Profondo Rosso

Quando l’Ungheria fece felice Marchionne

Purtroppo non posso svelarvi quanto mi ha raccontato Jerome D’Ambrosio, il vice di Vasseur, oggi in Ferrari.
Per la semplice ragione che ha cortesemente eluso qualunque mia domanda a proposito della imminente tappa ungherese del Mondiale.
E ha fatto pure bene a star zitto, D’Ambrosio. Perché è inutile girarci attorno: dopo Silverstone e dopo Spa, il tifoso della Rossa coltiva in segreto spettacolari ambizioni per la gara di Budapest.
E insomma.
Curve strette, rettilinei corti, bla bla bla.
Il guaio è che in questa stagione le previsioni vengono sistematicamente rovesciate. La Ferrari è andata forte dove nessuno se lo aspettava…
Meglio allora scovare un ricordo nella memoria che ancora mi intenerisce.
Era fine luglio del 2017. Piena era Mercedes. La Ferrari rappresentava, sarei tentato di aggiungere allora come oggi, l’unica ipotetica alternativa al dominio delle macchine del sempre poco simpatico Toto Wolff. E in quella circostanza accadde qualcosa che mi fa piacere ricordare.
Al sabato, Seb Vettel conquistò la pole, proprio perché su quel tracciato, dove, di nuovo forse allora come oggi, la potenza contava meno. Non solo. Accanto al tedesco, con il secondo tempo in qualifica, c’era il suo compagno di squadra, il da me amatissimo Kimi Raikkonen.
La sera di quel sabato, quando il batticuore di noi Tifosi era già decisamente oltre il limite, Piero Ferrari ricevette una telefonata mentre si trovava sulla sua barca al largo di Capri. Era Sergio Marchionne, ormai da tre anni presidente dell’azienda di Maranello. Ogni tanto il successore di Montezemolo si presentava sui circuiti, ma non aveva mai avuto l’occasione di partecipare dal vivo ad un trionfo del Cavallino.
Marchionne aveva soltanto 12 mesi ancora da vivere, ma non lo potevamo sapere e forse non lo sapeva nemmeno lui. Oppure qualcosa aveva intuito, non lo so.
Sia come sia, chiese a Piero Ferrari di raggiungerlo a Napoli la domenica mattina, per poi andare insieme a Budapest, nel box governato da Maurizio Arrivabene. Perché aveva una grande speranza.
La gara fu davvero emozionante. Vettel fu condizionato da un problema sulla macchina, ma Raikkonen, che è sempre stato un uomo squadra, rinunciò alla possibilità di sorpassare il compagno di scuderia per proteggerne il primato dai tentativi di rimonta delle Mercedes. Nemmeno ci fu bisogno di sollecitare il finlandese: Kimi aveva capito benissimo la situazione e si adattò all’idea di garantire il successo del collega di lavoro, rinunciando senza fare una piega alla prospettiva di vincerla lui quella corsa.
Raramente ho visto Sergio Marchionne, che per misteriose ragioni mi trattava con una cortesia certamente immeritata, così felice. Mi è venuta in mente questa storia perché, ostinatamente, ormai da sin troppo tempo, io ho la pretesa di considerare l’automobilismo alla stregua di un romanzo popolare inimitabile. Persino chi, per tutta l’esistenza, si occupato di finanza, prodotto, mercato, quotazioni in borsa eccetera, ecco, persino chi apparteneva, come Marchionne, ad una dimensione assolutamente diversa, alla fine della fiera, riusciva a riconoscersi nell’emozione pura generata da quello che io chiamo il sentimento Ferrari.
Post scriptum. Da allora, la Ferrari non ha più vinto in Ungheria. E mi fermo qui…

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