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‘Notizie di poesia’. Marzo, il post del mese (con i vostri commenti)

31 marzo 2016 – Ad imporsi nella classifica dei post più votati del mese di marzo è il post in chiave esibitamente civile Pasolini e l’Italia che qui si ripubblica assieme ai vostri commenti: commenti particolarmente coinvolti ed acuti, tra i quali segnaliamo tra i molti segnalabili quello di Giacomo Trinci – inclusivo, però, di un troppo benevolo apprezzamento nei miei riguardi che devo necessariamente, filologicamente conservare e per il quale sentitamente ringrazio – e quello, sintetico ma nella sua essenzialità altrettanto sicuro ed incisivo, di m. Rispettivamente: “Il danno barbarico, il dente incivile, intride il corpo della poesia “civile”, in questi anni di incipiente neocapitalismo italiano. Questo sente il Pasolini poeta all’esordio degli anni sessanta, in una raccolta che declina la forma della poesia ‘logica’, raziocinante, foscoliana, delle “Ceneri” in un dettato ormai che si appresta a scoprire nervature che ne screpolano e corrodono la ‘bella forma ‘petrarchesca-leopardiana, che ancora costituiva il carattere della poesia precedente. Ecco, quindi, in quel folgorante finale della poesia ‘Alla mia nazione’, il ‘mare/male’ che formano la rima interna, e che con la parola ‘mondo’ sigillano l’epigramma in modo definitivo, secco, a definire il sintomo di una metastasi culturale e politica che esploderà in quegli anni e continuerà in seguito, in maniera più evidente e forte. Il continuo trasformarsi della forma della poesia, magistralmente letto e interpretato nella saggistica di Marco Marchi dedicata all’opera di Pasolini, trova qui un punto decisivo di modulazione: la poesia non sarà più da questo momento riconoscibile nelle sue forme consuete, ma assumerà vesti prosaiche, magmatiche, cinematografiche, saggistiche, giornalistiche… Il magistero poetico sarà divorato; come il povero corvo marxista, sarà divorato in “salsa piccante dal “dopostoria” neocapitalistico“; “Questo breve testo, geniale e sorprendente come sempre il miglior P.P.P., entra di diritto nella rosa delle più alte poesie civili della nostra letteratura. Ha la bellezza senza tempo del classico ma anche un fulminante potenziale eversivo; ci colpisce con una profondità d’analisi degna di Leopardi e, purtroppo, con una perfetta, angosciante attualità“.

Al secondo posto del podio marzolino il grandissimo Rainer Maria Rilke con una delle sue magnifiche Elegie duinesi (Dal Castello di Duino. Rilke, la prima elegia), al terzo, alla pari, Alda Merini con una delle sue poesie più note e celebrate e gli strepitosi versi pasquali indirizzati a Giorgio Caproni da Carlo Betocchi (Sono nata il 21 a primavera. Giornata mondiale della poesia con Alda Merini e Pasqua dei poeti. Carlo Betocchi). Da segnalare infine l’altissimo indice di gradimento riscosso nella Pagina Facebook del Premio Letterario Castelfiorentino dal post Ti ho dato tutto. Anna Achmatova. Ho chiesto ad un amico come ci si potesse spiegare un tale successo di visualizzazioni, vantando peraltro anche una qualche astuzia titolativa incuriosente da me escogitata nel presentare il post, con quel “Ti ho dato tutto” che tutti più o meno in qualche storia d’amore importante hanno dato; ma lui mi ha risposto con estrema disinvoltura, cogliendo probabilmente nel segno: “Perchè è una poesia bellissima”.

Un saluto cordiale a tutti voi e a presto, con nuovi testi e nuove letture!

Marco Marchi

Pasolini e l’Italia

VEDI I VIDEO “Alla mia nazione” di Pier Paolo Pasolini letta da Vittorio Gassman , Da “Il glicine” , Pasolini legge versi da “Poesia in forma di rosa” , “Io so” , “Che paese meraviglioso era l’Italia…” letto da Toni Servillo , Teaser trailer del film “La macchinazione” di David Grieco, con Massimo Ranieri

Firenze, 5 marzo 2016 – Ricordando che il 5 marzo 1922 nasceva a Bologna Pier Paolo Pasolini.

