Profondo Rosso

A Baku ripensando a Jean Todt

Baku nella mela.
Può darsi che nella capitale azera il mio Harry Potter di Bologna confezioni l’ennesima impresa, anche se non mi stupirei qualora Norris cancellasse la beffa di Madrid. E sono anche curioso di capire la consistenza degli aggiornamenti annunciati dalla Red Bull, che potrebbe essere la protagonista nella fase finale della stagione.
Eppure, in attesa degli eventi di questo fine settimana anticipato, mi è tornata in mente la figura dell’algido Pinguino.
Lui. Jean Todt.
Se state pensando che il sosia di Álvaro Vitali non c’entra una beata mazza, vi prego di seguire il ragionamento.
Allora, una sera di fine 1997 il Manager francese venne a cena a casa mia. Siccome era un tipo decisamente particolare, si presentò con circa tre ore di ritardo. Arrivò intorno alle 11. Per fortuna il menù prevedeva tigelle accompagnate da salumi e formaggi, dunque non ci fu bisogno di riscaldare niente.
Eravamo reduci dalla terrificante delusione di Jerez, la collisione tra Schumi e Villeneuve e bla bla bla.
Pure all’epoca, come oggi, la Ferrari somigliava al cubo di Rubik. Sembrava impossibile riuscire ad incastrare tutti i tasselli al posto giusto. Mancava sempre qualcosa. Mancava quella roba che oggi un altro francese, Vasseur, definisce con il termine di “esecuzione”.
Todt era astemio, dunque non mi fu possibile catturarne le verità intime colmando bicchieri di Lambrusco. Ciò nonostante, mentre ormai era notte fonda, lui disse una cosa che mi è rimasta banalmente impressa, tanto che la reputo ancora oggi indispensabile.
Riassumo il concetto.
Spiego’ il Pinguino ferocissimo: vede, nonostante Schumi al volante, noi ancora non siamo stati capaci di portare in pista la macchina migliore, quella che sia il punto di riferimento per l’intero schieramento delle scuderie iscritte al mondiale. In attesa di arrivarci, possiamo e dobbiamo però pretendere di essere i migliori in tutto quello che accompagna la prestazione. Nella organizzazione ai box. Nella gestione delle strategie. Nel governo del rapporto tra i nostri piloti. E quando avremmo realizzato tutto questo, nel momento in cui la nostra macchina sarà finalmente competitiva al massimo livello, allora vinceremo. Non c’è nessun segreto. Bisogna imparare anche dagli errori, anche dalle sconfitte più dolorose.
Quale sia stato il resto della storia, beh, immagino che i ferraristi come me lo ricordino alla perfezione.
Adesso, più o meno, ci troviamo nella stessa condizione. La Ferrari del 2026 non è una monoposto vincente. I motivi sono parecchi e non starò qui ad elencarli. Però, nulla vieta, magari cominciando proprio da Baku, di uscire da quel tunnel che non permette nemmeno di vedere una luce laggiù in fondo, a meno che non sia quella di un treno che sta arrivando in direzione opposta.
Insomma.
Ovviamente io vorrei vedere subito la macchina rossa in trionfo, ma nell’attesa, ormai infinita, mi basterebbe ammirare una squadra che ci comporta davvero come tale, che non ci riserva comunicazioni radio talvolta imbarazzanti, che ci risparmia le incertezze e gli autogol quando si tratta di decidere quali gomme montare o in quale momento effettuare una sosta, eccetera. Una squadra in cui del dopo gara le opinioni di chi racconta una delusione battano pari, siano coerenti con una narrazione collettiva. Altrimenti, si rafforza il sospetto che la canzone “Confusione” di Battisti e Mogol sia il vero inno del Cavallino.
Questo finale di stagione, che a occhio non promette emozioni straordinarie, almeno a questo deve servire. Mi lasciano completamente indifferente le discussioni su chi, tra Leclerc Hamilton, possa reclamare una priorità. Sono riflessioni che non hanno senso, quando si pensa che in tutta la stagione non siamo mai riusciti a firmare una pole position e quando si guardano i numeri delle classifiche, che sono oggettivamente impietosi.
C’è un Baku nella mela (Rossa)

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