Quo Vadis Ferrari? Risponde Paolo Barilla
Mentre potete continuare a lasciare sotto l’apposito post i quesiti per Vasseur, vengo alla domanda delle domande.
Quo vadis, Ferrari?
Sentiamo la risposta di un caro amico che molto s’intende di corse e dinastie industriali (materie intrecciate, come stiamo iniziando a capire).
Paolo Barilla.
Buona lettura.
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“Alla fine del Gran Premio di Abu Dhabi ho salutato un gruppetto di meccanici Ferrari e ho detto loro che li supportiamo e soffriamo con loro e uno mi ha detto ‘eh, noi non festeggiamo mai’. Mi è dispiaciuto tantissimo cogliere tanta amarezza in chi meriterebbe molto di più…”
Come sta la Signora in Rosso? Soprattutto: dove va? Sarà il tormentone dell’inverno per chi ama il Cavallino. Ne ho parlato con Paolo Barilla, vice presidente della azienda omonima, nonché esperto in materia, essendo stato pilota in F1 ai tempi di Senna e Prost (e ha vinto pure una 24 Ore di Le Mans, tra un rigatone e un maccherone, eh).
“Io ho una idea molto romantica della Ferrari -racconta- Mio padre Pietro era un grande amico del Drake, quando mi portava da bambino a Maranello mi sembrava di entrare nel regno delle favole”.
Realizzate.
“Si’, per merito di un personaggio unico come il Fondatore”.
E cosa rimane del Mito, con la maiuscola?
“Il senso di appartenenza”.
Tradotto?
“Vede, la Ferrari è un sentimento collettivo. E’ di tutti, non solo di chi la gestisce e la possiede. Senza esagerare, viene vissuta da milioni di persone come un bene comune. Anzi, posso aggiungere una cosa?”
Anche due.
“Nonostante in F1 non trionfi dal remoto 2007, beh, la passione popolare non si è affievolita. Lo immaginavo già, ma da quando come azienda abbiamo legato il nostro marchio ai Gran Premi mi sono reso conto di come questo legame tra il Cavallino e la gente sia indistruttibile”.
E però si continua a perdere.
“Eh, le ho descritto all’inizio lo stato d’animo di chi lavora ai box. Oggettivamente è una situazione dolorosa, pesante”.
Come se ne esce?
“Ovviamente non conosco la realtà tecnologica e di sicuro la F1 è complicatissima. Però, sa, io sono convinto che in Ferrari abbiano nella storia dei riferimenti cui ispirarsi. Penso all’ ingegner Ferrari, che ha creato tutto. Ma anche a Montezemolo, per come ha amato la leggenda modernizzandola. Nei meccanici e nei tecnici di oggi colgo la stessa dedizione alla causa”.
La coglie anche in Lewis Hamilton?
“Questa è una provocazione, amico mio”.
Ma è stato giusto o sbagliato scommettere sul Baronetto?
“Io escludo che Hamilton sia finito. Non si è trovato con la macchina, ha faticato ad inserirsi nell’ambiente, però un fuoriclasse non disimpara a guidare e a ono sicuro che vuole essere un Ferrarista a tutti gli effetti”.
D’accordo, però è stato asfaltato da Leclerc!
“Attenzione, Charles è l’incarnazione dello spirito Ferrari. E’ fortissimo e si riconosce in quel sentimento popolare cui accennavo prima. La gente gli vuol bene perché ha intuito che lui sta dando alla Rossa più di quanto abbia ricevuto. Quando osserviamo lo scudetto con il Cavallino rampante, quel cavallo difficile da domare, beh, oggi il suo massimo interprete è Charles che rappresenta al meglio gli uomini e le donne di Maranello”.
Barilla, lei Vasseur lo terrebbe, nonostante i risultati negativi?
“Lo cambierei solo se avessi la certezza di poter assumere uno più bravo di Fred”.
Norris campione del mondo merita l’eredità di Verstappen?
“Giudico Max l’unico di questa generazione accostabile a figure come Senna e Schumi. Dopo di che Lando e’ bravo, e’ un prodotto della nuova cultura che domina l’attuale Formula Uno, dove tutto viene programmato sin da quando i piloti sono ragazzini. Semplicemente, è cambiato tutto ma Verstappen e anche Leclerc sarebbero stati protagonisti anche in altri tempi”.
Quando magari talvolta la Ferrari vinceva.