All’altezza cronologica della Religione del mio tempo – raccolta a cui i versi di Alla mia nazione appartengono – , il glicine dell’omonima poesia non è più per Pasolini l’emblema di una pura esistenza perennemente rinnovantesi come all’epoca dell’Usignolo della Chiesa Cattolica, ma il simbolo di una verginità defunta: la resistente restituzione lirica di una consapevolezza oltranzistica, semmai, da mistico-razionalista smentito. La poesia si prepara in realtà ad adattarsi agli esiti rigorosamente maturati all’interno del proprio esercizio: si appresta a subire il crollo, a sopravvivere, simulare, mimetizzarsi, pragmatizzarsi e magmatizzarsi, nascondersi – lei mito sfuggente, intonazione, ma anche etimologicamente vento che soffia dall’esterno – in altre «forme della poesia».

Poesia in forma di rosa, intitolerà fra poco il poeta. Andar per fiori all’Inferno: nella Divina Mimesis (con umili «fiorucci», danteschi «fioretti», «fiorellini», con un pascoliano prato del cosmo incontrato sul cammino) e in Petrolio (dove il glicine, con il suo profumo da rappresentazione sinestetica di una realtà lontana dalla realtà, farà testuali apparizioni). Come per diffrazione – poesia del sesso in tempi di esaurimento repressivo e di incipiente permissivismo sociale – sboccia in ambito cinematografico Il fiore delle Mille e una notte.

Ma poi verrà l’«abiura dalla Trilogia della vita», si stabilizzeranno una volta per sempre toni espressivi terminali da Tetro entusiasmo, su un «cuore» ideologicamente accordabile in chiave marxista con Gramsci prevarranno le «buie viscere» contro di lui. Pasolini in Petrolio scenderà davvero all’Inferno, come nella vita e come in molte delle sue sterminate letture, dei suoi grandi riscontri letterari anche in Descrizioni di descrizioni saggisticamente convocati e resi efficienti: da Strindberg a Sade (Salò!), da Dostoevskij a Dante, secondo ulteriori iridescenze, adesso, di un Dante interpretato come grande veicolatore garante della possibilità autoanalitica estrema in termini di poesia, se in chi elabora Petrolio – lo ha notato con pertinenza Aurelio Roncaglia – «l’impulso più profondo non è di tipo oggettivo-narrativo, bensì d’intima ricerca, dunque inclinato a un istintivo lirismo». Pasolini affonda il bisturi nel proprio corpo, fa della sua affilata ed oltranzistica «autoanalisi» un’«autopsia».

Dante come sperimentazione del morire, del vedere e comprendere attraverso la morte. Lo scandalo si rinnova, un’eretica, equivocata e inaccettata «forza del passato» si estremizza in forma linguistica, in struttura, in genere letterario nuovo ambiziosamente intentato su base culturalistica dispiegata e di nuovo contaminata (dalle Argonautiche di Apollonio Rodio a L’écriture et l’expérience des limites di Philippe Sollers); ma i termini essenziali del confronto si ripropongono pressoché immutati, tra pressanti richieste ideologiche di pronunciamento e di giudizio ed esigenze di testimonianza poetica, di intransigente, finale e ultramondana autorappresentazione conoscitiva in cifra di obbedienza poetica.

Un sogno visionario di bolge e gironi in cui il capire è «gioiosa cognizione del capire», dove i personaggi pare che parlino una lingua «meravigliosa», più che mai poeticamente risonante e lucente, «in versi o in musica». E non si può non ripensare, a integrazione del discorso e per contrasto, magari assieme ai versi accesamente polemici di Alla mia nazione che oggi si propongono, ai versi del Glicine che già ad apertura degli anni Sessanta, all’interno di una raccolta in cui il tema civile, appunto, al pari che nelle Ceneri di Gramsci esigeva risposte e ancora potentemente si stagliava,  dicevano: «tra il corpo e la storia, c’è questa / musicalità che stona, / stupenda, in cui ciò che è finito / e ciò che comincia è uguale, e resta / tale nei secoli».

Marco Marchi

Alla mia nazione

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico,
        ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
        governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
        funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
        Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
        tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
        proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
        che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

Pier Paolo Pasolini 

(da La religione del mio tempo, 1961, ora in Tutte le poesie)

I VOSTRI COMMENTI

cesare
Basta leggere questi versi per capire come la Poesia sia eterna, non abbia tempo e sia sempre attuale! Quelli che cambiano sono solo i tempi, ma l’uomo rimane tale, più con i suoi difetti che con i suoi pregi! L’Italia di allora, l’Italia di oggi!… L’invito di Pasolini all’Italia rimane quello, cioè di cambiare in meglio, per il suo stesso bene!

Marco Capecchi
Un poeta quando è tale è profetico. Grande, immenso Pasolini.

