Cesare Romiti, quello strano ferrarista
In morte di Cesare Romiti, top manager di un capitalismo italiano che non c’è più, mi fa piacere recuperare tracce di ricordi del suo rapporto con la Ferrari.
Romiti non amava le corse, era uomo di finanza e le emozioni da Gran Premio non lo toccavano. Ma era il braccio destro (talvolta anche sinistro) di Gianni Agnelli e dunque sapeva di doversi adattare ai capricci dell’Avvocato.
Talvolta l’ho incrociato ai box. Si annoiava e non lo nascondeva. Aveva però un pregio. Diceva: siamo gli azionisti della Rossa e dunque vogliamo che vinca.
Non so quanto i suoi attuali successori a Torino si riconoscano in tale consapevolezza.
Un paio di volte Romiti fu chiamato ad occuparsi direttamente di F1.
Trenta anni fa, estate 1990, fu informato che Cesare Fiorio stava brigando per portare Senna a Maranello. Mentre Prost, allora vestito di Rosso, era in testa ad un mondiale che, all’epoca, mancava da undici anni.
Il Grande Cesare fece a pezzi il progetto del Piccolo Cesare e Senna non arrivò mai.
Poi, per una curiosa eterogenesi dei fini, toccò a Romiti, nell’autunno del 1991, sigillare il licenziamento dello stesso Prost, per la famosa frase sul camion.
L’uomo aveva un orgoglio che non andava stuzzicato.
Altra cosa.
Romiti non amava (eufemismo) Montezemolo, che ricambiava la carenza di affetto (altro eufemismo).
Lo considerava vacuo, superficiale, troppo mondano. E a metà degli anni Novanta il Grande Cesare tentò anche di mettere sotto tutela Luca a Maranello, affiancandogli un amministratore delegato.
Montezemolo si appellò a Gianni Agnelli, invocò mani libere nell’avviare l’era Todt-Schumi e la ebbe vinta.
Per fortuna, aggiungo io visti i risultati in pista e fuori.
