Travolti da una crisi che nessuno vuole pagare. Ecco il destino al quale i giovani italiani non possono, malgrado tutto, rassegnarsi. Il concetto è sempre questo (a volte gridato in piazza senza la dovuta consapevolezza) reso sintetico, chiaro e inequivocabile da slogan ormai diventati condivisi Leit Motiv. Il paradosso è davanti agli occhi di tutti: un frangente socio-economico in cui le decisioni sul futuro di migliaia di giovani sono prese da una classe politica adulta nata egoista che ha già ampiamente dimostrato la sua totale incapacità di rispondere ai mutamenti della realtà circostante. Il rischio è quello di far crescere una generazione senza futuro, senza speranza, soffocata dall'astio nei confronti di chi le sta consegnando un Paese alla deriva dicendo “Bè, vedetevela voi”.
Se è vero che da sempre il presente sconta gli errori del passato è anche vero che nella situazione contingente subentra un'ulteriore aggravante. La condizione di perenne precariato vissuta dalla stragrande maggioranza dei giovani comporta una strisciante tendenza a paralizzare il pensiero, a sedare la rabbia, a buttare giù il rospo pur di preservare quel poco di lavoro che c'è. Un tempo si andava in università coltivando un'ambizione: fare il lavoro dei propri sogni, salire qualche gradino della scala sociale o (più pragmaticamente) fare soldi. Ora vien quasi voglia di battere una pacca sulla spalla alle coraggiose matricole che si aggirano negli atenei italiani e dire: “Ma non sarebbe stato meglio andare a lavorare?”.
Ormai l'unica cosa chiara è che c'è poco da sperare in chi ha gestito per anni il potere. Una classe politica e dirigente che sembra uscita da “Alice nel Paese delle meraviglie”. Un esempio. Si scopre che in media un imprenditore dichiara al Fisco meno di un suo potenziale dipendente? Immancabili spuntano facce colme di genuino stupore:“Ma davvero?”. Eh già, peccato che anche il più sprovveduto degli italiani sappia che l'evasione fiscale è storicamente il buco nero dell'economia nostrana. Possibile che i nostri politici, placidamente incollati alla loro poltrona da decenni , ne parlino come una biblica e inaspettata invasione delle cavallette?
Ma non è tutto. Emerge l'ennesimo caso di corruzione? Scatta il consueto can can mediatico. Una parte politica (i ruoli sono assolutamente interscambiabili) pronta al linciaggio e l'altra a intonare: “Non si può marchiare un partito per una pecora nera”. Peccato che ormai dei politicanti con le mani in pasta, se ne sia perso il conto. Ma la vera grande colpa di questa classe politica è a mio parere ancora più profonda e radicata: non aver pensato alla generazione successiva alla propria, come suggerivano ben altri illustri statisti. Si è goduta spensieratamente il benessere raggiunto, delegando ad imprecisati posteri la pianificazione del futuro.
Non resta che augurarsi che questa nuova generazione dai sogni frustrati sappia andare oltre gli slogan e trovare il coraggio di diventare parte attiva nella società, per cambiarla superando l'avvilente panorama odierno. Un'appropriazione di responsabilità che non può prescindere da un'apertura di spazi: se sono gli under 30 le prime vittime della recessione, che sia lasciata loro una qualche voce in capitolo.
La classe dirigente che ci ha guidati fino ad ora è già stata giudicata dalla storia: basta guardare le macerie tra le quali si aggira, senza idee e senza progetti. Politici della stessa età di quei genitori che hanno fatto tanti sacrifici per dare strumenti alla propria prole e che si trovano accanto figli magari plurilaureati ma senza opportunità. Che alla fine a salvarci dal pantano sia proprio questa rabbiosa generazione post-crisi, senza bussola ma ancorata ai problemi e ai drammi della vita reale? Questo personalmente non mi sembra più un augurio, ma l'unica soluzione possibile.