Daniela Del Monaco
Pasolini sceglie un tema vivo della tradizione letteraria, quello della propria patria, senza però usare nei suoi versi il termine “Italia”, che risulta quindi la grande assente. Tale assenza vale come disconoscimento del presente (“sei esistita, ora non esisti più”). Il poeta ci apre gli occhi su una società – oggi più che mai attuale – inquinata dalla corruzione e dal degrado, denunciando una lunga serie di figure e di tratti miserabili che provocano disgusto, smarrimento, angoscia. Il componimento si conclude poi con un potente ultimo verso, a mio avviso un’eco dell’Infinito leopardiano, nel quale Pasolini spera che la sua, la nostra, nazione, dopo essere sprofondata negli abissi del mare/male finalmente riemerga liberata.

Isola Difederigo
Nasce da qui, da questa contraddizione irriducibile tra la scoperta del corpo, che coincide con la scoperta della poesia, e la vocazione alla storia, la pronuncia testimoniale e profetica tipica della scrittura di Pasolini nella pluralità delle sue accezioni. Da qui anche la portata e il significato complessivo di un’opera che non cessa di irradiare il suo inesauribile fascino.

tristan51
Fin dagli anni friulani che avrebbero condotto alla “scoperta di Marx” il richiamo sociale si impone in Pasolini come un richiamo d’amore: un’allargata apertura relazionale di tipo collettivo, dialogica e comunicativa, provata anche per via genealogico-familiare dall’interessante episodio epico-drammaturgico dei “Turcs tal Friùl”, maggio 1944. Il testo inaugura peraltro – davvero tra “passione” e “ideologia”, “cuore” e “buie viscere” – l’arduo appannaggio partecipativo a quella vasta ed indivisa comunità di vivi e morti, qui anche storiograficamente certificabile, che la pratica della poesia autorizza: l’ingresso in una inedita dimensione tra spazio e tempo, orizzontalità e verticalità, estensione e affondi sul corpo e sull’anima dell’umano.

Elisabetta Biondi della Sdriscia
Pasolini scrivendo “Alla mia nazione” si collega idealmente ad un filone della tradizione letteraria italiana molto noto e vivo di poesia civile – basti ricordare, oltre all’invettiva dantesca del VI del Purgatorio, la canzone petrarchesca “Italia mia benché il parlar sia indarno” e “All’Italia” del giovane Leopardi – ma pur riallacciandosi ad esso se ne distanzia: sono infatti assenti da questo componimento che fa parte dei “Nuovi epigrammi”, una delle sezioni in cui è divisa “La religione del mio tempo”, la parola “Italia” e la parola “patria”. In Pasolini, quindi, assistiamo ad una negazione della “funzione” di patria alla terra in cui è nato, e questa negazione è così forte che egli arriva a privarla persino del nome. L’inizio dell’epigramma – anche la scelta di una forma metrica più dimessa rispetto alla più nobile canzone conferma il disprezzo dell’autore – con la sua triplice negazione, conferma e accentua il rifiuto che è rivolto non tanto alla terra quanto alla sua classe dirigente, a quei “milioni di piccoli borghesi” che la popolano e la degradano con la loro ideologia benpensante, ipocrita, corrotta e corruttrice. Il disprezzo di Pasolini si estende anche all’Europa, che della sua nazione condivide i mali. L’invettiva finale, apocalittica e di sapore dantesco, ci dà la misura di quanto pessimistica fosse la visione pasoliniana: una visione lucida, disincantata e purtroppo amaramente profetica nella sconvolgente attualità che mantiene ancora oggi, a più di cinquant’anni di distanza.

Matteo Mazzone
Tema ricorrente nel panorama letterario, la patria-nazione è da sempre stata utilizzata come analisi stereometrica della società, in primis, e della civiltà, in secundis. Il sentimento di Pasolini verso la propria nazione è notevolmente cambiato durante la continua maturazione del suo laboratorio scrittorio: se agli inizi della carriera di poeta, si lasciava trasportare dalla “rosada” dei contandini friuliani – espressione più che mai di una semiotica verginità, di una casto significante e simbolo grossomodo dell’idea di innocenza di una nazione prostrata dalla seconda guerra e disastrata dalle decisioni de’ potenti – progressivamente l’idea e l’ideale di nazione pura, cioè abitata da uomini puri, si abbuia parallelamente allo sviluppo neocapitalistico, conformistico e conformista: è quest’ultimo un calderone, un guazzabuglio di non-necessità, di benesseri effimeri, di spettacolarizzazioni inconsce e sconce che si è prepotentemente affacciato sull’Italia degli anni ’60, eleggendo a classe dominante una sola squallida categoria di perbenisti tuttofare, di indigenti del non scandalo, ma della regola perfetta, assoluta e assolutamente razionale (rigorismo che viene ereditato anche dall’intransigente cattolicesimo italiano): i Borghesi. Borghesi che provocatoriamente sono comparati a porci: sono pronti a schifarsi dello scandalo pasoliniano, ma ne sono essi stessi vittime, gaddianamente erotizzati e perversi, calcolatori cinici del bene-male altrui, taciturni serpenti che, strisciando, lasciano il segno del loro passaggio in intrighi politici (il Palazzo), sallustianamente simulatori e dissimulatori. Ecco che l’imperversare di questo ceto sociale, elettosi naturalmente, contraddice la purezza, il candido candore di quell’Italia contadina-basso proletaria ormai passata, obliata, né più mai (ri)attuabile. Anche la semplicità linguistica rappresentata dal primo Pasolini de “La meglio gioventù” (1954) deve fare i conti col nuovo italiano borghese, ormai nuovo idioma che ha cancellato per sempre i tratti limpidi ed emozionali dei dialetti italiani. A Pierpaolo non rimane che combattere, gettando il corpo nella lotta, con tutte le sue forze il moralismo ipocrita nazionale, specchio di quello facilone dei borghesi. Lotta che pagò con la vita.

