L'Italia non è un paese per giovani e magari fosse una novità. Un ragazzo su tre continua a essere senza lavoro. Anzi, va un po' peggio: l'ultimo dato sulla disoccupazione giovanile si attesta al 31%. Due milioni e 400mila italiani lavorano sì, ma con un contratto a termine, il che tiene dentro interinali, apprendisti, tanti giovani, appunto, che fanno i conti con i più svariati contratti di inserimento. L'incidenza di chi non ha il posto fisso sul totale dei dipendenti è del 12,5% (media nazionale) e questa percentuale sfonda quota 20 al Sud. Ai precari si deve poi sommare una zona grigia a dir poco composita. E' quella dei parasubordinati (1,4 milioni stando all'Isfol), dei 676mila co.co.pro, dei 270mila tra collaboratori occasionali e borsisti. Mettendo insieme questo mare magnum di lavoratori tra l'altro sottorappresentati o affatto rappresentati dai sindacati che in queste ore stanno trattando con il governo la riforma del lavoro viene fuori un popolo che sfiora i 4 milioni.
In questo quadro c'è un punto – uno dei tanti nella controversia che sull'articolo 18 vede contrapporsi il fronte governo-imprese alla Cgil e alle più possibiliste Cisl e Uil – che influirà molto sulla già martoriata condizione lavorativa giovanile. Ed è la platea a cui si estenderanno le modifiche sui licenziamenti. Varranno per tutti i contratti in essere, come ha svelato Raffaele Bonanni, o solo per i neoassunti, come disse lo stesso Mario Monti durante il discorso programmatico del suo governo in Parlamento? E' chiaro che il discrimine non è di poco conto. Perché, ancora una volta, la categoria dei giovani rischia di essere esposta, la più esposta, ai licenziamenti. E chi già da anni paga più degli altri sulla propria pelle il prezzo della flessibilità in entrata (chiamiamola precarietà) si troverebbe anche ad assumersi il carico della maggior flessibilità in uscita. I sindacati che pure, va detto, vorrebbero non toccare proprio l'articolo 18, tra le due opzioni al ribasso fanno il tifo per quella sui neoassunti. Il governo, ultimamente, non ha sciolto la riserva, anche se una frase dell'altra sera del premier fa ben sperare (“Sia chiaro – ha detto Monti – che il presidente del Consiglio prega il ministro del Lavoro di avere un po' più presente l'interesse del futuro dei giovani”).
Speriamo sia davvero così. Speriamo che l'accordo, se mai si troverà, sul famigerato articolo 18 non sia a discapito di chi ha già dato tanto.