Leclerc, Hubert e la stessa fiamma
Sempre fanno male, le storie tragiche dell’automobilismo.
Non conoscevo Hubert, il ragazzo francese ucciso dalla sua passione per la velocità nel bosco delle Ardenne. So che gareggiava in F2, come i figli di Schumi e di Alesi. Forse avrebbe fatto carriera, forse no. Purtroppo, non lo sapremo mai.
Non lo conoscevo, ma di una cosa sono sicuro: era animato dagli stessi sentimenti che abitano nel cuore di Carletto Leclerc e di Max Verstappen, probabilmente i suoi punti di riferimento, non foss’altro per vicinanza generazionale.
E sono gli stessi sentimenti che appartengono ai piloti più anziani. A tutti quelli che guidano auto da competizione.
Io mi immalinconisco quando citrulli rasentanti l’idiozia imbrattano la bellezza dello sport dei motori con le loro tirate da haters, qui sotto e altrove.
Mi immalinconisco perché c’è una cosa che rende unica la dimensione delle corse: il rischio che comunque questi ragazzi ed ex ragazzi ogni volta assumono. Andrebbero rispettati sempre. Ma a chi lo chiedi, il rispetto, a chi non ne ha nemmeno per se stesso?
È una comoda leggenda metropolitana convivere con l’illusione che tanto di velocità non si muore più.
Vorremmo fosse così, vorremmo il pericolo zero, eppure, da Simoncelli a Jules Bianchi per citare le catastrofi più note, le cronache ci insegnano che non è così, sebbene per fortuna tanto sia stato fatto sul fronte della sicurezza.
Mi sarebbe piaciuto poter parlare d’altro, raccontare l’intera prima fila Ferrari sulle Ardenne, celebrare il prodigio di Leclerc, in pole dodici anni dopo KR7 su quella pista lì, nel regno di Schumi, immaginando che anche Leclerc possa cancellare lo zero alla voce Vittorie proprio a Spa Francorchamps. E avevo già pronto il testo ma il destino ha sparigliato le carte.
Io penso chi chi salva una vita salva un mondo, come sta scritto nella Bibbia. Ma penso anche che quando si perde una vita si perde un mondo e forse, anzi senza forse, non ho più l’età per tenere insieme l’adrenalina dell’emozione e la desolazione per il viaggio senza ritorno.
