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Giuseppe Conte e l’imprevisto ritorno

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Firenze, 26 aprile 2014 – Chi è la protagonista a sopresa di questo inatteso ritorno, di questo pmprevisto,  insperato e perciò tanto più letificante ricongiungimento? «Dio creò la luce per manifestarsi attraverso la luce», sostiene nel De Sacramentis un teorico della mistica occidentale del XII secolo, Ugo di San Vittore. E l’uomo, e il mondo, e l’uomo nel mondo?

Risponde, da quello che William Blake chiamava il «grande codice dell’arte», la Bibbia, Isaia: «Speravamo la luce ed ecco le tenebre, / lo splendore, ma dobbiamo camminare nel buio» (59,9). Una tenebra, potremmo precisare aggiornando il fermo lamento del profeta, non solo pirandelliano «bujo angoscioso della rovinata esistenza» cui opporre il trepido «lanternino» di una fede residua: una tenebra incrementata ed aggravata, resa del tutto oscura e pesante, irresuscitabile e «non-creante», dal contemporaneo ideologico, massificato e tecnologico che Giuseppe Conte e la sua poesia hanno giudicato non da ora con severità.

Si riattiva così, esemplarmente,  in un libro di Conte come Ferite e rifioriture – tra carne e spirito, baci ed aurore, «piaceri» e «Luce» unitaria a cui servire – la dialettica luce-ombra, per giungere magari alle oltranze bibliche di «tenebre date alla luce» (Isaia 26,19) e ai veri e propri ribaltamenti mistici da Paradiso rovesciato di un’invocazione alla Bianco da Siena: «Ottima tenebria / privami della luce.  / La quale mi tolle 'l duce / co la sua melodia».

Per suo conto, in margine al proprio esercizio, l’autore ha precocemente dichiarato, preannunciando percorsi battuti e future fedeltà: «Il verso che amo ha in sé la danza delle nuvole, dei delfini in mare, delle foglie d’autunno intorno al proprio albero». La scrittura di Conte propone nondimeno al lettore, con forza e convinzione, un faustiano discendere alle radici dell’esistenza.

Obbedendo sostanzialmente ad un’unica necessità espressiva, e contraddicendo Auden nel continuare a pronunciare nei suoi versi, da poeta venuto dopo Shakespeare, la parola «io», Conte ha fatto della sua poesia sedotta e combattiva, tragica ed incantata, una sorta di grande autobiografia dell’esistente: un duttile ed acceso diarismo instante, dinamico ed inclusivo, che è insieme, integralmente, autobiografia di un’eternità d’appartenenza in atto: fino all’obiettivo estremo e inevitabilmente pregresso di quella «Luce prima» che – Parola assoluta, Verbo infallibile, Eternità – «disse e fu fatto»; fino, per un poeta tra Occidente ed Oriente come lui, alle inconcluse conclusioni poetiche del persiano Rūmī: «O Sole! Mostra il tuo viso oltre il velo di nuvole, / ché quella faccia raggiante e splendente io desidero! [...] Ma la cosa che mai non si trova, quella io desidero» (Desiderio dell'amico, in Canzoniere). 

Marco Marchi

Riaverti

È così facile riaverti?
Ritrovarti anche dopo l’abbandono
dopo che ti ho derisa, che ti ho detto
odiosa, e che imputavo a te la grazia
mancata di ogni carezza e di ogni bacio.
Oh, allora io volevo essere un daino
solitario nell’alba, che sa puntare
le narici al tepore di calendula
dei primi raggi. E ti scacciavo, come
se tu fossi infedele al mio desiderio
tu che di tutti i desideri sai
la fonte. Ora sei tornata.
Sei nuova e sei con me, vicina,
anima.

Giuseppe Conte 

(da Dialogo del poeta e del messaggero, Mondadori 1992)

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