Ma ci sono alcuni elementi di novità nell'inchiesta in cui è coinvolto il tesoriere di Bossi, Francesco Belsito.
Qui, secondo l'accusa, siamo oltre il finanziamento ai partiti. I cronisti giudiziari rilevano che per la prima volta una procura ha legato i rimborsi elettorali di un partito al reato di truffa ai danni dello Stato. In sostanza, il tesoriere della Lega avrebbe presentato ai revisori del Parlamento un rendiconto pieno di omissioni e dati falsi su soldi che pure legittimamente spettavano al Carroccio. Insomma la questione non è (non solo) se al partito di Bossi siano arrivati soldi 'sporchi' ma se e come questi fondi siano stati spesi 'truffando' il controllo pubblico. Se fosse così, la riflessione poco edificante è: non solo i partiti aggirarono con il meccanismo dei rimborsi elettorali il referendum del '93 che abrogò il vecchio finanziamento ma ora si scopre anche che tutto questo ben di Dio – dal '74 a oggi parliamo di quasi 6 miliardi di euro – è anche rendicontato da uno di questi patiti in barba all'istituzione che rappresenta gli elettori, il Parlamento.
I soldi sarebbero stati “distratti per sostenere i costi della famiglia Bossi”. Premesso che nessuno dei Bossi risulta indagata al momento (al momento, appunto) se i pm riuscissero a provare la loro tesi, altroché vecchio (più nobile?) intento di 'rubare per il partito'... Sarebbe fatta a pezzi l'immagine del Senatùr duro e puro che combatte per salvare il Nord dalla Terronia ladrona (secondo lui, naturalmente).
Recita un tweet esilarante: “Padania, proprio un belsito”. Si sobbalza sulla sedia quando si scopre che un filone dell'inchiesta coinvolgerebbe un clan della 'ndrangheta. Sì, avete capito bene, proprio la 'ndrangheta che certo non è nata nella nordica culla leghista. Del resto, dopo gli investimenti della Lega in Tanzania ci si può aspettare di tutto.