Condannati all’emigrazione forzata

Cronaca

24 ottobre 2013
Infiocchettati e spediti all’estero. Peccato che non si tratti di pacchi ma di persone, i giovani italiani per i quali l’emigrazione ormai non è più solo un’opzione ma la via maestra. Badate bene: non stiamo parlando di quelle fantomatiche esperienze all’estero senza le quali ormai un curriculum vitae sembra avere lo stesso valore di una lista della spesa (a compere già fatte, ovviamente) ma di emigrazione vera e propria. Di ragazzi tra i venti e i trent’anni che, stretti in un vicolo cieco chiamato Italia, con la forza di chi non ha nulla da perdere, fanno i bagagli e se ne vanno. Biglietto di sola andata. Ma sia chiaro: tutto questo non dovrebbe e non può essere normale.

E non è facile. Non è facile per chi va. Non tutti hanno una vocazione esterofila, nel paese dei bamboccioni potrebbe esserci addirittura qualcuno (che pretese!) che sente nostalgia del profumo di casa. Non tutti hanno voglia di resettarsi e ricominciare. Di pensare in un’altra lingua, accantonando quella delle genti del bel paese là dove 'l sì suona. E non è facile per chi resta. Genitori sempre più impotenti e figli sempre più lontani. Perché se è vero che gli italiani sono un popolo di migranti è anche vero che la precedente generazione ha avuto la fortuna di poter sognare il posto fisso in casa propria e vivere un processo di emigrazione sostanzialmente interno, cioè da Sud verso Nord.

Andarsene, in un mondo ideale, dovrebbe essere una scelta. Viaggiare dovrebbe voler dire arricchirsi, non perdere le proprie radici. Ma questo è un sacrificio che si fa, per quelle che erano le “mille lire al mese” di Gilberto Mazzi. Ciò che più sconforta, fa rabbia, stringe lo stomaco, non è tanto il dover fare i bagagli per forza quanto il fatto che sul destino di questi globetrotter involontari i politici abbiano perenni amnesie. Come se il fatto che altre possibilità siano offerte all’estero fosse un’attenuante per tutto ciò che è negato in Italia.
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