Profondo Rosso

Schumi e Hamilton visti dall’ingegner Costa

Al Montana è già pronto un menù vegano.

Indovinate per chi.

In attesa di gustarlo in compagnia del personaggio cui sarà dedicato (il menù), ho fatto quattro chiacchiere con un signore che li ha conosciuti da vicino, quei due…

Aldo Costa, my dear friend.

“Michael Schumacher e Lewis Hamilton hanno molte cose in comune. Ma tra loro esistono anche notevoli differenze. È comunque bellissimo che i due piloti più vincenti nella storia della F1 abbiano scelto di legare il loro nome alla Ferrari…”
Aldo Costa, oggi direttore tecnico della meravigliosa Dallara (“Dalle colline di Parma ci occupiamo di 17 progetti automobilistici, dalla Indy Car alla Formula E, quella riservata alle monoposto elettriche”), Aldo Costa, dicevo, è l’unico ingegnere Top ad avere lavorato sia con Schumi che con Hamilton. A Maranello fu parte del Dream Team di Montezemolo e Todt. In Mercedes, con Lewis ha vinto di tutto e di più.
Ingegnere, chi è meglio tra i due?
“Mi rifiuto di rispondere, questa è una provocazione”.
Cominciamo bene.
“Voglio dire subito che Michael e Lewis sono meno lontani di quanto si possa immaginare”.
Tradotto?
“Entrambi hanno sempre avuto un approccio molto analitico alle cose di pista. Sono meticolosi, molto professionali. Sanno che a certi livelli sono i dettagli a spostare l’equilibrio, a determinare il risultato”.
Da fuori Schumi sembrava un robot, un alieno…
“Impressione sbagliata! Michael era umanissimo nella relazione di lavoro. Si sedeva lì con gli ingegneri e con calma trasmetteva le sue sensazioni sulla macchina che guidava. Non era mai ossessivo, ecco”.
Invece Hamilton?
“Stessa pasta. Lewis l’ho conosciuto meglio, perché in Mercedes avevo un ruolo che mi metteva a più diretto contatto con il pilota. Io e lui eravamo in simbiosi. Hamilton, come Schumi, chiede fiducia e si fida di te”.
Sarà per questo che in due hanno vinto 14 titoli mondiali.
“Anche. Poi, certo, sono anche distinti e distanti tra loro”.
In che senso?
“Vede, appartengono a culture non sovrapponibili. Posso fare un esempio?”
Anche due.
“Schumacher è stato l’ultimo driver di un’epoca in cui le macchine venivano sviluppate in pista, tramite continui test sull’asfalto. E in questo lui era formidabile, unico oserei dire”.
Hamilton no.
“No. Lewis appartiene al tempo del simulatore. Lui non c’entra, sono cambiate le regole. In breve: Michael stava sempre al volante, Hamilton quasi mai perché non può. Non a caso Schumi quando tornò a correre nel 2010, senza più i test in circuito, si trovò male, lui il simulatore lo odiava proprio”.
Ma a parte questo la sostanza, intendo come imprese e vittorie, non è mutata.
“Infatti, perché stiamo parlando di due Fenomeni! Le faccio un altro esempio. Schumi determinava lo sviluppo delle gomme con i suoi test, perché poteva farlo. Nell’era di Hamilton le gomme vengono battezzate prima dal fornitore unico e la grandezza del pilota sta nella capacità di far rendere al massimo da subito pneumatici che non conosce, che non ha contribuito a scegliere prima. E in questo lui è un maestro assoluto, come Michael lo era nel suo mondo”.
Costa, permette un’altra provocazione?
“Prego, conosco le abitudini dell’interlocutore”.
Grazie. Ma a Lewis chi glielo ha fatto fare, di scommettere su una Ferrari che perde da quasi vent’anni?
“Beh, lui è un istintivo. Ha seguito il cuore. Non è una svolta dettata dal Dio denaro”.
Ma quante probabilità ci sono che…
“Qui non rispondo. A Maranello sanno di avere molte cose da sistemare…”
Pensa che Hamilton si tirerà dietro tecnici di sua fiducia, di scuola Mercedes?
“Non lo so. Quando nel 2013 venne appunto in Mercedes lasciando la McLaren, si presentò da solo. Gli diedero del pazzo, ma si sa come è andata”.
Un’ultima cosa, caro Costa. Poiché tutti hanno capito che nel 2011 la Ferrari fece un autogol silurandola dal ruolo di direttore tecnico, insomma , sì, lei ci tornerebbe a Maranello con il suo amico Lewis?
“No. Sono felicemente…sposato con l’ingegner Dallara, tra l’altro collaboriamo con il Cavallino sul progetto Le Mans”.
Hamilton vincerà senza Costa.
“Per il bene che gli porto, glielo auguro di cuore”.

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