31 marzo 2018 – Vince alla grande Pasolini con il post Buon compleanno a Pier Paolo Pasolini che qui si ripubblica, corredato come al solito dei vostri commenti che all'occasione sono stati particolarmente numerosi e azzeccati. Vince un Pasolini in chiave espressamente civile, con un testo il cui valore profetico è stato ben compreso e valorizzato. E anche così, in questa accezione caratterizzante ma non certo esclusiva, Pasolini si conferma un grande poeta: un poeta capace, appunto, com'è dei veri poeti, di parlare all'oggi e all'oggi che sarà in futuro, giorno dopo giorno.
Al secondo gradino del podio un ex aequo fra autori a me particolarmente cari come (due toscani!) il labronico e poi genovese e infine romano Giorgio Caproni e il senese e quindi romano Federigo Tozzi, per cui si vedano i post Marzo secondo Giorgio Caproni e Tozzi tra natura e cultura. Al terzo posto una voce femminile, russa ma ai vertici della poesia internazionale, che risponde al nome di Anna Achmatova, con Anna Achmatova e l'inaccessibile confine.
Tra i vostri commenti, molti e come accennavamo ben calibrati, questo mese scegliamo quelli di Antonietta Puri, Matteo Mazzone ed Elisabetta Biondi della Striscia. Rispettivamente: "Come non rimanere stupefatti di fronte alla sempre "fresca" attualità di Pasolini, conoscitore, profeta e poeta - perché poeta essenzialmente è, di ieri, di oggi e di domani-...?. Di fronte a questo epigramma sull'Italia - che mai viene chiamata col suo nome, ma sempre come 'nazione', dando a questo apellativo una connotazione di 'nascita' più che quella di 'terra dei padri', come a ogni italiano che l'ami verrebbe il desiderio di chiamare la propria terra - si resta sorpresi per la sua incredibile attualità, per come la tentazione di disconoscere la nostra nazione aumenti con gli anni in maniera esponenziale e per come, oggi più che mai, comprendiamo come il popolo italiano sia purtroppo ancora un insieme troppo eterogeneo di persone nate entro certi confini (e li difendano con le unghie e coi denti, erigendo muri ideologici e razzisti) piuttosto che gente che abbia maturato e sia cresciuta, condividendo un senso di appartenenza. E' pur vero che Pasolini sembra voler parafrasare Leopardi quando questi nella sua opera 'Dei costumi degl'italiani' ci definisce crudeli, cinici, incapaci di autentica moralità, indifferenti a tutto, privi di amor proprio e senso dell'onore...; ed è pure vero che noi italiani siamo portati verso quella che Gadda chiamava la 'porca rogna del denigramento di noi stessi' - e credo che entrambi avessero buone ragioni per affermarlo - , ma escludo che Pasolini, parlando del rifiuto verso la propria nazione, accusandola di essere il ricettacolo di figure turpi e disgustose, intenda disprezzare e insultare la patria, ma credo piuttosto che voglia denunciare - allora come ora (fatti gli ovvi distinguo) - una classe dominante guasta, falsa, farisaica e spietata e quindi ... 'sprofondino' nel mare che circonda la nostra penisola quelle persone che, ieri come oggi, resero e rendono la nostra nazione indegna di stima!"; "La patria è da sempre stata utilizzata come analisi stereometrica della società, in primis, e della civiltà, in secundis. Il sentimento di Pasolini verso la nozione di nazione è notevolmente cambiato nel suo iter scrittorio: se agli inizi della sua sperimentazione poetica egli si lasciava trasportare dalla 'rosada' dei contadini friuliani, nuova 'élite' anti-capitalistica a cui rivolgersi - espressione di una semiotica verginità e di una casto significante - progressivamente l'idea e l'ideale di nazione abitata da uomini puri in quanto creature etimologicamente innocenti - cioè non in grado di nuocere - si abbuia in conseguenza dello sviluppo neocapitalistico, conformistico e conformista: è quest'ultimo, un calderone, un guazzabuglio di benesseri effimeri, di gratuite e