Hamilton VI, giù il cappello
Doccia ghiacciatissima sulla Ferrari.
Ho rivisto la Rossa di Budapest e qui c’è qualcosa di inspiegabile.
Bravo è stato Bottas, ma naturalmente la vera storia è un’altra.
Lewis Hamilton l’ho visto da vicino per la prima volta un giovedì di marzo del 2007. Eravamo a Melbourne, in Australia. Lui, un ragazzo nero, una rarità in una Formula Uno che è stata sempre bianchissima!, si apprestava a debuttare nel mondiale. Al volante della McLaren, dove avrebbe avuto come compagno e capitano il campione in carica, Fernando Alonso.
Per colpa dello scomodissimo fuso orario, in sala stampa mi veniva da sbadigliare. Ma un collega inglese mi disse: ehi, stai sveglio, stai per conoscere il futuro Re dell’automobilismo!
Eh, aveva ragione il collega di Londra! Ora che Lewis Hamilton ha tagliato il traguardo dei sei titoli vinti, ora che a un passo dal mitico record di Michael Schumacher, beh, è giusto rendere omaggio non tanto e non solo ad un talento indiscutibile, ma al modo in cui il Nero ha saputo affinare le sue qualità, perfezionandole.
Io avevo capito in fretta che il ragazzo era velocissimo. Si era imposto da subito in McLaren, nonostante la ben oliata macchina propagandistica pro Alonso, orchestrata dall’abile e mefistofelico Briatore, tentasse di negare l’evidenza. Lewis aveva perso in extremis per inesperienza contro Raikkonen nel 2007, ma già dodici mesi dopo era salito sul trono, beffando l’altro ferrarista Massa all’ultimo metro.
Ma eravamo ancora alla manifestazione superficiale del Fenomeno. La sua vera grandezza Hamilton l’avrebbe palesata più tardi. Scegliendo la Mercedes.
Oggi, numeri alla mano, si fa presto a dichiarare che è stato tutto semplice, che in fondo con una macchina come la Freccia d’Argento, insomma, avrebbe spadroneggiato anche l’autista di mia zia.
Ma le cose non stanno così. Quando il Nero ha sposato la Mercedes, alla fine del 2012, prendendo il posto (ah, l’ironia del destino!) del leggendario e plurititolato Michael Schumacher, insomma, lo prendemmo per matto. Andava in un team che aveva vinto appena una gara in tre stagioni e lasciava una McLaren ancora decorosamente competitiva.
Fu una lucida follia, propiziata dall’insistente corteggiamento di Niki Lauda. E da Niki il più maturo Lewis qualcosa deve avere imparato. Nel senso che ha praticamente azzerato gli errori dalla sua tabella di marcia. Così, con una precisione di guida sempre accompagnata da una impressionante velocità naturale, Hamilton ha consolidato la sua carismatica leadership sulla concorrenza, sui contemporanei.
È vero, c’è una macchia sulla sua fedina...agonistica. Non è da lui aver perso un campionato per mano del compagno di squadra, che si chiamava Rosberg. A Schumi, per dire, con Barrichello non sarebbe mai potuto accadere e infatti non è accaduto.
Ma da quella sconfitta, dolorosissima, è uscito un Re Nero più umano e però non meno forte. È diventato spietato e ne sa qualcosa il povero Vettel, che pure è stato l’unico a dargli talvolta fastidio (aspettando, s’intende, il Leclerc del 2020).
A tanti anni di distanza da quel primo incontro, datato 2007, io ho talvolta l’impressione che ormai Hamilton corra contro se stesso e contro la Storia. I suoi vezzi social, il suo amore per il jet set, le sue debolezze per la moda, le sue pulsioni vegane possono piacere o meno, il personaggio può risultare simpatico o antipatico, non importa.
Ciò che conta è la sua grandezza. E aveva proprio ragione ad impedirmi di sonnecchiare in una sala stampa di Melbourne quel giornalista inglese, una vita fa.
