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Ciò che resta del mondo

di Monica Peruzzi

Marò, contro la pirateria a bordo del San Marco

Cronaca

2 aprile 2013
Esercitazione Nato
[caption id="attachment_73" align="alignnone" width="300"]nell'Oceano Indiano, l'esercitazione congiunta della Nato fra Marina Italiana e Tanzana nell'Oceano Indiano, l'esercitazione congiunta della Nato fra Marina Italiana e Tanzana[/caption]

Jd6keYDnIugLdvmzrWhsHvdaLTtBxFiYZV4sB8ALHdcSono passati quasi 14 mesi dall'arresto di Salvatore Girone e
Massimiliano Latorre, i due fucilieri della Brigata San Marco,
accusati di aver sparato e ucciso due pescatori indiani al largo delle
coste del Kerala, scambiati per pirati. Il giudizio si allontana,
visto che il governo indiano chiedera' nuove indagini sul caso.
Indagini che potrebbero ricominciare da capo, a causa dei "vizi
procedurali" derivanti dall'incompetenza giurisdizionale dello Stato
del Kerala, stabilita dalla Corte suprema indiana. Di punti oscuri ne
restano davvero tanti: la giurisdizione, la perizia balistica, le
prove sul peschereccio delle vittime, lasciato affondare senza
ulteriori esami.
Ma la storia che voglio raccontarvi non è questa. E' quella degli
uomini e delle donne che ho conosciuto, a bordo di Nave San Marco, che da novembre guida una delle due flotte della Nato nell'Operazione Contro la pirateria. Davanti alle coste della Tanzania, 300 uomini e 12 donne, perlustrano una porzione di mare grande quanto l'Europa per tutelare le 23mila imbarcazioni che transitano ogni anno in queste acque.
"Per me questa è una seconda casa - mi racconta in un momento di intimità il Tenente di Vascello Cristina Moro, che mi ospita nel suo alloggio sul San Marco. Cristina ha 38 anni, ma la vita di mare, il sole, la salsedine, non l'hanno segnata affatto. Il suo viso è abbronzato e luminoso, come il suo sguardo, quando parla della sua scelta. Mi chiede di evitare di farle le solite domande che un giornalista fa a una donna che sceglie di fare il soldato, tipo come sia vivere in un ambiente saturo di testosterone. Me ne guardo bene, ovviamente, ma è difficile, tra donne, non incappare nel discorso "amore".
Cristina mi guarda. Ridiamo insieme. Sappiamo entrambe che per una donna è molto più difficile scegliere di restare per lunghi periodi lontano da casa (7mesi, nel suo caso). Trovare l'anima gemella è ancora più complicato se per lavoro devi convivere 24 ore su 24 con 300 uomini. Per non parlare dei figli, che rischiano di essere un miraggio. Eppure Cristina non ha dubbi. Riconosce che sia faticoso e che comporti tanti sacrifici, ma il suo lavoro lo sceglierebbe ancora, se tornasse indietro. La fa sentire parte di qualcosa di grande, di una famiglia di nomadi che, come lei, vedono in quello che fanno un fine più alto di qualsiasi altro lavoro. Cristina non ha paura della propria femminilità, al contrario di molte altre donne militari che ho conosciuto. Si allena tutti i giorni, insieme ai suoi colleghi.
Prima di uscire dall'alloggio, al mattino, mette un po' di rimmel sulle ciglia e sistema i capelli, nerissimi. Li tiene corti, perché in mare è più comodo. Sulle pareti e sugli armadietti è un tripudio di fotografie: il suo cagnolino, che mi ricorda tanto la piccola Carlotta, la maltesina di una delle mie più care amiche, e poi la nonna e le amiche, fotografate insieme a lei in costume da bagno. Il mare è quello davanti a Ostuni, dove è nata e cresciuta. "L'amore per il mare - mi dice mentre mi dà le lenzuola per il letto - ce l'ho nel sangue. Non potevo che entrare in Marina". Io guardo il suo, di letto, già bello che pronto. "Sono le lenzuola di casa, aiutano a far passare meglio il periodo lontano". Le chiedo che cosa ne pensi della storia dei due marò. Lei non ha dubbi. "Noi non spariamo mai sulle persone" mi dice.
