Hamilton e Antonelli, il vecchio e il bambino
Mi dispiace per chi non apprezza le mie frequentazioni musicali, chiamiamole così, ma io ho avuto anche la fortuna di conoscere Guccini.
Lui, il cantautore cui dobbiamo l’emozioni di un brano chiamato il vecchio e il bambino.
Ora, insistendo nella mia idea che le emozioni dello sport siano un grande romanzo popolare, trovo decisamente suggestivo che in quella che dovrebbe essere la vigilia della consacrazione di Antonelli, il bambino, sia tornato in pole, appunto, il vecchio. Cioè Hamilton, che mi pare da circa 1000 giorni, più o meno, non riusciva ad essere il più veloce di tutti nelle qualifiche valide per un gran premio vero e proprio, escludendo dal conteggio le Sprint, che notoriamente a me procurano un principio di ulcera.
Lo dico, anzi, lo scrivo, sicuro di creare fastidio a quanti si ostinano a non comprendere l’emozione del racconto che viene dall’anima. Sarebbe molto bello se la consacrazione mondiale dell’Harry Potter di Bologna venisse a coincidere con una vittoria del baronetto britannico.
Lascio da parte qui e ora lo stato d’animo di Leclerc, nemmeno mi interessa approfondire se abbia commesso un’evitabile errore nel momento decisivo delle qualifiche. Però, sempre per amore di verità, sempre in omaggio al principio che non esiste cronaca sportiva rispettabile in assenza di elemento umano, ecco, stavo dicendo, per amore di verità quello che Hamilton sta riuscendo a combinare al volante di una Ferrari assolutamente non perfetta è, almeno secondo me, vagamente clamoroso. La Rossa torna in pole. E la guida lui. Punto.
Non sto a menarmela con le ossessioni permanenti di noi ferraristi scontenti. Se la squadra di Maranello non si aggiudica un titolo mondiale da quasi vent’anni, insomma, è del tutto evidente che Hamilton c’entra una beata mazza.
Io, che per ragioni generazionali posso strafottermene di tutto il chiacchiericcio che si annida tra le pieghe degli eventi agonistici, sono lieto di imbattermi nella qualità residua di un signore che ha battuto tutti i record sulle piste della Formula 1.
E sarebbe oggettivamente poetico, senza esagerare, se nella domenica messicana Antonelli si laureasse campione in coincidenza con una vittoria del baronetto. C’è un filo sottile che lega esistenze distinte e distanti, visto che è stato proprio l’Harry Potter di Bologna a prendere il posto del veterano britannico in Mercedes, quando egli medesimo ha deciso di vestirsi di rosso. Questi, me ne rendo conto, sono tutti discorsi che non possono arrivare al cuore di chi crede che la comunicazione sia un clic, un like, eccetera.
Lo capisco, è come quando deposito qui una mia conversazione con Vasco Rossi e mi imbatto in simpatici commentatori che hanno il buon gusto di ricordarvi che la loro formazione musicale è diversa. E ci mancherebbe altro, per l’amor di Dio. Ma, qualunque sia il giudizio sulle canzoni del mio amico Vasco, bisogna essere fuori dal mondo per non accettare l’idea che le sue creazioni artistiche appartengono all’immaginario collettivo. Ferma restando la differenza nei gusti personali, che sono un’altra cosa.
Allo stesso modo, Hamilton e Antonelli non solo soltanto due campioni di ere distinte e distanti. Sono, insieme, i simboli di una passione condivisa.
Condivisa, si intende, da chi ha l’umiltà di accettare il mondo per quello che è.
