Il rogo di Lauda, 50 anni dopo
Non voglio mescolare il sacro al profano, eppure la evangelica resurrezione di Lazzaro trovò una sorta di replica, esattamente cinquant’anni or sono, nella genesi della leggenda di Niki Lauda.
Era il primo giorno di agosto del 1976, quando sull’antico circuito tedesco del Nurburgring la Ferrari dell’austriaco, campione del mondo in carica, si schiantò rovinosamente contro le rocce. Divampo’ uno spaventoso incendio, con il pilota bloccato all’interno dell’abitacolo mentre le fiamme facevano scempio del suo viso.
L’EROE. Lauda sarebbe certamente morto se proprio il collega che, tra non poche polemiche, gli aveva lasciato il posto a Maranello nel 1974, l’italianissimo Arturo Merzario, non si fosse lanciato con coraggio leonino in mezzo al fuoco.
Estratto dalla vettura, Niki, ancora cosciente, chiese subito a Merzario: “Arturo, per favore, dimmi come sta messo il mio volto”.
Le ustioni, in effetti, erano tremende. Ma il peggio doveva ancora venire.
L’INCUBO. Lauda venne trasportato d’urgenza con un elicottero in un ospedale tedesco. Aveva inalato i vapori velenosi dell’incendio e i medici furono molto chiari con Daniele Audetto , il manager della Ferrari in quella stagione: “Temiamo non riesca a sopravvivere “.
Fu in quella atmosfera, inesorabilmente lugubre, che fece discutere la telefonata di Enzo Ferrari al già citato Audetto. Ecco la testimonianza del mio amico Daniele: “Il Grande Vecchio a Maranello pensava che non ci fosse più nulla da fare e siccome lui guardava sempre al futuro, mi chiese di cercare subito un sostituto di Niki…”
IL MIRACOLO. E invece. Con una forza d’animo straordinaria e sorretto da un fisico eccezionale, il campione austriaco scampò alla morte. Non solo: poiché al momento dell’incidente era in testa alla classifica ridata del campionato, tallonato dal britannico Hunt alfiere della McLaren, Lauda decise di tornare alle corse nel più breve tempo possibile, contro il parere dei medici.
Fu così che martedi 7 settembre 1976, nemmeno 40 giorni dopo il rogo, davanti a oltre 10.000 persone impazzite di entusiasmo, Niki si rimise al volante della Ferrari per un test sul circuito di Fiorano.
Mi sono sempre chiesto come la gente lo avesse saputo. Non esistevano cellulari, web, social. La Rai trasmetteva si’ e no tre Tg al giorno. Forse la notizia venne diffusa dalle radio locali, magari fu Vasco dalla sua Punto Radio di Zocca, chissà.
C’ero anch’io, cronista adolescente, tra quanti ebbero il permesso di incontrare Lauda alla fine del collaudo. Mi fece entrare Franco Gozzi. Mi aveva visto su TeleSassuolo, minuscola tv del territorio. Mi squadrò dall’alto in basso, io avevo sedici anni, ero arrivato a bordo pista in bici. Mi disse: diventerai bravo, entra pure.
Quello che ho visto non l’ho mai dimenticato. La scena, fidatevi, era semplicemente incredibile. Il viso del campione era deturpato dalle ustioni. Sotto le garze, colava ancora il sangue. Ciò nonostante, Lauda annunciò che, pochi giorni dopo, avrebbe preso parte al gran premio d’Italia a Monza.
Enzo Ferrari non aveva nemmeno preso in considerazione l’assurda ipotesi e aveva già iscritto alla gara in Brianza, accanto al ticinese Regazzoni, l’argentino Reutemann, che era stato ingaggiato in previsione di un addio alle competizioni del…miracolato austriaco.
Fu così che a Monza, il 12 settembre, sulla griglia di partenza c’erano addirittura tre Ferrari! Cosa mai più accaduta in seguito.
Lauda, un Lazzaro a trecento all’ora, gareggio’ e si piazzò quarto, potendo contare sulla affettuosa assistenza del mitico Mauro Forghieri, il direttore tecnico del Cavallino.
LA CODA. Questa storia pazzesca, della quale come ho detto sono orgoglioso di essere stato testimone, ha naturalmente un epilogo. In realtà, Niki aveva esagerato, pretendendo di accelerare i tempi del rientro. E alla fine di quel 1976 perse per un solo punto il titolo mondiale, a beneficio del già citato Hunt, ritirandosi sotto la pioggia in Giappone perché spaventato dal diluvio. Forghieri, che aveva un cuore grande una casa, si offrì di dire in pubblico che si era rotta la macchina, per salvare l’immagine del campione. Ma Lauda replicò: no Mauro, racconta la verità, mi sono ritirato perché ho paura.
Si sarebbe poi rifatto, Niki, nel 1977, laureandosi di nuovo campione, ma la sfiducia di Ferrari, peraltro giustificata!, nelle possibilità della sua resurrezione portò ad un rovinoso divorzio. I due si sarebbero poi successivamente riconciliati, ma questa è un’altra storia.
La meravigliosa vicenda è stata sublimata, decenni dopo, da un bellissimo film hollywoodiane. Si intitola “Rush” ed è diretto dal grande cineasta americano Ron Howard.
“GRAZIE”. Poco prima di morire, nel 2019, Lauda ha voluto che i suoi figli conoscessero Arturo Merzario. Ha detto ai suoi eredi, tutti nati dopo il terribile rogo del Nurburgring: “Se non ci fosse stato questo signore, voi non sareste qui”.
Giuro che tutto quello che ho scritto è vero, dalla prima all’ultima riga.
