Ci sono scatti che valgono un racconto. Che colpiscono lo sguardo dei lettori più frettolosi, che impediscono di passare oltre e lamentarsi dello spread, dell'ennesimo partito finito nel fango, del pompatissimo caso Belen. Sarà perché i cuccioli di beagle liberati sabato scorso a Montichiari hanno gli stessi occhi incolpevoli degli animali che riempiono le case e le vite di milioni di italiani, ma il caso Green Hill è scoppiato con una potenza mediatica devastante, riaprendo con forza il dibattito sulla vivisezione.
Il blitz di sabato rappresenta il culmine di una battaglia che continua da mesi e che è passata dalle piazze delle maggiori città italiane, sbarcando anche al Palazzo della Regione e in Parlamento. E' un allevamento lager? O come ha spiegato la stessa azienda “un’attività legale, necessaria per la comunità medica e scientifica, per il suo fondamentale ruolo nel migliorare la salute delle persone”?
La linea di discrimine è pericolosamente sottile. Se da un lato il “popolo di Green Hill” sta perseguendo con decisione il proprio obiettivo, cioè la chiusura della struttura e lo stop alla pratica della vivisezione, dall'altro l'opinione pubblica si interroga. Dichiararsi a favore della vivisezione con davanti gli occhi dei trenta cuccioli fatti “evadere” dagli animalisti è emotivamente impossibile. Ma c'è sempre quella questione cruciale: “E se fossi tu o un tuo caro a essere malato? Questi scrupoli dove finirebbero? Non faresti qualsiasi cosa per salvarti?”. Ma sarebbe come chiedere se sia giusta la pena di morte a un padre al quale hanno ucciso un figlio. Non può e non deve essere una scelta irrazionale, ma etica.
La vera domanda da porsi è se esista un limite invalicabile, un sostrato di umanità comune. Qual è la soglia oltre la quale la ricerca diventa tortura? La battaglia per la salute dell'uomo, per il miglioramento delle sue condizioni di vita può passare dalla sofferenza di un altro essere vivente? Perché non si può ignorare il fatto che i cuccioli di beagle trasportati in fretta e furia all'esterno dell'allevamento, protetti sotto le magliette degli animalisti e diventati, loro malgrado, un simbolo avevano un destino segnato, anzi, erano cresciuti per adempiere a una funzione. Possiamo arrogarci il diritto di decidere che una vita, sebbene non umana, diventi un mero strumento? Non si tratta di tracciare una linea di demarcazione tra “buoni” e “cattivi” ma semplicemente di chiedersi: è questo il prezzo che siamo disposti a pagare?