Duccio Mugnai
Registrazione impietosa di un cambio epocale, di un genocidio culturale ed un’omologazione alla cultura prepotente, capitalistica e consumistica dei media. Siamo agli inizi degli anni ’60, ma questa agonia culturale, o forse è già morte che si maschera, non però per Pasolini che la ritrarrà e la decomporrà in “Salò”, già ha invaso tutto e nettato le coscienze di brutture stupide ed egoistiche, e di “vera”, “autentica” maleducazione, non più espressione violentata del burino inurbato, ma incocludenza, violenza cieca, prepotenza arrogante sul nulla. Squallide esistenze di “Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci”. Eppure la nostra nazione, nelle sue famose città, nelle sue squallide periferie, sembra avere l’ipocrita pretesa o, peggio, l’ignorante convinzione di essere diversa.

framo
La parola “nazione” si radica in “nascita”, rinascita per estensione. L’aggettivo possessivo “mia” afferisce sia all’area affettiva (rimanda a pathos, intimità e rispetto) sia a quella desiderativa e prescrittiva (l’ideale cui tendere). Non cellula, organo isolato, singolo tessuto, coacervo o indistinto ammasso: tornare ad essere, farsi “corpo” dotato ancora di nervi e riflessi pronti all’interiore risveglio, da tradurre in gesto, in primis, quindi in prolungata, tenace azione che, divenuta opera, fecondi un possibile, umano e civile, rinnovamento. Pasolini non si smentisce mai. Grazie.

m
Questo breve testo, geniale e sorprendente come sempre il miglior P.P.P., entra di diritto nella rosa delle più alte poesie civili della nostra letteratura. Ha la bellezza senza tempo del classico ma anche un fulminante potenziale eversivo; ci colpisce con una profondità d’analisi degna di Leopardi e, purtroppo, con una perfetta, angosciante attualità.

Giacomo Trinci
Il danno barbarico, il dente incivile, intride il corpo della poesia “civile”, in questi anni di incipiente neocapitalismo italiano. Questo sente il Pasolini poeta all’esordio degli anni sessanta, in una raccolta che declina la forma della poesia ‘logica’, raziocinante, foscoliana, delle “Ceneri” in un dettato ormai che si appresta a scoprire nervature che ne screpolano e corrodono la “bella forma” petrarchesca-leopardiana, che ancora costituiva il carattere della poesia precedente. Ecco, quindi, in quel folgorante finale della poesia “Alla mia nazione”, il “mare/male” che formano la rima interna, e che con la parola “mondo” sigillano l’epigramma in modo definitivo, secco, a definire il sintomo di una metastasi culturale e politica che esploderà in quegli anni e continuerà in seguito, in maniera più evidente e forte. Il continuo trasformarsi della forma della poesia, magistralmente letto e interpretato nella saggistica di Marco Marchi dedicata all’opera di Pasolini, trova qui un punto decisivo di modulazione: la poesia non sarà più da questo momento riconoscibile nelle sue forme consuete, ma assumerà vesti prosaiche, magmatiche, cinematografiche, saggistiche, giornalistiche… Il magistero poetico sarà divorato; come il povero corvo marxista, sarà divorato in “salsa piccante dal “dopostoria” neocapitalistico.

Greta Fantechi
Una voce scomoda che, come sempre, diviene anche la forza della coscienza pubblica. Splendido Pasolini!Seguici anche sulla Pagina Facebook del Premio Letterario Castelfiorentino

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