"Tu un giorno sarai europeo". Ammettiamolo, siamo stati tutti indottrinati al culto del Vecchio Continente. Se per i nostri genitori le nozioni geografiche fondanti potevano dirsi acquisite con la piena conoscenza dell'Italia e dei pochi vicini degni di nota, per noi è diverso. Siamo stati cresciuti a pane e Ue: le nostre maestre si sono spese anima e corpo per farci imparare i nomi delle più improbabili capitali del Nord, ci è stato fatto capire sin dalla prima elementare che l'inglese è il nuovo esperanto, il tutto mentre le istituzioni hanno iniziato a sventolare con compulsivo orgoglio quella bella bandiera blu con tante stelle in cerchio, unite, vicine e affiatate come una vecchia famiglia patriarcale.
Non è colpa nostra, siamo cresciuti così. Abbiamo scoperto che l'Inno alla Gioia non è solo la musichetta dell'Eurovisione, abbiamo imparato ad amare quel sostrato comune (narratur) fatto di democrazia ateniese, dieta mediterannea, ideali laici importati dalla rivoluzione del '89. Abbiamo abbandonato la lira non senza qualche nostalgico rimpianto ma siamo stati i primi fieri pionieri dell'euro. Gli unici ad essere abbastanza elastici da non andare al tappeto nel fare il cambio con l'amato vecchio conio. I primi a girare il Continente sulle ali economiche dei voli low cost, sentendoci un po' più cosmopoliti grazie alla moneta e a una carta d'identità che ci riconosce il diritto di sentirci a casa un po' ovunque, nella Vecchia Europa.
In tutto questo, istituzioni, Stato e Governo hanno appoggiato con convizione (a parte poche resistenze) questa nuova idea di Europa con l'aria di chi si sente un pastore che guida un gregge recalcitrante verso più ampi e verdi pascoli. Bene, ora che tutto questo estenuante labor limae è stato fatto, qualcosa è cambiato. Mascherata da insofferenza verso l'euro, una sottile spossatezza da Europa pervade il nostro Paese. E non solo il nostro. La crisi ci ha aperto improvvisamente gli occhi e tutti sembrano domandarsi: ma cosa ho io da spartire con loro? Mentre quello che fino a qualche anno fa sembrava inconcepibile viene profilato con mezze frasi, mentre quelli che ci erano stati venduti come solidi pilastri sui quali costruire ci vengono ora palesati come ferree catene che impediscono la Crescita (moderna chimera) e mentre il calcio (grande metafora della vita) ci mette gli uni contro gli altri, l'Europa è in svendita.
E' stato un progetto ambizioso ma falllito? O semplicemente l'Europa non è mai esistita? Non lo so. Quello che mi sconcerta è la semplicità con la quale sembriamo sempre pronti a liquidare il presente, non appena diventa scomodo. Le cose sono due: o ci sono state raccontate un sacco di favolette fino ad ora e l'idea di questa grande famiglia allargata è stato un simpatico "volemose bene" in tempi di vacche grasse oppure questo Paese, anzi questi Paesi, soffrono della sindrome di Peter Pan. Forse davvero un ritorno a una dimensione più eminentemente nazionale ci potrebbe salvare. Chi lo sa. Qualche decennio fa chi avanzava dubbi su quest'idea di Europa era guardato come un povero troglodita appena uscito dalle caverne. E ora? È già tempo di archiviare tutto?