politicizzate spettacolarizzazioni borghesemente sconce e prepotentemente affacciatesi sull'Italia degli anni '60. La classe è il nemico, perché a lei manca la coscienza. La dominante e squallida categoria dei perbenisti tuttofare, degli indigenti del non-scandalo: la borghesia, insomma, sempre prona alla legge economica, al prodotto, campione del potere e verga della moralità, sallustianamente simulatrice e dissimulatrice. È l'imperversare di questo rivitalizzato ceto sociale a contraddire la purezza, il candore di quell'Italia contadina, basso-proletaria ormai passata, obliata, né più mai (ri)attuabile. A Pasolini non rimane che combattere, gettando il suo corpo nella lotta, tutte le forze negative del moralismo ipocrita nazionale, riflesso dell’incapacità critica e della faciloneria più ignorante. Lotta che, purtroppo, pagò con la vita"; "Impegno politico e sociale: un binomio presente nella poesia di Pasolini fin dai versi friulani di Dov’è la mia patria, la sua seconda raccolta, edita nel 1949, e portato avanti con disperata e vitale determinazione attraverso tutta la sua opera, poetica e no. Nei versi affilati di questo epigramma – non canzone! – la visione sconsolata e indignata di un Paese di cui Pier Paolo coglie, con lungimiranza straordinaria, – siamo agli inizi degli anni ’60! – la decadenza morale, la perdita di identità, l’assenza di una dignità che meriti il nome sacro e puro di Patria, nel senso stretto ed etimologico del termine. Un’invettiva appassionata, un’imprecazione finale che si riallaccia direttamente alla poesia civile del Sommo Poeta rivendicando così alla propria poesia civile la dignità e la sacralità dell’impegno civile vissuto come religione. Poesia civile e vita vissuta, dunque, contraddittoriamente e tormentosamente intrecciate, con disperata vitalità, ben riassunte in questo verso friulano del ’49: “ La me patria a è ta la me sèit di amòur» (la mia patria è nella mia sete di amore)".
Buone letture e buoni ascolti, e a voi tutti buona Pasqua, pronti a ripartire domani con gli autori e i testi del mese di aprile!
Marco Marchi
Buon compleanno a Pier Paolo Pasolini
VEDI I VIDEO "Alla mia nazione" di Pier Paolo Pasolini letta da Vittorio Gassman , Da "Il glicine" , Pasolini legge versi da "Poesia in forma di rosa" , "Io so" , "Che paese meraviglioso era l’Italia…" letto da Toni Servillo , Teaser trailer del film "La macchinazione" di David Grieco, con Massimo Ranieri
Firenze, 5 marzo 2018 – Ricordando che il 5 marzo 1922 nasceva a Bologna Pier Paolo Pasolini.
All’altezza cronologica della Religione del mio tempo – raccolta a cui i versi di Alla mia nazione appartengono – , il glicine dell'omonima poesia non è più per Pasolini l’emblema di una pura esistenza perennemente rinnovantesi come all’epoca dell’Usignolo della Chiesa Cattolica, ma il simbolo di una verginità defunta: la resistente restituzione lirica di una consapevolezza oltranzistica, semmai, da mistico-razionalista smentito. La poesia si prepara in realtà ad adattarsi agli esiti rigorosamente maturati all’interno del proprio esercizio: si appresta a subire il crollo, a sopravvivere, simulare, mimetizzarsi, pragmatizzarsi e magmatizzarsi, nascondersi – lei mito sfuggente, intonazione, ma anche etimologicamente vento che soffia dall’esterno – in altre «forme della poesia».
Poesia in forma di rosa, intitolerà fra poco il poeta. Andar per fiori all’Inferno: nella Divina Mimesis (con umili «fiorucci», danteschi «fioretti», «fiorellini», con un pascoliano prato del cosmo incontrato sul cammino) e in Petrolio (dove il glicine, con il suo profumo da rappresentazione sinestetica di una realtà lontana dalla realtà, farà testuali apparizioni). Come per diffrazione – poesia del sesso in tempi di esaurimento repressivo e di incipiente permissivismo sociale – sboccia in ambito cinematografico Il fiore delle Mille e una notte.
