Gino Paoli e il digiuno senza fine della Ferrari
Dovrei parlare di Suzuka che sta dietro l’angolo e ovviamente lo farò.
Prima, però, concedetemi di rendere omaggio a Gino Paoli.
Qualche anima buona forse posterà sotto questo post il video YouTube di una mia conversazione con l’artista (se riuscite ad aprirlo, andate al minuto 48).
Per i giri immensi che fa la vita, Gino era sposato con una signora delle mie terre (di motori). Io dovevo intervistarlo per il Festival della Poesia. Anno del Signore 2019. Un onore, grazie all’amico Roberto Alperoli.
Ci incontrammo in camerino per definire i contenuti del colloquio. Quando tra noi venne fuori che la Ferrari apparteneva alle nostre vite, nel caso suo tramite la consorte, Gino ridendo mi disse: “Senza fine, quando si concluderà questo digiuno senza fine delle Rosse?”
Ci ho ripensato oggi, all’annuncio della sua scomparsa.
E ho rivisto Suzuka 2000.
Poiché invecchiando ci si ripete, non tornerò a narrare quella domenica dell’8 ottobre. Chi come me era lì in Giappone, ebbe la percezione di partecipare ad un evento mitico.
Sapete, io non ho mai rinunciato alla mia banale convinzione che l’automobilismo sia un sentimento.
Mi va bene tutto. Le critiche ai regolamenti, i sospetti sui giochi di potere, il complottismo, l’adesione fideistica a teorie che riducono tutto all’intrigo, all’inbroglio, alla manipolazione.
Però, poi.
Ci siamo chiesti come mai, se tutto è finto, taroccato, farlocco, ecco, ci siamo mai chiesti perché siamo ancora qui?
Perché siamo un manipolo di babbei prigionieri di una illusione?
O non sarà invece perché un uomo nato a fine Ottocento, il signor Enzo Ferrari, ci ha trasmesso il significato di una passione senza fine?
Come cantava Gino Paoli, l’emozione può stare chiusa come un cielo in una stanza. E se Hamilton o Leclerc riuscissero a vincere con la “nostra” macchina, dipinta di Rosso, beh, forse di nuovo e ancora ci riconosceremmo nell’abbraccio collettivo di Suzuka 2000. Ma anche di Suzuka 2003, quando Schumi sorpasso’ Fangio nella classifica dei pluriridati, sempre lì in Giappone. E Michael aveva gli occhi lucidi e io mi domandavo, sapendo già la risposta!, perché eravamo fratelli, io lui noi tutti, in una condivisione che nessuno mai avrebbe potuto frantumare.
Sono il figlio di un muratore che aveva la licenza elementare. Gino Paoli era ferrarista come me e quella sera, prima della intervista al Festival della Poesia, gli dissi che il pezzo “eravamo quattro amici al bar” in fondo era perfetto per il mio Clog.
Mi chiese che cavolo fosse un Clog e da allora non ho mai smesso di volergli bene.
