Profondo Rosso

La F1 e l’Arabia Saudita

Pare (ma mica è sicuro!) che a Gedda abbiano completato i lavori per la sistemazione del tracciato che a breve ospiterà il Gran Premio della Arabia Saudita.
Premetto che faccio parte della schiera di quanti non nutrono simpatia per i Paesi che non rispettano i diritti dei loro cittadini.
Al tempo stesso, è bene essere onesti intellettualmente. Se non andassimo in Arabia Saudita per la ragione di cui sopra, analogamente non dovremmo andare in Cina, in Qatar, in Russia e in tanti altri luoghi del pianeta.
E questo vale per tutti gli sport, mica solo per l’automobilismo.
È una antica questione, con la quale la mia vita randagia di cronista mi ha messo a confronto spesso.
In gioventù, non per le macchine ma per il calcio o il volley, andavamo nella Germania comunista, nell’Unione Sovietica, eccetera.
Era giusto o avremmo dovuto isolare le dittature almeno nello sport? Ma perché poi solo lo sport avrebbe dovuto manifestare sensibilità cui restava estraneo chi, governi compresi, con quei regimi faceva affari?
Siamo sempre lì.
Fecero bene il mio caro amico Paolo Bertolucci e gli altri azzurri del tennis ad andare nel Cile di Pinochet a giocare e vincere la finale di Coppa Davis?
Era il 1976.
Io credo fecero bene. Nel caso specifico, un loro forfait avrebbe addirittura permesso al regime di Santiago lo sfruttamento propagandistico di un successo a tavolino.
Penso allora che la Formula Uno, uno degli eventi più “globali”, possa, per quanto possibile, rendere testimonianza di una appartenenza a valori diversi. Con gesti anche piccoli: la tuta di Vettel in Ungheria, il casco di Hamilton in Qatar.
L’alternativa è chiudere e chiudersi, fare sport business solo dove i diritti sono conclamati.
Sarebbe eticamente ineccepibile.
Ma cambierebbe in meglio, il mondo? Forse no: in chiave olimpica, i boicottaggi si sono sempre rivelati un boomerang.
Buona riflessione per chi ne ha voglia e buon week end.

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