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Anniversario Carlo Betocchi 1899-2015

Carlo BetocchiVEDI I VIDEO “Così come ormai sono” , “Canti dell’ansia e della gioia” di Carlo Prosperi su testi di Betocchi , Intervista a Carlo Betocchi“Un passo, un altro passo”

Firenze, 23 gennaio 2015 – Ricordando che il 23 gennaio 1899 nasceva a Torino il grande Carlo Betocchi.

Quanti ricordano e leggono il poeta Carlo Betocchi, pronti a riconoscere in lui, con sicurezza, una delle figure centrali del nostro Novecento? Quanto a questo riconoscimento di grandezza – un riconoscimento che dovrebbe essere unanime, radiosamente autoevidente – sono disposti il giudizio dei critici d’oggi, l’affezione del pubblico, l’editoria e quanto costituisce elemento efficiente del mondo della cultura? Siamo di fronte, con Carlo Betocchi, ad un autore nettamente sottovalutato: un poeta la cui conoscenza e il cui apprezzamento sono del tutto inferiori ai meriti.

Moriva vecchio – nel maggio del 1986, lui nato nel 1899 – il poeta della vecchiaia, l’autore altissimo, dall’Estate di San Martino al drammatico e inaspettato, terminale Breviario della necessità, di un De senectute in versi di fronte al quale molte stagioni conclusive di poeti laureati, italiani e non, impallidiscono. Moriva vecchio e amareggiato da quella vita cui per tanto tempo lui e la sua poesia avevano spontaneamente aderito, con gioia, come ad un dono immenso: un dono naturale e misterioso, letificante. Anche il suo canto iniziale, la sua lirica dapprima tintinnante di rime e musicali rispondenze, rientrava in questa stupefatta visione del mondo, in questa sintonia tra parole e cose: «Io un’alba guardai il cielo e vidi».

Una rivelazione, quella di Realtà vince il sogno, il notevole libro d’esordio del 1932, voluto da Piero Bargellini e modernamente ristampato qualche anno fa da San Marco dei Giustiniani per le cure di Giuseppe Langella; una religiosità preconfessionale, mitica, subito risoltasi in totale disponibilità nei confronti dell’esistenza, in umile ed entusiastica partecipazione al creato, alle sue meraviglie e alle sue segrete ragioni.

All’inizio della poesia di Betocchi Dio e mondo sono assieme: un Dio che ha creato e crea, un Dio, più che vicino alle sue creature, in esse. «Io un’alba guardai il cielo e vidi», ed è subito un cielo che attrae, cui fa riscontro una soggettività visivamente e visionariamente rapita dalla registrazione da terra di altre creature: «angioli neri» in ampia e furiosa schiera seguiti da «un intenerito volo / di cerulee colombe alte e lente», e ancora angeli, angeli luminosi, piumati, bianco-rosei.

Si impone nel libro «un lento ascendere dello splendore». Ma si noti: nella felicità pregustata di un’«etern’onda» solare solcata «con stupend’ali senza sussurro», si fa nostalgicamente sensibile pure il congedo del «dolce azzurro», di un cielo fisicamente sperimentato, di un «aere» goduto (Domani). Al giubilo, al sentimento di poter un giorno «vivere profondamente», si contrappone l’allegrezza della povertà, un umano ricordo specificatosi per il poeta-geometra in Tegoleto, un toscano borgo «selvaggio», frontespiziesco, piccola patria incontrata del duro lavoro, della fatica, ma anche dell’accordo, dell’armonico dialogo innamorato di uomini, animali e cose.

Una «religiosità senza aggettivi», per dirla con Ernesto Balducci: una sacralità esperienziale e condivisa, riluttante a qualsiasi indirizzo o primato intellettualistico, come in sostanza il cattolicesimo di Betocchi, configuratosi da subito come un luogo dell’immanenza; un tutt’uno omogeneo, primordiale, anteriore alle divisioni imposte dalle ideologie, alle complessità disgreganti del pensiero e della storia.

Questa fiducia e questo incanto avrebbero poi siglato un lungo itinerario poetico, facendo anche della vecchiaia una dimensione ilare e penitenziale dell’obbedienza, un’età del sacrificio del tutto interpretabile e rassicurante. Solo alla fine questa fiducia e questo incanto si sarebbero incrinati, lasciando drammaticamente adito al dubbio, alla lacerazione e al disinganno.

Una poesia dell’umiltà si sarebbe avviata alle sue oltranze, ai suoi estremistici approdi di un «senza Dio» collettivo, vivo e mutante nel suo parificato consistere: «il più assoluto materialismo – parole del poeta – al fuoco della carità», e cioè – parole nostre – la massima offerta di sé per via di spoliazione, dentro e ben oltre le prospettive di un’inquieta, studiata ed ammirata Teresa di Lisieux, che in uno dei suoi scritti afferma: «Egli permise che la mia anima fosse invasa dalle tenebre più fitte e che il pensiero del Cielo, così dolce per me, diventasse un argomento di lotta e di tormento».

Marco Marchi

Così come ormai sono

Così come ormai sono
quasi niente divento,
se non qualche dolore
qualche delirio spento,

tal quale una fiammella
al vento, di candela,
quale pone alla Vergine
chi nel suo poco spera

e tra sé molto esige
dallo sperar che umilia:
di quisquilia in quisquilia
sono un uomo che muore.

Carlo Betocchi

(da Poesie del sabato)

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