Profondo Rosso

Ripensando ad Alboreto, 25 anni dopo

Oggi voglio parlare di Michele Alboreto.
So che si avvicina il venticinquesimo anniversario della sua scomparsa, in un incidente durante un test Audi.
Quel 25 aprile del 2001 partecipavo alla gita scolastica delle mie bambine. Non esistevano ancora gli smartphone ma i cellulari si’. Ricordo la chiamata dal giornale, l’annuncio tremendo e la feroce contrapposizione tra il frastuono felice dei piccoli sul torpedone e la mia angoscia di scribacchino che in quel contesto doveva congedarsi dall’idolo della giovinezza.
Quando ripenso a Michele, mi torna in mente, prima del suo talento al volante, la dignità elegante dell’essere umano. Non era uno che voleva piacere a tutti i costi. E nemmeno era uno smargiasso da circuito. Amava il suo mestiere e in fondo cercava quella semplice cosa che la sua educazione meritava e trasmetteva: il rispetto.
Nel 1993 lui guidava per Minardi ed era ormai agli sgoccioli della carriera in F1. Si percepiva che in lui coabitavano orgoglio e rimpianto. L’orgoglio di essere stato l’ultima italiano ad avere vinto un Gran Premio guidando la Ferrari (e lo è ancora, aspettando Antonelli a Maranello). E il rimpianto per non aver conquistato il mondiale, per ragioni che adesso sarebbe troppo lungo riepilogare.
In quel 1993 erano cinque anni che il Drake se ne era andato. Stavamo all’Hungaroring e mi parve una idea carina chiedere a lui, a Michele, un racconto dell’ultimo Ferrari. Il suo.
Fu una conversazione memorabile. Io e lui da soli, a scambiarci brandelli di vita come sussulti di poesia. La nostra poesia, quel sentimento dí appartenenza che non ti abbandona più.
Ferrarista una volta, ferrarista per sempre.
E così tornammo ad un pomeriggio di fine autunno del 1983, nel cinema di Maranello, dove Tambay gli passò le consegne davanti ad una folla in delirio. Allora usava così, il pilota uscente insieme a quello entrante e c’era pure Arnoux.
E quella volta che ci trovammo a Bormio, era il 1985, campionati del mondo di sci alpino, era pre Tomba. Seguimmo insieme la discesa maschile, vinse lo svizzero Zurbriggen e lui mi rilasciò una intervista perché ci teneva a dire che i veri cavalieri del rischio erano gli uomini jet della neve, mica i drivers di Formula Uno.
In una Italia che non c’è più e mai più tornerà, senza alcuna pretesa di esprimere un giudizio, uno come Michele Alboreto incarnò nobilmente ottimismo e speranza. In un tempo pre social era finito nelle storie di Topolino e nelle battute dei primi cinepanettoni. A suo modo, era una icona. Del resto aveva adorato Ronnie Peterson e già questo me lo rendeva caro. Poi c’era stato tutto il resto.
Nel 1985, quando perse il campionato contro la McLaren di Prost, Michele aveva promesso una vacanza premio a sue spese ai suoi meccanici, in caso di conquista del titolo.
Gliela pago’ lo stesso, dicendo: “Non è stata colpa vostra se non ce l’abbiamo fatta”.
Finirò con Shakespeare.

“Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d'un sogno è racchiusa la nostra breve vita."

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