Ma poi verrà l’«abiura dalla Trilogia della vita», si stabilizzeranno una volta per sempre toni espressivi terminali da Tetro entusiasmo, su un «cuore» ideologicamente accordabile in chiave marxista con Gramsci prevarranno le «buie viscere» contro di lui. Pasolini in Petrolio scenderà davvero all’Inferno, come nella vita e come in molte delle sue sterminate letture, dei suoi grandi riscontri letterari anche in Descrizioni di descrizioni saggisticamente convocati e resi efficienti: da Strindberg a Sade (Salò!), da Dostoevskij a Dante, secondo ulteriori iridescenze, adesso, di un Dante interpretato come grande veicolatore garante della possibilità autoanalitica estrema in termini di poesia, se in chi elabora Petrolio – lo ha notato con pertinenza Aurelio Roncaglia – «l’impulso più profondo non è di tipo oggettivo-narrativo, bensì d’intima ricerca, dunque inclinato a un istintivo lirismo». Pasolini affonda il bisturi nel proprio corpo, fa della sua affilata ed oltranzistica «autoanalisi» un’«autopsia».
Dante come sperimentazione del morire, del vedere e comprendere attraverso la morte. Lo scandalo si rinnova, un’eretica, equivocata e inaccettata «forza del passato» si estremizza in forma linguistica, in struttura, in genere letterario nuovo ambiziosamente intentato su base culturalistica dispiegata e di nuovo contaminata (dalle Argonautiche di Apollonio Rodio a L’écriture et l’expérience des limites di Philippe Sollers); ma i termini essenziali del confronto si ripropongono pressoché immutati, tra pressanti richieste ideologiche di pronunciamento e di giudizio ed esigenze di testimonianza poetica, di intransigente, finale e ultramondana autorappresentazione conoscitiva in cifra di obbedienza poetica.
Un sogno visionario di bolge e gironi in cui il capire è «gioiosa cognizione del capire», dove i personaggi pare che parlino una lingua «meravigliosa», più che mai poeticamente risonante e lucente, «in versi o in musica». E non si può non ripensare, a integrazione del discorso e per contrasto, magari assieme ai versi accesamente polemici di Alla mia nazione che oggi si propongono, ai versi del Glicine che già ad apertura degli anni Sessanta, all'interno di una raccolta in cui il tema civile, appunto, al pari che nelle Ceneri di Gramsci esigeva risposte e ancora potentemente si stagliava, dicevano: «tra il corpo e la storia, c’è questa / musicalità che stona, / stupenda, in cui ciò che è finito / e ciò che comincia è uguale, e resta / tale nei secoli».
Marco Marchi
Alla mia nazione
Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico,
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.
Pier Paolo Pasolini
(da "La religione del mio tempo", 1961, ora in "Tutte le poesie")
I VOSTRI COMMENTI
Duccio Mugnai
Innegabile il disgusto pasoliniano per la degenerazione antropologica degli Italiani. Profetico come sempre, anticipatore di risvolti sociali, che si sono puntualmente verificati. Tuttavia, qui davvero il poeta parla con "le buie viscere", con quanto è più vero e vivo della sua personalità. E' disgusto nell'osservare e nel farne tragicamente parte. E lui stesso che, negli Scritti Corsari, dichiarerà ormai morto il fascismo storico, rileva caratteri, che presuppongono ancora la barbarie antica, ma la superano in uno stato sociale ben peggiore, dove ancora la borghesia violenta il popolo e lo trasforma in una grottesca, allucinata, violenta immagine di se stessa: "[...] una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!".
framo
Epigrammaticamente:
"A me
In questo mondo colpevole, che solo compra e disprezza,
il più colpevole son io, inaridito dall'amarezza".
Ci manchi P.P.
tristan51
Un classico ineludibile della poesia e della letteratura italiana del secondo Niovecento. Un intellettuale come oggi non ce ne sono, un artista poliedrico e multiforme alla base del cui insanziato experiri c'è sempre, costantemente avvertita ed esaudita, la chiamata della poesia. Pasolini, in qualche modo, poeta sempre, e a livelli altissimi.
