Profondo Rosso

Quando Jones fece di Gilles una leggenda

Prima del Brasile, un omaggio a protagonisti della mia giovinezza.
Per milioni di ferraristi, Alan Jones, australiano iridato di F1 nel 1980, spentosi ad ottant’anni, e’ il frammento di una memoria mitica. A lui certo non gradita, ma legata in modo indissolubile ad un istante che segnò la fantasia di una generazione.
31 maggio 1981. Nel Principato si corre il classico Gran Premio di Montecarlo. La F1 si sta convertendo alla tecnologia del turbo, il motore sovralimentato. Però nell’ambiente del Circo a quattro ruote, beh, tutti pensano che a Monaco, fra curve strettissime, barriere , tunnel, marciapiedi e guardrail eccetera, insomma, ecco, tutti pensano che con il turbo lì non si possa vincere.
Tutti, tranne due.
Enzo Ferrari crede nella innovazione come ultima frontiera della creatività umana. Dunque sulle sue Rosse ha installato già il turbo. E il Vecchio di Maranello è sicuro che persino sotto gli occhi del Principe Ranieri si possa trionfare, anche con quel propulsore rumorosissimo ed esposto sempre al rischio di crack.
Gilles Villeneuve la pensa esattamente come il suo datore di lavoro. Forse perché è matto, forse perché al piccolo canadese piacciono le imprese impossibili, le follie da artista del coraggio estremo e bla bla bla.
Qui, appunto, entra in ballo Alan Jones. Che quella domenica a Montecarlo è il campione del mondo in carica. Ovviamente guida una macchina senza turbo, una Williams spinta dal classico otto cilindri Ford Cosworth.
Nessuno dunque si stupisce quando, nelle fasi decisive della gara, l’australiano balza al comando. Sembra tutto già scritto, con inevitabile tramonto del sogno assurdamente coltivato da quei due, da Enzo Ferrari e da Gilles Villeneuve. Solo che.
Solo che l’automobilismo, come non mi stancherò mai di raccontare, è un formidabile impasto di umanità e tecnologia. Il piccolo canadese, lui, Villeneuve, ha promesso al Vecchio che ci proverà. Fino all’ultimo metro.
Do you believe in miracles? Credete nei miracoli?, chiese un telecronista statunitense a chi stava seguendo la stupefacente vittoria dei ragazzi americani dell’hockey su ghiaccio contro i fenomeni sovietici alla Olimpiade invernale del 1980.
Ecco, Ferrari e Villeneuve nei miracoli ci credevano. Così, quando all’improvviso la Williams di Jones comincia a borbottare, pare per problemi di pescaggio della benzina, la macchina rossa del canadese si avventa come un falco su quella preda non più inavvicinabile. E quando mancano quattro giri al traguardo,Gilles firma il sorpasso che vale una vittoria straordinaria, la prima a Montecarlo di una monoposto spinta dal turbo! La sorpresa è tale che la manovra decisiva di Villeneuve sfuggì persino alle telecamere.
Dopo fu il delirio, un qualcosa che ha segnato la memoria di una generazione di appassionati.
Naturalmente, me ne rendo conto: non è giusto ridurre la storia di Jones ad una sconfitta. Stiamo pur sempre parlando di un grande pilota, di un campione del mondo,il primo a diventare tale guidando una Williams, di cui aprì il ciclo glorioso. Stiamo parlando di un combattente che sull’asfalto non faceva sconti a nessuno. Veniva da quella scuola di guida della remotissima Oceania: da Australia è Nuova Zelanda arrivavano lui, Brabham, Hulme, Bruce McLaren. Gente che ha interpretato la passione per la velocità con una spregiudicatezza, forse figlia degli spazi immensi tipici di quel continente lontano.
Ma, appunto e per fortuna, Jones era lì, a Montecarlo, quando Enzo Ferrari e Gilles Villeneuve fecero la Storia.

comments powered by Disqus