Da Profondo Rosso ad Azzurro Tenebra
Da Profondo Rosso ad Azzurro Tenebra. Parlerò di calcio, giusto per l’occasione.
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The Day After.
Un’altra volta! Guardare in televisione il Mondiale degli altri sta diventando una sgradevolissima abitudine. Così come ci stiamo abituando alla narrazione apocalittica che accompagna le disfatte. Con rispetto parlando, siamo al “copia e incolla” e mi ci metto io per primo: stesse analisi di otto e di quattro anni fa, stessi proclami sulla ineludibile necessità di una rifondazione, stessa invocazione di simboliche ghigliottine. Stesso piagnisteo sui bambini e gli adolescenti che non hanno mai visto gli Azzurri al Mondiale. Per carità, condivido. Solo che siamo un Paese di vecchi e quindi sia qui rivolto un devoto pensiero pure agli anziani come me: tocca arrivare al 2030, se va bene.
No, invece.
Quello che forse ci rifiutiamo di capire è che in Italia è cambiato il modo di vivere il calcio. Nel senso che la Nazionale ha smesso da un pezzo di essere il cuore del sistema. La stragrande maggioranza di chi segue il football riscopre l’Azzurro soltanto alla vigilia di una partita decisiva. Vale per tutti. Non lo sapete? Il povero Gattuso, presumibilmente alle prese con un compito troppo grande per lui, perché se ti riduci alla triade “cuore-grinta-temperamento”, ecco, forse significa che altro da dare non hai, il povero Gattuso, dicevo, aveva provato a chiedere qualche giorno in più per preparare le sfide senza appello. Gli hanno risposto di non rompere le scatole, le supreme esigenze dei club erano intoccabili…
Naturalmente non sto sostenendo che con un supplemento di allenamenti ce la avremmo fatta. Mica sta qui il punto. Ma è la logica (?) sbagliata che governa il calcio italico: per il movimento la Nazionale è un orpello, se non un fastidio. La federazione conta come il due di coppe quando è briscola bastoni, bastoni con la minuscola.
Il Bastoni con la maiuscola ora è il capro espiatorio perfetto per la gioia dei leoni da tastiera, poi tra un po’ ci ricorderemo che siamo stati eliminati anche quando l’interista non c’era o stava al liceo, però fa niente, adesso liberi tutti di massacrare il fellone.
Ovviamente il presidente Gravina, che di carisma non ne ha, non potrà pretendere di restare al suo posto, da quando è in carica ha fallito due qualificazioni iridate su due. Record che neanche Fantozzi alla Coppa Cobram. Però si illude chi crede che farne rotolare la testa garantisca una svolta.
Il problema, come si diceva una volta nelle assemblee studentesche, sta altrove. E’ persino socio culturale e mi dispiace se la butto sulla filosofia. Riguarda la mentalità, dalle basi al vertice.
Mi raccontava il mio amico Dino Zoff, uno che i Mondiali li vinceva, che con la scomparsa degli oratori si è persa la gioia del pallone, l’allegria del gioco. Vi siete accorti che non abbiamo più un calciatore capace di dribblare l’avversario? Ci siamo resi conto che con l’ossessione di insegnare la tattica e gli schemi ai bambini poi ci ritroviamo professionisti che hanno pochissima fantasia, scarsissimo estro? I bosniaci avevano in campo gente che magari esagera pretendendo di imitare Lamine Yamal o i brasiliani. Ma almeno ci provano. Noi niente: piatti, prevedibili, disperatamente aggrappati ad una idea di football che è peggio di un crimine. E’ un errore.
Rimane, nella tristezza infinita, il quesito di Lenin, che non era un ct: che fare?
Rispondo con brutale sincerità: non lo so. Le abbiamo provate tutte, dopo il flop di quattro anni avevamo messo in panchina il mister del momento, che era poi Spalletti, scudettato col Napoli: ha lasciato macerie. Con Gattuso-Buffon-Bonucci ci siamo affidati alla Storia della Nazionale: crudelmente la storia l’hanno fatta anche stavolta, ma è quella della Bosnia.
“Il nostro gioco è finito. Gli attori, come dissi, erano spiriti e scomparvero nell’aria leggera…Sono turbato, signore: perdono,
sono debole, la mia vecchia mente
vacilla. Non vi agitate per questa
mia sofferenza. Se volete, intanto,
andate nella grotta a riposare;
io farò qualche passo qui d’intorno
per calmare lo spirito sconvolto.”(William Shakespeare)