Maria Grazia Ferraris
Davvero l’Italia contemporanea ha avuto in Pasolini il suo poeta civile, offeso e rabbioso, testimone della corruzione, dell’imborghesimento, l’omologazione materialista contro cui lancia le sue invettive implacabili. La sua prima “eresia”, sta nella sua capacità, cuore e visceri insieme, di scandalizzarsi della realtà degli uomini e delle loro cose, anche quando più sembra muovergli contro. La cultura piccolo-borghese denunciata con veemenza... è sempre corruttrice ed impura, cultura da caserma, da seminario, una spiaggia libera, un casino! Il rimpianto di quello che fu “una nazione vivente, una nazione europea” lo spinge a desiderare la definitiva perdita di questa realtà storica incosciente nazione, senza alcuna possibilità di riscatto: “Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.”- è l’invito finale. Può essere considerato in questa sua forza di denuncia Poeta e uomo della contraddizione, un indagatore "religioso" dell’anima arcaica, incontaminata, un difensore di ogni diversità, un implacabile moralista, un singolare profeta del passato e delle origini….
Marco Capecchi
Attualissima.
Antonella Bottari
"Alla mia nazione" e riscoprirsi figlio. Di un luogo del quale tutti noi siamo figli ma che non viene mai appellato col nome caro al cuore, Italia, tantomeno col più fulgido, Patria. Il conato di disgusto è tanto più potente quanto più forte vibra il sentimento per un ideale vilipeso e calpestato. Il poeta bussa veemente alla finestra della nostra coscienza civile, con versi ardenti che tagliano e staffilano ferocemente.
Antonietta Puri
Come non rimanere stupefatti di fronte alla sempre "fresca" attualità di Pasolini, conoscitore, profeta e poeta - perché poeta essenzialmente è, di ieri, di oggi e di domani-...?. Di fronte a questo epigramma sull'Italia - che mai viene chiamata col suo nome, ma sempre come "nazione", dando a questo apellativo una connotazione di "nascita" più che quella di "terra dei padri", come a ogni italiano che l'ami verrebbe il desiderio di chiamare la propria terra - si resta sorpresi per la sua incredibile attualità, per come la tentazione di disconoscere la nostra nazione aumenti con gli anni in maniera esponenziale e per come, oggi più che mai, comprendiamo come il popolo italiano sia purtroppo ancora un insieme troppo eterogeneo di persone nate entro certi confini (e li difendano con le unghie e coi denti, erigendo muri ideologici e razzisti) piuttosto che gente che abbia maturato e sia cresciuta, condividendo un senso di appartenenza. E' pur vero che Pasolini sembra voler parafrasare Leopardi quando questi nella sua opera "Dei costumi degl'italiani" ci definisce crudeli, cinici, incapaci di autentica moralità, indifferenti a tutto, privi di amor proprio e senso dell'onore...; ed è pure vero che noi italiani siamo portati verso quella che Gadda chiamava la "porca rogna del denigramento di noi stessi" - e credo che entrambi avessero buone ragioni per affermarlo - , ma escludo che Pasolini, parlando del rifiuto verso la propria nazione, accusandola di essere il ricettacolo di figure turpi e disgustose, intenda disprezzare e insultare la patria, ma credo piuttosto che voglia denunciare - allora come ora (fatti gli ovvi distinguo) - una classe dominante guasta, falsa, farisaica e spietata e quindi ..."sprofondino" nel mare che circonda la nostra penisola quelle persone che, ieri come oggi, resero e rendono la nostra nazione indegna di stima!
Tania Monini
Quello che ci rimane di Pasolini è uno sterminato patrimonio poetico, letterario, cinematografico e giornalistico. Una serie di esperienze artistiche e intellettuali accomunate da uno sguardo impietoso e pessimista sul domani, sulla società consumistica che si stava sviluppando in Italia. Il suo fu interesse profondo per il mondo degli ultimi e dei dimenticati, la sua fu una denuncia critica e molto mal vista riguardo al costante riflesso e influsso della politica nelle pieghe più intime e individuali della società.
Arianna Capirossi
In occasione del compleanno di Pier Paolo Pasolini, vorrei ricordare l'importanza cruciale della sua figura di intellettuale e della sua produzione artistica per la comprensione dell'evoluzione socio-culturale dell'Italia del Novecento. Pasolini dovrebbe essere il primo autore, e non l'ultimo, ad essere studiato a scuola (mentre tante volte non è nemmeno compreso nei programmi): i ragazzi avrebbero le idee più chiare sul presente che stanno vivendo. Non a caso, Pasolini è colui che mi ha convinto a dedicarmi allo studio della letteratura, da intendersi non solo come espressione artistica, ma anche come testimonianza storica e riflessione filosofica.
