentinità”!aiScusatemi, capisco l’importanza di Palazzeschi all’interno del panorama letterario-culturale italiano, la sua voglia di “svecchiare”, di creare ponti culturali con la Francia di Apollinaire e delle avanguardie, di aprirsi ad un futurismo “sui generis”, per l’appunto fiorentino. Così, abbiamo L’incendiario, la prosa “fumosa” dello sperimentalissimo Codice di Perelà, l’attività intellettuale sulle riviste… ma non vorrei aprirmi troppo, come si “aprì” la società italiana del primo dopoguerra, e dire che è un autore che mi piace. Le sue, in fondo simpatiche, ma onnipresenti Sorelle Materassi, che a Firenze fanno leggere a tutti… Poi propongono anche le trasposizioni teatrali, orgogliosi di una contemporaneità cittadina, che già non esiste più e che, certo, non può aspirare al passato… inoltre, questa insopportabile presunzione borghese di nascondersi dietro il “gioco” e di pretendere che non ci siano più ideali, non ci sia più giustizia e la realtà sia solamente quella dei ricchi benpensanti.L’ho scritto… tanto non ho niente da perdere.
Marco Capecchi
Interessante provocazione di Duccio Mugnai: tuttavia, a mio parere, proprio nel minimalismo o se si vuole nel nichilismo scopro l’originalità e la contemporaneità di Aldo Palazzeschi. In lui la realtà non è quella dei “ricchi benpensanti”, più volte messi alla berlina, ma senza dubbio, non comprende giustizia o ideali per i quali valga la pena impegnarsi. Siamo “fumo”: noi e il mondo. Non il Palazzeschi delle Materassi o dei Cuccoli, ma il primo Palazzeschi è probabilmente uno dei più grandi poeti e prosatori dello scorso secolo. In barba alla “firenzina” in cui era cresciuto!
Duccio Mugnai
Grazie per la risposta, che apprezzo. Secondo me, Palazzeschi è il classico esempio di “benpensante” fiorentino che sparla di “ricchi benpensanti”. Preferisco leggere altro. C’è di meglio… Ma, ripeto, è una questione di gust
Daniela Del Monaco
La fantasia di un bambino ha immaginato Rio Bo, un silenzioso e tranquillo paese immerso in un’atmosfera quasi fiabesca, con poche case, un prato verde e un piccolo ruscello. Spicca solo un alto cipresso, qui non a simboleggare qualcosa di oscuro, anzi, raffigurato come una sentinella che vigila con attenzione sul villaggio. Questo “paese da nulla”, quasi invisibile, è in realtà molto fortunato perché ha il privilegio di avere sempre una stella che brilla instancabile su di esso, miracolo c che nemmeno una grande città può vantare. La presenza dell’astro sulla scena rende il quadretto vagamente simile a un presepe. Rio Bo, dunque, è tutt’altro che insignificante: è un paese che nasconde un immenso tesoro se lo si sa ammirare, da lontano, la sera.
m
Se non sbaglio fu Montale a dire che, se Palazzeschi avesse scritto in francese, sarebbe diventato famoso come Gide… C’è poco altro da aggiungere. Un autore straordinario, sottovalutato, snobbato, banalizzato, scolasticizzato… A me sembra un Pasolini che però ha preferito le armi del fantastico e dell’ironia. Ma a leggerlo bene si sente, eccome, il peso della sua leggerezza!
Duccio Mugnai
Mah…. che le devo dire? Mi sembra che ci sia una bella differenza culturale tra Montale e Palazzeschi, tra Genova e Firenze. … Ripeto, è una questione di gusti.
tristan51
?????
tristan51
Palazzeschi benpensante? Sto con m, apprezzando appieno il peso della sua leggerezza. Anche “Sorelle Materassi” a ben vedere sono uno scandalo, pensando a ciò di cui, dietro l’apparente realismo di una storiella toscana pur condita di sapori piccanti, realmente si parla. Evviva Palazzeschi, evviva la sua geniale originalità!
Duccio Mugnai
Il fatto è che io vivo non solo a Firenze, ma addirittura a Coverciano! Un mio amico abita addirittura di fronte alla chiesetta di S. Maria e alla casa delle Materassi. Rivedere la stessa grettezza, la stessa “scioccona simpaticheria”, che pretende di essere fondamento comico e rivelante della vita, è veramente avvilente. Inoltre, stavo guardando il pezzo teatrale di Edoardo de’ Filippo, intitolato Gli esami non finiscono mai. Quando il protagonista saluta la vecchia, cara e fascista compagnia di goliardi universitari, uno del gruppo di questi figli di papà, i quali, purtroppo, esistono in tutte le epoche, rivolgendosi all’oste, chiede : “COME!!!!??? NON CONOSCETE PALAZZESCHI????”…. Ahimé!
tristan51
Confermo di stare con m e con vari critici del Novecento, tra cui un certo Luigi Baldacci e un certo Edoardo Sanguineti, magari anche con Gide.