Cristina sa che quello i pirati sono perlopiù giovani senza istruzione e in cerca di fortuna. In cerca dell'unica via che conoscono per sfuggire alla miseria, alla povertà di un Paese come la Somalia, tormentato da 20 anni di guerre e in cui il seme dell'odio religioso ha trovato terreno fertile nelle milizie degli Al Shabab. A bordo del San Marco sanno che attaccare i mercantili e impossessarsi del carico o sequestrare gli equipaggi, è una cosa troppo allettante per chi non ha nulla. Ma sanno anche che nel 95% dei casi, quando i pirati vengono sorvolati da un elicottero della Marina o avvicinati da un'imponente nave da guerra, scappano a gambe levate, senza neanche bisogno che venga utilizzata la prima delle misure previste dalle regole d'ingaggio della missione: gli avvertimenti vocali. Ecco cosa fanno i marinai della Nato, in caso venga individuato un sospetto pirata. Un microfono, un amplificatore e un messaggio semplice. Fermatevi e fatevi identificare. Se non dovesse bastare e i piloti degli elicotteri, che sono i tentacoli delle navi, dovessero osservare qualcosa che faccia pensare a un'attività di pirateria, come rampini, scalette e armi, ci sono altri step.
"Ci è capitato di dover soccorrere una nave sotto attacco - mi spiega il Capitano di Corvetta Roberto Vivarelli, che comanda la Componente Volo del San Marco - Abbiamo individuato uno skiff, una delle imbarcazioni che usano i pirati, che si stava allontanando e abbiamo visto che aveva a bordo armi, fra cui anche un rpg. Per fermarli abbiamo lanciato i fleur e poi siamo passati ai warning shot con le mitragliere di bordo. Quando si sono arresi abbiamo aspettato che arrivasse il San Marco per l'ispezione e il controllo dei documenti".
I tiratori scelti sono autorizzati a sparare sui pirati soltanto se stanno seriamente minacciando l'incolumità del personale sequestrato o quella dei militari stessi, insomma. E quelli della Nato sono compiti che vanno ben oltre la missione assegnata ai nuclei di protezione armata a bordo dei mercantili, nel caso dell'Italia i fucilieri della Brigata San Marco. "Da premettere che l'azione della forza è limitata. Da evitare ogni azione che possa degenerare nel danno fisico. Ecco perché si presta estrema attenzione agli avvertimenti - mi dice il Tenente di Vascello Luca Milella, Consulente Legale della Nato - Hanno un approccio prettamente difensivo, perché sono a bordo solo per difendere il mercantile, non per prevenire, o difendere altre imbarcazioni, come possiamo fare noi".
Prevenire gli attacchi, però, è l'obiettivo fondamentale della Nato. E la prevenzione è un lavoro di intelligence, di raccolta di informazioni.
"Le unita della forza non sono autorizzate a entrare sul suolo somalo - ricorda il Tenente di Vascello Antonio Dovizio, Intelligence officer della Nato - La raccolta informativa è fatta a distanza, non abbiamo truppe a terra che possano mandarci informazioni sul territorio. Un ruolo importante svolto da velivoli da pattugliamento marittimo che eseguono giornalmente sortite di perlustrazione sul suolo somalo e grazie all'analisi delle immagini inviate, riusciamo a capire i movimenti e avere le avvisaglie di preparativi di attacco, come scale, armi, arpioni.
Il nostro sforzo maggiore e concentrato su quello che avviene a terra perche e li che chi e dedito alla pirateria si prepara agli attacchi. I pirati stanno al mare non molto tempo, da una nottata al massimo un mese.
Quando sono in mare è molto difficile scoprirli perché sono imbarcazioni piccole, difficilmente visibili al radar. È come se dovessimo pattugliare tutta l'Europa con tre volanti della polizia".
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