Resta, Sassi, Tortora e la Mercedes italiana di Kimi
E poi ci sarebbe, anzi, c’è proprio, l’anima italiana della Mercedes di Kimi.
A scanso di equivoci: la F1 è sempre stata un porto di mare. Gente che viene, gente che va. L’ultima Ferrsri vincente, per dire, era una multinazionale: in mezzo a tanti cittadini della nostra Repubblica operavano e non di rado comandavano un francese, un britannico, un sudafricano, un tedesco…
Melting pot, si diceva una volta.
Però, tutto ciò premesso un po’ di effetto lo fa, la curiosa italianità di questa Mercedes.
Farò subito l’esempio di Simone Resta. Classe 1970, origini imolesi, laurea in ingegneria meccanica conseguita a Bologna nel 1995, dal 1998 scopre il fascino della Formula 1 con la Minardi. Poi nel 2001 corona il sogno di una vita, entrando in Ferrari. Si occupa di telaio, partecipa ai grandi trionfi dell’era Schumacher, nel 2014 viene nominato capo progettista. Piace molto a Sergio Marchionne, all’epoca presidente dell’azienda di Maranello, ma piace molto meno a Mattia Binotto, che trova il modo di dirottarlo prima in Sauber e poi in Haas. Quando Binotto cade, nell’ambiente tutti pensano che a Resta verrà restituito un ruolo chiave il vertice del reparto corse. E invece niente, Fred Vasseur lo lascia andare. Per misteriose ragioni, l’ingegnere innamorato della Ferrari non ha alternative: nel 2025 accetta l’invito di Toto Wolff. Oggi Resta il Ferrarista è uno dei padri della monoposto con la quale Antonelli si sta avviando a festeggiare l’impresa mondiale.A settembre a Monza, quando Kimi ha celebrato la più bella delle sue imprese, sul podio con il ragazzo di Bologna c’era lui, Resta.
“Io non chiedevo altro che di poter lavorare per provare a fare vincere la Ferrari -mi ha raccontato una volta l’ingegnere imolese- Ma evidentemente purtroppo non c’erano le condizioni. Kimi? Abbiamo iniziato insieme la nostra esperienza in F1 con laMercedes, a me è stato subito chiaro che aveva il talento per arrivare dove sta arrivando. A volte ci parliamo in dialetto, è un bravo ragazzo che ha saputo imparare in fretta”.
Se vogliamo, è ancora più bizzarra la storia del fiorentino Lorenzo Sassi. Classe 1967, ingegnere motorista, per anni ha guidato lo sviluppo della Power Unit di Maranello. Fino al 2017, quando Vettel con la macchina rossa era in testa al mondiale. Una mai spiegata incomprensione, chiamiamola così, con i vertici dell’azienda, all’epoca ancora presieduta da Sergio Marchionne, portò alla separazione. Dal 2018, Sassi, che garbatamente non ha mai voluto dire una parola sui veri motivi della rottura con la Ferrari, gestisce i propulsori della Mercedes. Ha già collezionato diversi titoli iridati. È anche lui un grande estimatore di Kimi Antonelli.
Ancora. Alla corte di Totò Wolff, che evidentemente è bravo ad individuare i profili professionali che servono al suo team, troviamo pure
Giacomo Tortora. Nato a Siena nel 1977, questo ottimo ingegnere e’ ovviamente transitato dalla Ferrari. Lui se n’è andato da Maranello sei anni fa senza concedersi la benché minima polemica, ma è un altro classico caso di fuga di un cervello che viene ad alimentare dubbi sulle scelte strategiche di chi ha comandato e comanda in Emilia.
Se non altro invece Riccardo Musconi, anche lui originario di Imola, attuale responsabile del centro simulazione di Mercedes, in Ferrari non ha mai lavorato. Ma è una magra consolazione, fermo restando che in Formula 1, come detto, il turn-over all’interno delle scuderie è frenetico e anche a Maranello attualmente lavorano non pochi tecnici che in passato erano al servizio di squadre diverse. Però colpisce il fatto che nel team dell’italianissimo Antonelli siano presenti in ruoli così importanti non pochi suoi connazionali.
E forse non si tratta di un dettaglio banale…
