Profondo Rosso

Nel giorno di Kimi in Ferrari si litiga

C’erano dodici titoli mondiali, li’ sul podio in Messico.
Dodici, grazie a Kimi.
Poi a me sarebbe davvero piaciuto se al posto di Verstappen in trionfo ci fosse stato Hamilton.
Sarebbe stata la coincidenza perfetta.
E immagino lo scannatoio, a proposito dell’ennesimo duello rusticano con Leclerc.
Mia impressione: ha più ragione Lewis.
Si poteva vincere.
Si è perso.
In assoluto, io vorrei piloti Ferrari in lotta tra loro. Ma nel rispetto dell’interesse del team.
Non sta accadendo, purtroppo.
Dopo di che, scusate.
Meglio confessarlo subito. Per chi come me ha sempre creduto che lo sport debba essere raccontato come un grande romanzo popolare, beh, l’1 novembre 2026 è già una data scolpita nella pietra delle memorie più belle.
Faccio persino fatica a trattenere l’emozione! Il titolo mondiale conquistato da Kimi Antonelli, sotto il sole del Messico, non è soltanto un nome italiano che va ad aggiungersi all’albo d’oro della Formula 1 settantatré anni dopo l’impresa iridata di Ciccio Ascari.
Qui c’è qualcosa di più. C’è la consacrazione di un giovanissimo uomo che insegna, soprattutto alla sua generazione, come ha ben spiegato Vasco Rossi, una cosa fondamentale: sognare e’ ancora possibile, a patto di sapere che i sogni vanno allenati, non banalmente postati sui social!
Kimi, con la sua classe, viene da lontano e andrà lontano. Brava è stata la Mercedes ad investire sul suo talento, per carità, ma senza la dedizione del protagonista, senza il supporto di una famiglia sana, insomma, nulla sarebbe stato possibile. E questa è una lezione che va oltre i confini degli autodromi. Nel senso che ci restituisce un messaggio di fiducia. Senza volerla buttare sul socio culturale, Antonelli, con la sua spontaneità da monello, è un inno all’ottimismo. È una bella storia, la sua.
Poi. Poi, esiste e resiste la suggestione delle origini, il senso di appartenenza ad una terra che è la stessa di due figure iconiche che ho tanta voglia di ricordare proprio adesso, all’alba di un’era nuova per l’automobilismo e senza esagerare per l’intero sport italiano.
A Enzo Ferrari, un grande italiano del Novecento, di sicuro Kimi sarebbe piaciuto, come mi ha fatto notare Piero, il figlio del Drake. Si’, Ferrari avrebbe apprezzato, nel ragazzo nato nel 2006, quel sentimento antico che rende uguali quanti coltivano l’emozione abbinata alla velocità su quattro ruote. Perché questa è la Formula 1, quando viene intesa nel modo giusto: un irresistibile impasto tra umanità e tecnologia. Ferrari immaginava i sogni. Il suo conterraneo Antonelli ne ha appena realizzato uno.
E allora, finirò queste righe che per troppo tempo ho temuto di non poter mai scrivere, sì, finirò queste righe evocando il sorriso di un altro emiliano, un altro grande italiano che aveva provato a fare quanto adesso è stato compiuto da Kimi.
Alessandro Zanardi avrebbe compiuto sessant’anni il 23 ottobre scorso. C’è anche lui, dentro e dietro il viaggio di Antonelli.
Davvero.

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