Monza, la domenica più bella e’…
Mi sento spesso chiedere da amici che condividono la stessa passione, quale sia stata la più bella domenica a Monza.
Premesso che sarà impossibile intercettare tutte le emozioni generate da un luogo che sta nell’anima, sono lieto di scegliere alcune opzioni, alle quali potrete aggiungere le vostre integrazioni.
Naturalmente escludo dall’elenco le rare circostanze tristi o tragiche, così come non posso parlare di episodi che, per ragioni meramente anagrafiche, ho sentito soltanto raccontare.
Allora.
Al primo posto collocò indiscutibilmente il 1976. Non stavo all’autodromo, avevo soltanto 16 anni, eppure la memoria di quella domenica è indelebile. Qualche giorno prima era entrato per la prima volta nel circuito di Fiorano, avevo visto da vicinissimo la penosa condizione fisica di Lauda, che contro ogni logica si apprestava a tornare in pista nemmeno due mesi dopo il terribile rogo del Ring. Ricordo le sue ustioni aperte e poi ricordo la gara seguita su un televisore in bianco e nero, in compagnia di mio padre. Papà non era un appassionato di automobilismo, veniva dalla miseria più cruda e in fondo gli sembrava che la velocità su quattro ruote fosse quasi uno spreco. Però aveva una venerazione per la figura di Enzo Ferrari e non si trattava di una contraddizione: ammirava la tenacia del personaggio. Era rimasto coinvolto emotivamente, anche mio padre, dalla dolorosa vicenda di Lauda e non si perse un attimo di quel gran premio. Rammento uno stupore condiviso, come se il destino ci avesse offerto l’opportunità di seguire, in diretta tv, la resurrezione di Lazzaro. L’austriaco non vinse, arrivò quarto, sul gradino più alto del podio ci salì Peterson, eppure fu un trionfo. Se ne sarebbe parlato per sempre, di quel Gran Premio d’Italia.
Poi devo citare il 2006. Non per l’ennesimo successo di Schumacher, ma per tutto quello che circondò il risultato. Io ero tra quelli che sapevano che, conclusa la gara, qualunque ne fosse stato l’esito, il tedesco avrebbe annunciato l’addio alle competizioni a fine stagione. Era dunque un momento irripetibile, quasi un congedo da una avventura collettiva che non aveva riguardato in esclusiva il grandissimo pilota. Così, quando Michelone è estrasse un foglietto e si mise a leggere le righe che ufficializzavano l’istante del sipario, fu come se centinaia centinaia di emozioni si condensassero, si sublimassero, si consegnassero alla memoria. Triste, inevitabilmente. Ma anche bellissimo, da affidare al repertorio degli istanti più belli.
Del resto, quella storia lì, la storia di un uomo e di una squadra, l’incrocio tra talento e passione, tra genio e tradizione, quella storia lì, dicevo, era cominciata 10 anni prima, nel 1996. Nonostante un paio di successi in Spagna e in Belgio, ancora in pochi credevamo che un’era Rossa fosse dietro l’angolo. Ovviamente non era in discussione Schumacher, quanto la capacità della struttura Ferrari di elevarsi al suo livello. E Todt non era ancora considerato il simbolo della perfezione manageriale, bensì più o meno un sosia di Álvaro Vitali, durante la stagione avevamo rotto motori nei giri di ricognizione, perso semiassi e bla bla bla. Ecco perché fu importantissima la prima vittoria del tedesco da Ferrarista a Monza, non solo perché arrivava otto anni dopo quel mezzo miracolo di Berger e Alboreto nel 1988. Là era stato un caso, quasi un omaggio alla fresca scomparsa del Fondatore. Qui, nel 1996, fu la presa di consapevolezza collettiva che Monza, proprio Monza, si incaricava di certificare l’ingresso sul sentiero di una storia da riscrivere.
Mi fermo qui, anche perché se dicessi che l’acuto di Leclerc nel 2019, ai danni di un certo Hamilton, con dispetto a Vettel nelle qualifiche del sabato, appartiene ai ricordi più intensi, beh, susciterei le ire di quanti, cominciando dal nostro Orco, non sopportano proprio Carletto.
Buon weekend.
