tristan51
Un classico ineludibile della poesia e della letteratura italiana del secondo Niovecento. Un intellettuale come oggi non ce ne sono, un artista poliedrico e multiforme alla base del cui insanziato experiri c'è sempre, costantemente avvertita ed esaudita, la chiamata della poesia. Pasolini, in qualche modo, poeta sempre, e a livelli altissimi.

Maria Grazia Ferraris
Davvero l’Italia contemporanea ha avuto in Pasolini il suo poeta civile, offeso e rabbioso, testimone della corruzione, dell’imborghesimento, l’omologazione materialista contro cui lancia le sue invettive implacabili. La sua prima “eresia”, sta nella sua capacità, cuore e visceri insieme, di scandalizzarsi della realtà degli uomini e delle loro cose, anche quando più sembra muovergli contro. La cultura piccolo-borghese denunciata con veemenza... è sempre corruttrice ed impura, cultura da caserma, da seminario, una spiaggia libera, un casino! Il rimpianto di quello che fu “una nazione vivente, una nazione europea” lo spinge a desiderare la definitiva perdita di questa realtà storica incosciente nazione, senza alcuna possibilità di riscatto: “Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.”- è l’invito finale. Può essere considerato in questa sua forza di denuncia Poeta e uomo della contraddizione, un indagatore "religioso" dell’anima arcaica, incontaminata, un difensore di ogni diversità, un implacabile moralista, un singolare profeta del passato e delle origini….

Marco Capecchi
Attualissima.

Antonella Bottari
"Alla mia nazione" e riscoprirsi figlio. Di un luogo del quale tutti noi siamo figli ma che non viene mai appellato col nome caro al cuore, Italia, tantomeno col più fulgido, Patria. Il conato di disgusto è tanto più potente quanto più forte vibra il sentimento per un ideale vilipeso e calpestato. Il poeta bussa veemente alla finestra della nostra coscienza civile, con versi ardenti che tagliano e staffilano ferocemente.

Antonietta Puri
Come non rimanere stupefatti di fronte alla sempre "fresca" attualità di Pasolini, conoscitore, profeta e poeta - perché poeta essenzialmente è, di ieri, di oggi e di domani-...?. Di fronte a questo epigramma sull'Italia - che mai viene chiamata col suo nome, ma sempre come "nazione", dando a questo apellativo una connotazione di "nascita" più che quella di "terra dei padri", come a ogni italiano che l'ami verrebbe il desiderio di chiamare la propria terra - si resta sorpresi per la sua incredibile attualità, per come la tentazione di disconoscere la nostra nazione aumenti con gli anni in maniera esponenziale e per come, oggi più che mai, comprendiamo come il popolo italiano sia purtroppo ancora un insieme troppo eterogeneo di persone nate entro certi confini (e li difendano con le unghie e coi denti, erigendo muri ideologici e razzisti) piuttosto che gente che abbia maturato e sia cresciuta, condividendo un senso di appartenenza. E' pur vero che Pasolini sembra voler parafrasare Leopardi quando questi nella sua opera "Dei costumi degl'italiani" ci definisce crudeli, cinici, incapaci di autentica moralità, indifferenti a tutto, privi di amor proprio e senso dell'onore...; ed è pure vero che noi italiani siamo portati verso quella che Gadda chiamava la "porca rogna del denigramento di noi stessi" - e credo che entrambi avessero buone ragioni per affermarlo - , ma escludo che Pasolini, parlando del rifiuto verso la propria nazione, accusandola di essere il ricettacolo di figure turpi e disgustose, intenda disprezzare e insultare la patria, ma credo piuttosto che voglia denunciare - allora come ora (fatti gli ovvi distinguo) - una classe dominante guasta, falsa, farisaica e spietata e quindi ..."sprofondino" nel mare che circonda la nostra penisola quelle persone che, ieri come oggi, resero e rendono la nostra nazione indegna di stima!

Tania Monini
Quello che ci rimane di Pasolini è uno sterminato patrimonio poetico, letterario, cinematografico e giornalistico. Una serie di esperienze artistiche e intellettuali accomunate da uno sguardo impietoso e pessimista sul domani, sulla società consumistica che si stava sviluppando in Italia. Il suo fu interesse profondo per il mondo degli ultimi e dei dimenticati, la sua fu una denuncia critica e molto mal vista riguardo al costante riflesso e influsso della politica nelle pieghe più intime e individuali della società.

