La guerra all’Iran non è in agenda né all’Onu e nemmeno alla Casa Bianca. A poche ore dall’arrivo a Washington del premier israeliano Netanyahu, che ha già iniziato un unilaterale conto alla rovescia per attaccare le centrali nucleari di Teheran (prima che siano in grado di produrre l’atomica), Barack Obama non perde occasione per dire che ai droni preferisce le sanzioni. Lo ha ricordato ai veterani dell’Iraq, invitati per la prima volta a cena di fianco allo Studio ovale, e lo ha ripetuto ai suoi ricchi sostenitori, che hanno pagato da mille a 35.000 dollari a persona per andarlo a sentire l’altra sera durante due tappe della sua campagna elettorale a Manhattan. Quasi incurante dell’ostilità di repubblicani in Congresso, degli attacchi di Romney, Santorum e Gingrich, che lo accusano di essersi piegato e aver umiliato l’America, chiedendo scusa a Kabul e agli afgani per i roghi del Corano, Obama in questa oscillante campagna elettorale sempre più cattiva, che si sposta dai contraccettivi alla politica estera, sembra ascoltare l’unico sondaggio che unisce la gente alle prese con i problemi dell’economia e della disoccupazione: tre americani su quattro sono stanchi delle guerre in corso. Nessuno pensa di avventurarsi in un’altra.
Non la potrebbero nemmeno pagare. Barack ha promesso di chiudere le due in corso e lo sta facendo in fretta anche a costo di prendersi dei rischi. Sull’Iran però la partita è cruciale, perché mette in gioco i rapporti fra Usa e Israele. Netanyahu arriva in un momento «delicatissimo» e con l’ombra lunga delle elezioni, ma la sua impazienza questa volta potrebbe diventare un boomerang. Lui e Obama concordano sull’assoluta necessità che l’Iran non arrivi all’atomica, ma divergono sui tempi e sul metodo. Anche sulle conseguenze di un eventuale attacco preventivo giudicato con scetticismo dal Pentagono.
Barack è determinato a guadagnare tempo convinto che le sanzioni stiano piegando i leader di Teheran. Vuole almeno altri 10 mesi per non chiudere la porta del negoziato. Netanyahu potrebbe vincolarlo a un ultimatum più breve. Ma se insistesse per l’attacco subito verrebbe lasciato probabilmente solo. Nei sondaggi lo è già.