Addio a Zanardi, un eroe civile
In morte di un eroe.
È strano, ma in questo giorno tristissimo la prima cosa che mi viene in mente, a proposito del carissimo Alex Zanardi, è una risata. Era il 9 maggio del 1993. A Barcellona era appena stato disputato il gran premio di Formula 1. Come si usava all’epoca, nella serata dello stesso giorno di gara un aereo riportava dal luogo dell’evento a Bologna la squadra della Ferrari, la squadra della Minardi e il cronista del territorio. Che ero io. In quella circostanza, al gruppo si era unito un pilota bolognese che non era riduttivo definire alle prime armi. Era, appunto, Zanardi.
Mentre aspettavamo il volo, andai a chiacchierare con Alessandro. Mi serviva la sua opinione su un piccolo fatto, su un dettaglio agonistico: dopo la bandiera scacchi, un certo Ayrton Senna si era lamentato di lui, lo aveva accusato di aver ritardato un doppiaggio. Zanardi, che guidava una Lotus non certo paragonabile alla McLaren del fuoriclasse brasiliano, mi ascoltò e scoppiò in una sonora risata. Mi disse, con una allegria tutta emiliana: la prossima volta devi dire a Senna che si decida ad andare un po’ più forte…
Ripenso con tenerezza all’episodio che era l’indice di una ingenua guasconeria tanto emiliana. Io da quel momento ho sempre voluto bene a Zanardi, proprio perché era un uomo diretto, franco. trasparente. Soprattutto, era facile cogliere nella sua identità un tratto di generosità che ne avrebbe contraddistinto l’esistenza. Generosità verso il prossimo, verso le persone che lavoravano con lui, naturalmente verso la amatissima compagna Daniela e il figlio. Tutto questo per dire che, quando se ne va un eroe, perché indiscutibilmente Zanardi è stato un eroe, non bisogna mai dimenticare la verità intima della persona prima che gli eventi la rendano un personaggio.
Dirò subito che Alessandro è stato un asso del volante. Certo, in Formula 1 non ha avuto fortuna, ma nemmeno ha mai avuto vetture all’altezza del suo talento. Il meglio delle sue capacità agonistiche, nella sua prima vita, lo ha espresso quando ha avuto il coraggio di attraversare l’oceano e andare a competere sull’asfalto nord americano, sui circuiti ovali e non solo. Ha trionfato per due volte nell’equivalente stelle strisce della Formula 1, nel 1997 e nel 1998. Ed era diventato talmente popolare da finire sulle confezioni dei cornflakes, mentre i grandi intrattenitori della televisione, come David Letterman, appassionato autentico di automobilismo, facevano la fila per averlo come ospite nelle loro trasmissioni. E c’era un motivo: appunto, la meravigliosa umanità del soggetto, la freschezza delle sue opinioni, il rifiuto delle facili ipocrisie.
Dopo, immagino lo sappiate, c’è stato un’altra vita. Iniziata drammaticamente il 15 settembre 2001, su un circuito tedesco. Alex, dopo essere rimasto deluso dalla Williams nel 1999, era tornato a gareggiare con le vetture americane. Venne coinvolto in un terribile incidente, subì l’amputazione di entrambe le gambe, i medici lo diedero per spacciato. Ricordo che in quelle giornate allucinanti, che erano state precedute dagli attacchi terroristici dell’11 settembre, stavo a Monza, per il gran premio. Ed era palpabile il dolore di tutti i suoi colleghi della Formula 1, che chiedevano continuamente notizie sul suo stato di salute. Gli volevano tutti bene.
Le notizie arrivarono. Per fortuna, erano clamorosamente incoraggianti. Zanardi non solo sopravvisse, ma usci’ presto dall’ospedale, dichiarando, con l’aiuto del meraviglioso dottor Costa, che presto lo avremmo rivisto in piedi. Accadde, prima di Natale di quell’anno, in una memorabile cerimonia dei caschi d’oro di Autosprint. Rammento gli occhi lucidi di Michael Schumacher, nell’assistere a quella scena, nel vedere Alex in grado di camminare, con le sue protesi, sorretto da un bastone. E a ripensare adesso a quella scena, insomma, è impossibile tenere lontano il magone, perché poi il destino avrebbe accostato di nuovo il campionissimo della Ferrari e Alex da Castelmaggiore, in un modo che non esito a definire crudele.
Dopo ancora, Zanardi è diventato il simbolo del movimento Paralimpico. Ha conquistato medaglie ai Giochi di Londra nel 2012 e di Rio nel 2016 con la sua and bike. Ha stabilito record. Non si è mai fermato. Ha dato speranza a tanti, oserei dire a tutti, insegnandoci che non è mai obbligatorio arrendersi. E sarebbe sicuramente andato a battersi per il podio oppure ai giochi di Tokyo del 2021, se nel frattempo, in una oscena giornata del 2020, un altro incidente non fosse venuto, stavolta in maniera definitiva, a chiudere nel silenzio l’oceano delle sue passioni.
Io gli ho voluto bene. Ho sempre vissuto come un regalo l’occasione, rara, di scambiare quattro chiacchiere.
Ma non perché lui fosse un eroe.
Lo era, certo.
Ma era, anche e soprattutto, Alex Zanardi da Castelmaggiore.
Un uomo.
Vero.
