Quando con Beccalossi parlavamo di Gilles
Avrò avuto si e no diciott’anni.
Stavo guardando un Gp alla tv con un amico juventino. Era una delle prime gare di Villeneuve.
Ad un certo punto, dopo una manovra geniale di Gilles l’amico si gira verso di me e fa: “Questo canadese mi fa venire in mente Franco Causio, il Barone bianconero”.
Al che risposi: “A me invece Gilles ricorda il Becca”.
Cioè Evaristo Beccalossi.
Se ne è andato anche lui, in questa primavera che è un rosario di rimpianti.
E certamente non parlerò di calcio, perché quello che mi interessa sottolineare è il fragile supporto della nostalgia.
In breve.
Sarà il rimorso per la giovinezza perduta, ma a me pare che gli idoli di una volta, in ogni ambito!, possedessero quello amore sfrontato per la improvvisazione, per la spontanea esaltazione dell’estro senza calcoli.
Forse (ma non voglio buttarla sul socio culturale, per carità) i miei idoli degli Anni Settanta erano figli della beat generation, di Dylan e dei Beatles, del Sessantotto come autostrada che portava al casello della immaginazione al potere.
Evaristo Beccalossi non ha mai giocato una partita in Nazionale e forse è stato pure giusto.
Gilles Villeneuve non è mai diventato campione del mondo di Formula Uno.
Eppure.
Eppure, chi c’era se li rammenta, persino a prescindere dalle simpatie di bandiera.
La cosa carina è che una sera di qualche anno fa il Becca l’ho incontrato a cena e naturalmente gli parlavo del monologo di Paolo Rossi il comico sui suoi due rigori sbagliati in una notte di eurocoppa.
E però Evaristo, che a pelle era istintivamente simpaticissimo, mi stoppo’ per dirmi: fermo lì, parlami tu di Gilles Villeneuve e di Enzo Ferrari…
Era come se una giostra di emozioni si fosse trasformata in una locomotiva per un viaggio a ritroso nel tempo.
Probabilmente, anzi certamente, è l’età’ che mi induce all’errore, l’errore di supporre che gli assi di oggi dello sport siano geneticamente distinti e distanti, eredi di una filiera, chiamiamola così, che ha altri riferimenti, altre prospettive, altre dinamiche.
Molto banalmente, e’ possibile che sognando Causio, Beccalossi, Gilles, ma anche Saarinen e Panatta, io stia soltanto rimpiangendo la gioventù spesa nel furore di una fretta che era ansia di vita, tutto lì.
“Mi ricordo che anni fa
Di sfuggita dentro un bar
Ho sentito un juke-box che suonava
E nei sogni di bambino
La chitarra era una spada
E chi non ci credeva era un pirata
E la voglia di cantare
E la voglia di volare
Forse mi è venuta proprio allora
Forse è stata una pazzia
Però è l'unica maniera
Di dire sempre quello che mi va”
(Edoardo Bennato)
