Profondo Rosso

Addio a Sandro Mazzola, un ferrarista

Come sanno i frequentatori di questo ameno luogo, io qui non parlo mai di calcio. Non mi piace il modo in cui il pallone viene raccontato nel nostro paese, non mi piace la degenerazione che trasforma la passione legittima in propensione al disprezzo permanente per chi non la pensa come te.
Tutto ciò premesso, faccio un’eccezione oggi. E non solo perché Sandro Mazzola, come amava confidarmi scherzando un po’, era Tifoso della Ferrari.
Mazzola è stato l’idolo della mia infanzia e della mia adolescenza, nonché un punto di riferimento dopo. Tutto era nato da mio padre. Papà era poverissimo e subito dopo la catastrofe della guerra fascista era finito a fare il muratore a Torino. Lì, l’unico suo svago era andare al mitico stadio Filadelfia. Aveva dunque visto giocare dal vivo il Grande Torino, la squadra che restituì agli italiani l’orgoglio dopo il disastro bellico, la squadra che venne spazzata via dalla terribile tragedia aerea di Superga. Il capitano del grande Torino era Valentino Mazzola, il papà di Sandrino. Così, quando all’alba degli anni 60 il figlio di tanto genitore debuttò in serie A con la maglia dell’Inter, mio padre, che non seguiva in modo particolare le vicende calcistiche, indirizzo’ il suo remoto interesse verso il successore di un fuoriclasse leggendario.
Il resto è venuto spontaneamente. Ero un bambino orgogliosissimo di sfoggiare la maglia nera azzurra con il numero otto. Conoscevo a memoria tutti i dati, le statistiche di Sandro. E potete figurare la mia emozione quando, diciassettenne cronista alle primissime armi, ebbi l’occasione di intervistarlo. Lui era venuto a Sassuolo per una partita amichevole. Allora la squadra del mio paese non stava in serie A come oggi, ma militava tra i dilettanti. Fu una conversazione fantastica, almeno per me, perché trovai il coraggio di chiedere a Sandro tutto quello che aveva riempito le mie fantasie di monello. L’Inter di Herrera, Corso e Facchetti, il dualismo con Rivera, che poi nella realtà quotidiana era un suo amico, le partite con la nazionale, eccetera eccetera.
Quando ci ritrovammo, anni dopo, io ormai giornalista professionista e lui dirigente della Beneamata, fu così carino da fare finta di ricordarsi quel nostro primo incontro. Mi disse addirittura: “io l’avevo capito benissimo che eri destinato ad una grande carriera!“. Ovviamente stava scherzando, ma mi sono sempre puntualmente imbattuto nella sua cortesia quando avevo bisogno di un parere, di un’opinione, anche banalmente di un frammento di memoria.
E a proposito di memoria, Mazzola non è stato soltanto un calciatore. Io credo fermamente che la generazione sua, di Rivera, di Riva, di Facchetti, ecco, quel gruppo lì, non per caso esploso in termini di popolarità in coincidenza con il miracolo economico italiano, ecco, dicevo, quella generazione ha saputo incarnare sui campi di calcio la voglia di ottimismo dei contemporanei. Non so quanto se ne siano resi conto, inseguendo il pallone sull’erba verde, ma Sandro e i suoi colleghi hanno reso testimonianza di un desiderio di felicità che, per un periodo troppo breve!, e’ stato condiviso da tanti, se non da tutti.
Sandro Mazzola è stato parte di tutto questo. Sapeva anche essere spiritoso. L’ultima volta che ci siamo sentiti, mi ha fulminato con una frase che somigliava ad uno dei suoi dribbling vincenti: “Ma è mai possibile che tu non sia in grado di spiegare a chi comanda in Ferrari, cosa debbano fare per tornare a vincere?”
Ciao, Baffo. E grazie di tutto.

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