Arianna Capirossi
In occasione del compleanno di Pier Paolo Pasolini, vorrei ricordare l'importanza cruciale della sua figura di intellettuale e della sua produzione artistica per la comprensione dell'evoluzione socio-culturale dell'Italia del Novecento. Pasolini dovrebbe essere il primo autore, e non l'ultimo, ad essere studiato a scuola (mentre tante volte non è nemmeno compreso nei programmi): i ragazzi avrebbero le idee più chiare sul presente che stanno vivendo. Non a caso, Pasolini è colui che mi ha convinto a dedicarmi allo studio della letteratura, da intendersi non solo come espressione artistica, ma anche come testimonianza storica e riflessione filosofica.

Lector
Strepitosa, inimitabile e dolorosamente attuale.

Ilaria77
Pasolini fu nella sua epoca una voce fuori dal coro, una mente eccelsa, un osservatore acuto e diretto della realtà sociale dell'Italia di allora, un personaggio scomodo. Adesso è impressionante percepire l'attualità delle sue parole, il senso di straniamento e delusione che sono propri della società attuale. E' stato profeta, e come profeta ha precorso i tempi e la storia..

Matteo Mazzone
La patria è da sempre stata utilizzata come analisi stereometrica della società, in primis, e della civiltà, in secundis. Il sentimento di Pasolini verso la nozione di nazione è notevolmente cambiato nel suo iter scrittorio: se agli inizi della sua sperimentazione poetica egli si lasciava trasportare dalla "rosada" dei contadini friuliani, nuova “élite” anti-capitalistica a cui rivolgersi - espressione di una semiotica verginità e di una casto significante - progressivamente l'idea e l'ideale di nazione abitata da uomini puri in quanto creature etimologicamente innocenti - cioè non in grado di nuocere - si abbuia in conseguenza dello sviluppo neocapitalistico, conformistico e conformista: è quest'ultimo, un calderone, un guazzabuglio di benesseri effimeri, di gratuite e politicizzate spettacolarizzazioni borghesemente sconce e prepotentemente affacciatesi sull'Italia degli anni '60. La classe è il nemico, perché a lei manca la coscienza. La dominante e squallida categoria dei perbenisti tuttofare, degli indigenti del non-scandalo: la borghesia, insomma, sempre prona alla legge economica, al prodotto, campione del potere e verga della moralità, sallustianamente simulatrice e dissimulatrice. È l'imperversare di questo rivitalizzato ceto sociale a contraddire la purezza, il candore di quell'Italia contadina, basso-proletaria ormai passata, obliata, né più mai (ri)attuabile. A Pasolini non rimane che combattere, gettando il suo corpo nella lotta, tutte le forze negative del moralismo ipocrita nazionale, riflesso dell’incapacità critica e della faciloneria più ignorante. Lotta che, purtroppo, pagò con la vita.

Chiara Scidone
Buon compleanno Pasolini! Da vero attento osservatore della società italiana in questa poesia "alla mia nazione" esprime e denuncia la decadenza della società del tempo, in particolare il ceto allora dominante: i borghesi. Pasolini osserva la società mentre si sgretola, mentre la cultura e i costumi hanno sempre meno importanza. Anche al giorno d'oggi, ci servirebbe un Pasolini, a mio parere. Tempi diversi ma situazioni più o meno simili...

Isola Difederigo
È ormai tempo per Pasolini e per la sua poesia di un passaggio dal linguaggio ideologico al linguaggio della “profezia”, con la riappropriazione del proprio corpo e la sua esposizione alla “scandalosa” ineluttabilità della morte. E già, in questa bolgia di corruzione e conformismo a misura di una nazione negletta,
si respira un dantismo infero, termine estremo della poesia.

Elisabetta Biondi della Sdriscia
Impegno politico e sociale: un binomio presente nella poesia di Pasolini fin dai versi friulani di Dov’è la mia patria, la sua seconda raccolta, edita nel 1949, e portato avanti con disperata e vitale determinazione attraverso tutta la sua opera, poetica e no. Nei versi affilati di questo epigramma – non canzone! – la visione sconsolata e indignata di un Paese di cui Pier Paolo coglie, con lungimiranza straordinaria, – siamo agli inizi degli anni ’60! – la decadenza morale, la perdita di identità, l’assenza di una dignità che meriti il nome sacro e puro di Patria, nel senso stretto ed etimologico del termine. Un’invettiva appassionata, un’imprecazione finale che si riallaccia direttamente alla poesia civile del Sommo Poeta rivendicando così alla propria poesia civile la dignità e la sacralità dell’impegno civile vissuto come religione. Poesia civile e vita vissuta, dunque, contraddittoriamente e tormentosamente intrecciate, con disperata vitalità, ben riassunte in questo verso friulano del ’49: “ La me patria a è ta la me sèit di amòur» (la mia patria è nella mia sete di amore).