Maria Antonietta Rauti
Bella la rima interna in -ura: pura, abiura, dura… Metrica costruita “imponente e geniale per ricerca del significato, costruzione importante.
Matteo Mazzone
Una splendida voce che si assottiglia a suono, un caro suono ora dissonante, ora casto e puro, vergine sussulto sussultante, parola magica che si dischiude e nasce, per poi rinascere infingardamente. Giacomo saltimbanco, Giacomo serio, Giacomo uomo di vita, come caro a noi è il nostro Pierpaolo: umile sentimento, approccio preciso e formato, suono curato, svestito di bizzarre romanticherie spiritate, di pazzoidi incroci giochi. Tutto è calmo e fuori dal tempo: con Giacomo (per Giacomo) si riassapora il caldo flusso esistenziale, la goccia demiurgica vitale del mondo. Un mondo
malato, lussurioso, smerdato, abbandonato ma ritradotto, volto in una nuova chiave spensierata, dimessa ed aggraziata. Una poesia staccata ma complice, partecipe ma isolata: un’onda genuflessa, una nidiata carezza non gridata. Ti voglio bene Giacomo!
Elisabetta Biondi della Sdriscia
Una poesia che nasce sommessa, quella di Trinci, che si fa voce sussurrata, frammento di un discorso interiore già iniziato e sorpreso nel suo svolgersi, come il fatto di iniziare sistematicarmente con la minuscola sembra suggerire, ma che a poco a poco alza la voce e fa giungere a noi lettori catturati e disorientati insieme dal gioco di antitesi e di ossimori, una voce poetica essenziale, asciutta, scolpita eppure, nel contempo, ricca di musicalità. Un grande poeta.
Isola Difederigo
A me piacerebbe tanto, come titolo, questo “Del vasto e del vano”, così alla latina, argomentativo, apertamente confidente con due misure, vastità e vanità, che il nostro poeta condivide con l’amato Leopardi. Anche per me Trinci the best!
tristan 51
Ci sarebbe, volendo, involontario fino a un certo punto ma che importa, anche l’eco di un altro poeta tanto amato da Trinci: Carlo Betocchi, autore di “Del meno”. E con la “troppa vita” il “del meno” ci starebbe benissimo.
Daniela Del Monaco
Queste tre poesie di Trinci hanno un impatto potente e disorientante su me lettrice. Sono rapita dai frequenti accostamenti ossimorici e dai giochi antitetici (“santità di pus”, “casto di lussurie”, “depravato d’innocenze”, “consunto di purezza”) e dal tono provocatorio, brutale e, al contempo, rivelatorio di un malessere profondo ed estremo. Un linguaggio poetico nuovo quello di Trinci, sorprendente e affamato di verità.
Andrea Bassani
Il Trinci lo vedi come entità presente ma in realtà è una proiezione che viene dal passato: è l’ologramma di una figura poetica che non c’è più e di cui ho tanta nostalgia. Io lo definisco un caratterista protagonista di quella poesia che spero torni ad essere contemporanea.
tristan 51
I vincoli con le origini e con la fine che chi scrive instaura tornano in questi versi a farsi più stretti, al punto che la raccolta in via di definizione sarà con tutta probabilità una sorta di splendido, distanziato corollario analitico a quanto “Cella” già magnificamente per suo conto, nel 1994 registrava. Lì l’io risaliva all’ante-vita: partecipava allo scontro amoroso tra il Padre e la Madre, si insinuava nella stretta che lo faceva gemere ed imprecare, nascere e morire, aggiungendo febbre a febbre, ansito a ansito, sporcandosi e amando fino in fondo, per poi
ritrovarsi – tra Rimbaud e il Pasolini dell’“Usignolo” – figlio appeso a quella croce, inchiodato. Tutto questo rende del tuttol indilazionabile, credo, la disponibilità in libreria dell’opera prima di Giacomo Trinci. Un editore serio, degno di testi così alti si faccia avanti!
Duccio Mugnai
Mi affascina molto il confronto di se stesso, nonché la dichiarata ispirazione dal Pasolini dell’hobby del sonetto, dal Pasolini che riuscì a dedicare cento poesie a chi voleva e tentava di amare. Qui, in queste poesie inedite, la rima classica è assente, seppur nella ricerca di assonanze e musicalità, nella spinta propulsiva di un volo continuo. Vorrei citare dal Neruda di ieri: “[…] il poeta / cerca di imitare la mosca […]”. E mi ricordo la prima significativa pubblicazione di Trinci, cioè Voci dal sottosuolo, dove l’immagine, irripetibile in prosa, di una mosca morta stecchita, dopo un vano “fraseggiare” con un vetro, mi lasciò sorpreso. Non so quale precisa motivazione lirica o esistenziale vi è dietro questa linea d’orizzonte, e non desidero saperlo, ma tale fotografia asettica di una morte così piccola, eppur così’ inesorabile e comune, questo epitaffio poetico, riflessione profonda e cinica, mi parla di letteratura contemporanea, dell’automa dell’essere umano, ormai specializzato a negare se stesso, e ci vedo la spaventosità del protagonista “borghese piccolo piccolo” di Vincenzo Cerami.
perdirindina
Pistoia, piccola dannunziana città del silenzio, trova in Trinci, ormai da più di una raccolta (mi piace ricordare la recente “Inter nos”), una delle sue voci più alte. Ed è voce instancabile ed indomita che dell’amato Pasolini raccoglie l’invito allo scandalo, al non conformarsi al comodo andamento della corrente. In questo sta anche la sua identificazione con il barbone, in questo sta il suo essere al di là, oltre, come un Cristo che ha già portato la sua croce, come uno Zarathustra che ha già attraversato il fuoco. E qui ritrovo il senso di certi suoi ossimori, tanto che si può essere casti di lussurie o depravati d’innocenze. Proprio Pasolini, un lucidissimo Pasolini, nell’analizzare, nel suo saggio sui Karamazov, i tre fratelli protagonisti del romanzo, riconosceva in Aleksej, apparentemente il più santo dei tre fratelli, l’immacolato, l’asceta, forse il più problematico ed enigmatico fra loro stessi. Lui che più di chiunque altro durante il processo sembra comprendere il lato oscuro del fratello accusato di parricidio, perché “chi non ha mai desiderato di uccidere il proprio padre”. Trinci, in una raggiunta dimensione di disincanto, sembra aver fatto propria la lezione pasoliniana, con una disposizione a rifiutare ogni facile lettura per cogliere ciò che sta al di là di ogni ingannevole apparenza.
Damiano Malabaila
Oggi che tutti vogliono essere poeti (e alla troppa intenzione spesso non corrisponde l’invenzione), Giacomo Trinci, senza strepiti, lo è davvero. Davvero è uno che “sente” più degli altri e la sua rigogliosa forza creativa si trasforma sempre in un dettato personalissimo e inconfondibile. Certo, si può pensare a Leopardi, Pasolini, Rimbaud, Betocchi, Valduga, addirittura Heine (credo che a Heine queste poesie piacerebbero), ma Trinci – poeta coltissimo – riesce a rimanere decisamente Trinci. Strepitoso, poi, e secondo me molto trinciano il titolo “Di vita, troppa”; perché, come diceva Lee Masters, “It takes life to love Life”…
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