Profondo Rosso

Cosa insegna Tarquini a Verstappen e Leclerc

Si sopravvive a tutto pur di restare innamorati.
A questo pensavo quando ho appreso che il mio vecchio (appunto) amico Gabriele Tarquini ha vinto, a 56 anni, la coppa del mondo (e non del nonno, come stavo per scrivere) del Turismo.
Il Cinghiale!
Tarquini ai box lo chiamavamo così e non chiedetemi perché, non me lo ricordo.
Io certe cose le dimentico. Gabriele invece si ricorda sempre come si fa a guidare.
E qui voglio dire una cosa.
Che resterebbe del nostro transito terrestre senza la passione?
La passione è quel battito di cuore che ti rende, anche solo per un attimo!, felice di essere te stesso.
Tarquini non l’ha persa e in fondo qui sta il bello dell’automobilismo.
La passione non ha età.
La longevità non è una semplice conseguenza del progresso (medico, scientifico e bla bla bla) che sposta più in là il confine del decadimento.
Tarquini, quando guidava una Tyrrell scassata, si metteva a ridere quando lo perculavo dicendogli: ehi, ma lo sai che guidi la monoposto che fu di Jackie Stewart?!?
Rideva e però un po’ in fondo ci credeva, perché aveva quella benedetta passione.
Io non ho niente contro la giovinezza.
È stata anche mia.
Nemmeno la vorrei diversa, nel senso che se avessi vent’anni oggi presumo mi sentirei a disagio, ognuno di noi ha le sue coordinate e i suoi meccanismi mentali, è normale.
Quindi mi vanno bene i Verstappen e i Leclerc, del resto io ero coetaneo di Ayrton, nemmeno mi è andata male, a rifletterci bene.
E però sarebbe bello (e glielo auguro) se fra oltre trent’anni i Verstappen e i Leclerc avessero ancora voglia di correre con una macchina in pista.
Come fa Tarquini nel 2018, lui che era in Formula Uno già nel 1987.
Do you believe in miracles?

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