Duccio Mugnai
Io, invece, confermo di stare con il libero pensiero, che, tante volte, in Italia viene soffocato. … e poi, mi scusi, sa… io non sono nato a Firenze, sono del “contado”, e ho bigogno di essere illuminato dal vostro splendore intellettuale. Magari la gente di Firenze entrasse qualche volta in un museo, invece di bearsi con crapule e becere simpatie!
Elisabetta Biondi Della Sdriscia
Nell’antitesi tra il “microscopico”, “esiguo”, e “da nulla” che caratterizzano il paese descritto da Palazzeschi in “Rio Bo” e il “grande”e “magnifica” riferito alla stella tutto il dirompente anelito dell’autore ad uscire da orizzonti chiusi e gretti, provinciali e asfissianti. I diminutivi più che indicare una dimensione affettiva alludono alla dimensione del piccolo in quanto limitato, angusto e ce lo rivela proprio quell’”aguzzi”, riferito ai tetti delle casettine, che ci fa capire quanto quella dimensione angusta, piccola, possa essere stata dolorosa, “aguzza”, dilaniante per il giovane Palazzeschi. Il moralismo oppressivo, gretto ed ipocrita della società borghese da cui Palazzeschi si sente soffocato è ben rappresentato dal cipresso “vigile” la cui punta – e qui non si può non cogliere l’esplicita e ironica allusione erotica – non disdegna di amoreggiare con la stella. Ermione
Erika Olandese Volante
Troppo spesso la generalizzazione, l’attribuzione del singlo fenomeno a categorie prordinate che ci siamo, chissà come, organizzati nella mente nel corso della vita, provoca strani corto-circuiti, che a loro volta generano amori ed ostilità, tanto violenti quanto insensati. Insensati soprattutto perché, essendo nati dal pregiudizio, non si avvalgono, come invece dovrebbero, della conoscenza, ineludibile passaggio verso un sentimento, di qualsiasi genere esso sia. Invito dunque Mugnai a leggere Palazzeschi o, se l’antipatia verso di lui glie lo impedisce, ad evitare di riversare il suo risentimento antiborghese su un autore che per primo lo visse e che per primo ne soffrì. Potrei anche parlarle dell’enorme sostrato culturale che si nasconde dietro la semplicità di alcuni versi, o della complessa architettura di pensiero, sempre pervasa di umanità e passione, che emerge dalla conoscenza della sua opera. Ma ho l’impressione che sia fiato sprecato. In ogni caso, sappia che anche Montale difenderebbe così l’amico, e sa cosa?Le mostrerebbe che molte delle sue posie più famose, e anche molto del suo pensiero, nascondono un seme gettato proprio dal suo carissimo Aldo. Spero di averla, oltre che irritata, anche incuriosita. Viva Palazzeschi!
tristan51
Meglio di così non si sarebbe potuto dire! Libertà di pensiero a parte, Mugnai, non si può parlare a vanvera… Per pensare liberamente su Palazzeschi bisognerebbe prima averlo letto e conoscerlo.
Duccio Mugnai
E’ un paese strano l’Italia. e poi, in particolare, Firenze, o “Frittole”, secondo il modo in cui la volete chiamare. Si dicono tante castronerie. Sopporti anche me…
Duccio Mugnai
…. oggi c’è Sanguineti!!!
Marco Capecchi
Condivido le considerazioni di Erika Olandese Volante. Chi scrive “i fiori” non può essere definito “benpensante” e una battuta in una commedia di Edoardo De Filippo non può essere la prova di un presunto e non certificato “fascismo” di Palazzeschi. Perché non dedurre che Edoardo abbia inteso rappresentare il superficiale e banale livello di lettura dei fascisti riguardo ad un grande scrittore. Voglio sperare che tale banalità non appartenga anche a sedicenti e impegnati “antifascisti”.
Duccio Mugnai
La ringrazio per l’antifascista. Per adesso non ho commesso ancora crimini in questa società. E leggo quello che mi pare.
Marco Capecchi
Sul fatto che ciascuno legga ciò che vuole, nessun dubbio. Mi pareva che questo blog fosse un luogo in cui si poteva discutere senza utilizzare toni così “definitivi”: tra noi e sugli autori che ci vengono proposti.
Duccio Mugnai
Lo è. Quale problema c’è? Dica la sua.
