6 ore a Imola ripensando a John Barnard
Sei ore a Imola mica sono poche, eh.
In attesa di consumarle con passione, vi avviso che di ore ce ne vorranno molte di più per leggere la monumentale biografia di John Barnard (se state pensando alla Ferrari di Mansell del 1989 sappiate che io ero a Jacarepagua e non ho bisogno di aggiungere altro).
Uno di noi, il popolarissimo Giando, ha curato la versione italiana dell’opera!
Ecco il suo racconto (che mi ha pure commosso, va mo la’).
GIANDO SCRIPSIT
Caro Leo,
a volte i sogni, grandi o piccoli, trovano il modo per diventare realtà. Quando ero bambino sognavo di diventare il progettista delle Ferrari di F1, a scuola nell’intervallo (ma pure durante e lezioni!) disegnavo sempre le rosse e mi inventavo soluzioni strane. Ma la folgorazione definitiva, quella della cosiddetta “scimmia”, avvenne davanti a un’edicola mercoledì 13 luglio 1988, quando vidi la copertina del n. 28 di Autosprint su cui in alto campeggiava la McLaren MP4/4 Honda turbo di Senna che aveva appena trionfato a Silverstone, ripresa di lato, e sotto, più o meno con le stesse proporzioni, la prima foto “rubata” - in bianco e nero - della 639 realizzata da John Barnard, il prototipo mai schierato in gara che montava il celebre cambio semi-automatico al volante e che prefigurava le forme della 640, la monoposto che sarebbe scesa poi in pista la stagione successiva. Una carrozzeria dalle linee inusitate che catturarono la mia fantasia e mi fecero innamorare di quel progetto nonché del suo creatore, anche grazie alla linea editoriale “a favore” scelta dal Direttore Carlo Cavicchi, ai disegni e alle analisi tecniche di Giorgio Piola. Non ti dico l’emozione quando al debutto in Brasile, la domenica di Pasqua 1989, Mansell vinse la gara con quell’auto così rivoluzionaria. Indelebile. Quella storia, con in mezzo la morte di Enzo Ferrari, purtroppo non si concluse solo per un soffio con il mondiale di Prost nel 1990, un titolo che sarebbe stato meritatissimo per la scuderia di Maranello e per il progetto firmato da Barnard.
Tre anni fa ho iniziato a parlare quasi per caso della sua biografia “THE PERFECT CAR” (pubblicata nel 2018) con il caro amico Ivan (che approfitto per ringraziare). Anche lui la possedeva ma alcuni passaggi gli erano sfuggiti. Così, anche per tornare ad immergermi nella lettura, ho deciso di tradurla per lui. Capitolo dopo capitolo ho iniziato a rifinire e perfezionare il testo, a gestire l’adattamento. Insomma, a farla davvero bene, al massimo delle mie capacità (niente AI, giusto per chiarire… ). E, così, mi sono detto… okay, proviamoci! Ho scritto a Mark Hughes, Chief Editor del publisher inglese EVRO, e all’autore Nick Skeens. Entrambi molto colpiti dal mio lavoro (e pure dal fatto che mi sono proposto senza chiedere alcun tipo di compenso, ehm ehm…) hanno iniziato a parlare con Giorgio Nada - editori e proprietari della Libreria dell’Automobile qui a Milano - per capire se il libro potesse essere stampato in Italia. Ahimé i costi editoriali per una copia fisica non erano gestibili, per questioni di royalties e di un contesto dell’editoria specializzata in forte declino. Beh, dopo quasi due anni di tira e molla, adesso il libro sta finalmente per uscire in italiano, almeno in versione digitale.
So bene che sulla figura di Barnard molti amici cloggari storceranno il naso. Ma è stato il mio “mito” quando ero appunto adolescente e provo una grande soddisfazione nell’avere questa piccolissima parte accessoria nel racconto della sua vita nella nostra lingua. I capitoli sul suo primo periodo in Ferrari sono meravigliosi, ma non meno interessanti sono le sue esperienze precedenti alla Lola, alla McLaren sulla M23 di Fittipaldi campione del mondo, negli USA con il grande successo della Chaparral 2K, e poi l’epopea della McLaren anni ‘80 con il telaio in carbonio e la forma a coca-cola… è la storia di un perfezionista ossessivo con idee geniali e anche un complesso di inferiorità legato alla sua istruzione (Barnard non ha una “laurea” canonica in ingegneria, diciamo per semplificare che ha quasi l’equivalente di una laurea breve contemporanea) e un conseguente senso di inadeguatezza che sono stati alla base del suo ego intransigente e del suo carattere così difficile. I conflitti con Briatore e i Benetton, la redazione del BlueBook, un database immenso di componentistica e fornitori che è poi passato di mano in mano in tutte le squadre, il non fortunatissimo ritorno in Ferrari nonostante importanti innovazioni e l’emozionante prologo a sorpresa (l’incontro – propiziato dall’autore – con Ron Dennis, presso il McLaren Technology Center, diversi anni dopo un contrasto fino ad allora mai sanato tra i due) sono le ciliegine sulla torta di un libro che attraversa i tre decenni per me più belli e irripetibili del motorsport (70/80/90), un’epoca in cui nonostante la progressiva transizione dall’approccio totalmente meccanico all’incredibile sofisticazione basata sull’utilizzo dei computer, le vetture da corsa erano ancora disegnate a mano, e vi era ancora spazio per ricercare le performance attraverso le intuizioni e l’estro creativo.
Ci sono aneddoti davvero preziosi, punti di vista credo sconosciuti ai più. Non posso dire se tutto sia vero al 100%: la biografia offre uno spaccato abbastanza diverso dalla narrazione offerta dalla stampa nostrana nel corso degli anni, ma suona molto verosimile.
La storia dell’ultimo vero innovatore in F1 si sublima nella mia amatissima 640, che giudico la più bella vettura di sempre a livello estetico, nella sua prima versione senza airscoop e con le feritoie laterali sul cofano motore. Così ho disegnato - prima a mano e poi al computer - la vista frontale per la copertina italiana (sull’edizione originale c’è la Chaparral 2k). Insomma, passatemi il concetto volutamente esagerato, ma alla fine posso pure dire di aver in qualche modo… disegnato una F1 per John Barnard, proprio come sognavo da adolescente!
Grazie per avermi dato l’opportunità di raccontare questa vicenda personale qui sul Clog: spero che qualcuno abbia voglia di affrontare la lettura della biografia, disponibile da oggi su Amazon: sono oltre 800 pagine, non proprio una passeggiata… ma posso assicurare che ne vale davvero la pena.
