Profondo Rosso

Perché conviene fidarsi di Hamilton

Sono andato a vedere a Modena una partita della nazionale maschile di pallavolo, la mia passione giovanile e di sempre. E persino Ferdinando De Giorgi, che per me è un fratello da oltre quarant’anni, mi ha chiesto: “Ma che cosa sta succedendo tra Hamilton e la Ferrari?“
Tenterò di rispondere sviluppando un ragionamento estraneo alle scempiaggini da Click. Per cominciare: se decidi di metterti in casa un sette volte campione del mondo, un tizio che sta sulle piste della Formula 1 dal remoto 2007, ecco, è banalmente logico supporre che tu abbia fatto questa scelta perché hai ritenuto indispensabile acquisire l’esperienza, insomma, il background che soltanto una simile personalità ti può garantire.
Se non partiamo da qui, non andiamo da nessuna parte.
Se pensiamo invece che l’ingaggio sia stato solo un’operazione commerciale, smettiamo di discutere, perché io non sono interessato all’argomento fashion.
Sul conto di Hamilton si possono dire tante cose, ma è intoccabile il suo status di campionissimo. Nulla vieta di pensare che abbia vinto tanto in virtù della macchina che aveva la fortuna di guidare, ma in fondo lo stesso ragionamento può essere fatto nel presente a proposito di Antonelli, così come in un passato non troppo lontano a proposito di Vettel, eccetera.
Dunque, se il vecchio zio baronetto propone, suggerisce, raccomanda, ecco, di nuovo, sarebbe opportuno ascoltarne le indicazioni. Si tratta di puro buon senso.
Dopodiché, il paragone con Schumacher non ha alcun significato . In trent’anni è cambiato tutto! Anche se taluni pensano che la Formula 1 sia cambiata soltanto nell’ultimissimo periodo.
Alla fine del 1996, dopo appena 12 mesi a Maranello, il tedesco, avendo valutato le forze di cui disponeva la Ferrari, presentò la lista della spesa a Montezemolo e a Todt. Allora era tutto più semplice, non esisteva il “gardening”, almeno non nella forma di oggi. A novembre 1996, quando io stavo a Tokyo proprio con la nazionale di pallavolo, Montezemolo, che era lì per il salone dell’auto, mi invitò a colazione e mi disse: abbiamo assunto. Brawn e Byrne, tra poche settimane saranno con noi. E così andò, già dal gennaio del 1997. Si tirarono dietro, i due, più o meno mezza Benetton.
Tutto questo non è replicabile. Ma, sempre insistendo sul buon senso, se Hamilton fa presente cosa non funziona e come si potrebbe meglio agire, ripeto, conviene ascoltarlo. È tutto questo al netto della sua relazione con il curato di campagna. Vasseur ormai sta in Italia da quattro anni. O quasi. Valutarne l’operato è il compito che spetta a quanti governano l’azienda.
Un’altra cosa. Con tutto quello che ho detto, non c’entra assolutamente un accidente la dinamica dei rapporti, in pista e nel box, tra Hamilton e Leclerc. È ridicolo anche solo pensare che applicando ordini di scuderia sin dall’inizio della stagione la Ferrari sarebbe stata il lotto per il titolo. Con i limiti di questa vettura non si va da nessuna parte. Inoltre, io non ho visto in questa stagione drastiche differenze di rendimento tra i due piloti, quindi stiamo parlando di niente.
Diverso pretendere un’applicazione delle strategie, dal muretto, che non sia condizionata da fattori estranei all’andamento di una corsa. Cioè se una delle due macchine, magari per le gomme che sta montando, è più veloce dell’altra, deve avere strada libera. Anche qui, non c’è nulla di sconvolgente, niente di rivoluzionario. È semplice buon senso.
A patto di sapere dove sta, il buon senso, tra Maranello e dintorni.

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