Lector
Strepitosa, inimitabile e dolorosamente attuale.
Ilaria77
Pasolini fu nella sua epoca una voce fuori dal coro, una mente eccelsa, un osservatore acuto e diretto della realtà sociale dell'Italia di allora, un personaggio scomodo. Adesso è impressionante percepire l'attualità delle sue parole, il senso di straniamento e delusione che sono propri della società attuale. E' stato profeta, e come profeta ha precorso i tempi e la storia..
Matteo Mazzone
La patria è da sempre stata utilizzata come analisi stereometrica della società, in primis, e della civiltà, in secundis. Il sentimento di Pasolini verso la nozione di nazione è notevolmente cambiato nel suo iter scrittorio: se agli inizi della sua sperimentazione poetica egli si lasciava trasportare dalla "rosada" dei contadini friuliani, nuova “élite” anti-capitalistica a cui rivolgersi - espressione di una semiotica verginità e di una casto significante - progressivamente l'idea e l'ideale di nazione abitata da uomini puri in quanto creature etimologicamente innocenti - cioè non in grado di nuocere - si abbuia in conseguenza dello sviluppo neocapitalistico, conformistico e conformista: è quest'ultimo, un calderone, un guazzabuglio di benesseri effimeri, di gratuite e politicizzate spettacolarizzazioni borghesemente sconce e prepotentemente affacciatesi sull'Italia degli anni '60. La classe è il nemico, perché a lei manca la coscienza. La dominante e squallida categoria dei perbenisti tuttofare, degli indigenti del non-scandalo: la borghesia, insomma, sempre prona alla legge economica, al prodotto, campione del potere e verga della moralità, sallustianamente simulatrice e dissimulatrice. È l'imperversare di questo rivitalizzato ceto sociale a contraddire la purezza, il candore di quell'Italia contadina, basso-proletaria ormai passata, obliata, né più mai (ri)attuabile. A Pasolini non rimane che combattere, gettando il suo corpo nella lotta, tutte le forze negative del moralismo ipocrita nazionale, riflesso dell’incapacità critica e della faciloneria più ignorante. Lotta che, purtroppo, pagò con la vita.
Chiara Scidone
Buon compleanno Pasolini! Da vero attento osservatore della società italiana in questa poesia "alla mia nazione" esprime e denuncia la decadenza della società del tempo, in particolare il ceto allora dominante: i borghesi. Pasolini osserva la società mentre si sgretola, mentre la cultura e i costumi hanno sempre meno importanza. Anche al giorno d'oggi, ci servirebbe un Pasolini, a mio parere. Tempi diversi ma situazioni più o meno simili...
Isola Difederigo
È ormai tempo per Pasolini e per la sua poesia di un passaggio dal linguaggio ideologico al linguaggio della “profezia”, con la riappropriazione del proprio corpo e la sua esposizione alla “scandalosa” ineluttabilità della morte. E già, in questa bolgia di corruzione e conformismo a misura di una nazione negletta,
si respira un dantismo infero, termine estremo della poesia.
Elisabetta Biondi della Sdriscia
Impegno politico e sociale: un binomio presente nella poesia di Pasolini fin dai versi friulani di Dov’è la mia patria, la sua seconda raccolta, edita nel 1949, e portato avanti con disperata e vitale determinazione attraverso tutta la sua opera, poetica e no. Nei versi affilati di questo epigramma – non canzone! – la visione sconsolata e indignata di un Paese di cui Pier Paolo coglie, con lungimiranza straordinaria, – siamo agli inizi degli anni ’60! – la decadenza morale, la perdita di identità, l’assenza di una dignità che meriti il nome sacro e puro di Patria, nel senso stretto ed etimologico del termine. Un’invettiva appassionata, un’imprecazione finale che si riallaccia direttamente alla poesia civile del Sommo Poeta rivendicando così alla propria poesia civile la dignità e la sacralità dell’impegno civile vissuto come religione. Poesia civile e vita vissuta, dunque, contraddittoriamente e tormentosamente intrecciate, con disperata vitalità, ben riassunte in questo verso friulano del ’49: “ La me patria a è ta la me sèit di amòur» (la mia patria è nella mia sete di amore).