Marco Capecchi
Per me nessun problema. Mi riferivo, ma mi pareva di averlo detto, ai suoi toni “sopra le righe”: come se qualcuno avesse da ridire sui suoi gusti e letture. Ritengo però si possa parlare di uno scrittore e poeta senza scomodare presunte e ripeto non verificate, nel caso di Palazzeschi, appartenenze politiche o addirittura inesattezze sul Palazzeschi benpensante.
Io, per esemplificare come ragiono quando valuto uno scrittore, apprezzo molto Celine e onestamente me ne infischio del suo collaborazionismo. Sono un assiduo (ri)lettore innamorato del “papista” Tozzi e non disprezzo D’Annunzio o Pascoli nonostante il suo protofascismo. Non vorrei apparirLe pedante, ma ho imparato da Marx ad amare anche scrittori effettivamente “reazionari”. Ricorda le pagine del Moro su Balzac?
Duccio Mugnai
Ognuno scrive come sa, come può, per quello che è. Meglio qualcosa di appassionato ed esagerato che ipocrita e falso. Ma lei non lo è. A lei piacciono Palazzeschi e Celine (ho letto il Viaggio, interessante!). Per quanto riguarda Tozzi “papista”, credo che dovrebbe spiegarmi… Balzac e la “Comédie humaine”, il grande gioco intrecciato di vita e società, con i suoi tipi, le sue ridicolaggini, le disillusioni borghesi… Credo che non mi basterà una vita per finire di stupirmi e capirci qualcosa… Comunque, senta,…. se vuole, le lascio l’ultima parola, anche perché domani lavoro e mi è necessaria un coraggio razionale, poco spiritoso e capace di concentrarmi su obiettivi precisi e faticosi. Se lei, invece, ha tempo da perdere…
m
Ferma restando la sacrosanta liceità di ogni gusto e opinione, le reazioni (scomposte, confuse, eccessive) di un utente di questo forum dimostrano perfettamente quanto volevo dire a proposto di un Palazzeschi sottovalutato, snobbato, banalizzato, scolasticizzato e, aggiungo ora, conosciuto solo superficialmente (Firenze c’entra poco e affermare che P. è un autore benpensante vuol dire proprio prender fischi per fiaschi).
tristan51
Come dare del fascista a Palazzeschi fa semplicemente ridere i polli!
Elisabetta Biondi Della Sdriscia
La discussione, in ogni campo, su ogni argomento, è qualcosa di fecondo, qualcosa che arricchisce: benvenuta, quindi, sulle pagine di questo blog così ricco di spunti e aperture intellettuali! Quello che dispiace, Duccio, sono i toni provocatori e un po’ risentiti che, forse non del tutto avvertitamente, risuonano nelle tue parole. Non entro tanto nel merito della questione, non essendo una specialista della materia – anche se percepisco l’ironia e la funambolica creatività di Palazzeschi come l’unico mezzo per cercare di scalfire il perbenismo ipocrita di certa borghesia gretta e chiusa – ma una discussione, anche appassionata, deve avere come limite il rispetto degli interlocutori e non deve scendere sul piano personale, altrimenti non può risuonare che come provocatoria o addirittura ingiuriosa! Senza offesa, Ermione
Duccio Mugnai
Grazie Elisabetta Biondi Della Sdriscia per la tua grande gentilezza. Con strumenti come questo, è possible anche rivedere certi “spigoli” comportamentali. Di nuovo, grazie.
Marco Capecchi
Tempo da perdere no: semmai per rispettare un interlocutore che mi invitava a dire la mia.
Aretusa Obliviosa
Un paese in miniatura, come un microscopico presepe, o piuttosto l’elemento esornativo di un carillon. Per la verità sembra quasi di udirne la musichetta, a sottolinearne l’atmosfera cristallina e ovattata. Un mondo diverso – come diverso si sente il giovane Palazzeschi -, privo di presenze umane, come se la dimensione favolistica fosse la sola attraverso cui potersi, in questo momento, esprimere. Paradossalmente l’unica creatura vera e vivente, anzi pulsante, su questo incantato paesino di cristallo è la vistosa stella, pronta a flirtare, con il suo occhieggiare con la punta del compunto e impassibile cipresso. Già qui, in questo precoce 1909, Palazzeschi si rivela autore da scoprire fra i versi e le righe della sua scrittura, fra detto e non detto, fra confessabile e inconfessabile. Ed è con questo spirito che andrebbe riletto – come Marchi ci insegna – anche un piccolo gioiello ben più tardo come le “Materassi”, molto meno innocuo e borghese di quanto a prima vista possa sembrare.
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